Archeologia, Ceramica, Saggio, Scrivere il Salento, Storia, Territorio, Tradizioni

Bianco Neretino: un prodotto di Donato Antonio Bonsegna sulla tavola degli osservanti di Nardò

di Riccardo Viganò

Boccale graffito ingobbiato, recante le iniziali S(anti). A(nonii). P(ataviaensis), campito nei colori Verde/rosso su vetrina lucida. Fornaci Nardò inizi (?) XVI secolo. (collezione privata). Foto: Riccardo Viganò ©

Dei quarantanove centri produttori di ceramica esistenti, in tempi storici, sul territorio pugliese, ventinove si trovavano nella provincia di Terra d’Otranto. Di questi, tre furono centri specializzati nella produzione di ceramica smaltata (o Maiolica), Laterza il centro più grande ed importante, Martina franca con una sola bottega, e Nardò seconda al centro laertino. Successivamente a questi sul finire del XVIII secolo si aggiunse Grottaglie che già aveva un antichissima tradizione produttiva, come ad esempio la realizzazione di ceramica graffita ed altro.

Nei secoli, le produzioni ceramiche uscite dagli atelier di Nardò al contrario di quelle fabbricate in altro centro produttivo, secondo uno standard popolare e a basso costo, mostrano un alto livello di qualità il cui stile, come lo hanno definito gli storici dell’arte, è quello “compendiario” (1). Nel XVI secolo tra la facoltosa committenza che richiedeva il prodotto in ceramica di Nardò vi è quella ecclesiastica che appare particolarmente interessata alla realizzazione di “credenze personali”. Molti presuli, difatti, commissionarono oggetti costosissimi ed esclusivi – da “parata”, erano detti – con la raffigurazione del proprio stemma (2). Il pregio di tali suppellettili fu certamente una qualità ampiamente riconosciuta tanto che li stessi oggetti furono persino riprodotti in un affresco di Nardò realizzato all’interno del quattrocentesco chiostro del convento di Sant’Antonio da Padova.

L’opera architettonica, innalzata sul finire del XV secolo, insistendo nell’ex quartiere ebraico della Città. Secondo la documentazione, risultava a brevissima distanza dagli atelier ceramici. Il ciclo pittorico, in esso contenuto, è invece realizzato più tardi, nel 1662, dal frate  Giuseppe da Gravina; un autore,  questo, che è considerato, assieme ad altri suoi confratelli della Minore Osservanza, «il pittore più dinamico che mai abbia avuto la Provincia della serafica riforma di S. Nicolò in Puglia» (3). Dipinto col contributo dei nobili della Città e, principalmente, con quello degli Acquaviva duchi di Nardò, nell’affresco l’artista sintetizza “Le glorie del francescanesimo” (4), ritraendo alcuni episodi significativi  della vita  sia di San Francesco e sia di altri Santi appartenuti all’Ordine.

In due lunette di tale affresco, poste nel lato sud del chiostro in corrispondenza di piazza sant’Antonio, vi è l’immagine di alcuni piatti la cui fattura sembra corrispondere alle produzioni neretine. Queste immagini, tra l’altro, permettono di considerare quanto fosse rigoroso l’allestimento delle mense francescane. Nella prima fra’ Giuseppe rappresenta “La mensa degli angeli” alla quale partecipa il francescano san Diego d’Alcalà assieme a un suo confratello.

Foto: Riccardo Viganò ©

In essa, un angelo tiene in mano un piatto “reale” di grande formato nel quale è contenuto un pane mentre, alla stessa tavola, san Diego è servito da un piccolo “piattello” e una pagnotta. Nella stessa scena, intanto, un secondo angelo circondato da cherubini tende al cielo, probabilmente nell’intento di riceverne la benedizione, due piatti mezzani uno dei quali è capovolto a salvaguardia termica del suo contenuto, Nella seconda lunetta, prospiciente alla prima, è ritratta la figura di Cristo che porge un calice di vetro a san Pietro D’Alcantara il quale, a sua volta, è rappresentato assieme a santa Teresa D’Avila e san Pietro d’Alcantara.

Foto: Riccardo Viganò ©

In questa scena, invece, l’angelo non è più teso verso la benedizione divina come nella prima lunetta ma reca solo dei piatti “mezzani” capovolti. San Pietro e un suo confratello, al contempo, siedono alla mensa e sono forniti ognuno di un “piattello” e da una pagnotta; il tutto è posto su una tovaglia candida e panneggiata come nella scena precedente. I bicchieri, la bottiglia in vetro e i tovaglioli completano la visione generale dell’insieme di suppellettili presenti sulle mense. Ogni commensale raffigurato nelle due lunette, quindi, ha a disposizione una forma ceramica in monocromia bianca, come il piattello, idonea a contenere cibi solidi o semisolidi.

Sulla scorta di osservazioni, con l’ausilio degli studi editi e col supporto della documentazione fotografica, i piatti raffigurati da fra’ Giuseppe e riprodotti diciotto anni dopo anche nel chiostro del convento di santa Caterina d’Alessandria di Galatina, potrebbero essere dei modelli ripresi dal vero, e, specificatamente, da quelli delle produzioni  di Donato Antonio Bonsegna (5). I piatti rappresentati negli affreschi, difatti, presentano un profilo arrotondato con ampia tesa e piede ad anello e perciò corrispondenti alla morfologia di esemplari studiati ed editi. La misura di queste forme, per completezza d’informazione, varia dai  ventisette centimetri per i piatti “mezzani” ad una  superiore ai trenta  per i piatti cosiddetti “reali”, per il “piattello” essa è inferiore ai ventitré. In particolare quest’ultimo è caratterizzato, com’è visibile anche nell’immagine affrescata, da una larghezza della tesa ben evidente e confluente verso l’interno oltre a un cavetto emisferico poco profondo. Anche il profilo del piede corrisponde a quello tipico dei piatti di produzione neretina e difatti esso appare a forma di disco incavato .   Il servizio, come costume diffuso in quei secoli, anche qui è completato con un piatto “reale” che, similmente agli altri descritti, è monocromatico essendo esclusivo il colore bianco o in un solo esemplare uno smalto azzurrino, a. Tutti gli esemplari descritti, quindi, hanno caratteristiche morfologiche e di fabbricazione direttamente riconducibili allo “stile compendiario” ossia proprio quella tecnica produttiva che è caratteristica delle suppellettili fittili realizzate in Nardò (6).

L’apparato pittorico prodotto da fra’ Giuseppe da Gravina mostra, al contrario dei servizi fabbricati su commissione i cui oggetti rispettavano le indicazioni dei committenti, che il servizio in bianco “compendiario” rispondeva a una produzione di serie, omogenea nel formato e adattabile a certe comuni esigenze come, per esempio, quelle legate all’allestimento di una semplice mensa per frati. Per concludere una dimostrazione di quanto qui si è ipotizzato, ci viene dalla documentazione ecclesiastica documentaria detta dai registri di introiti ed esiti dove i vari ordini religiosi  come il convento di S Antonio da Padova riportavano le somme spese per i materiali comprati, mastri produttori e fornitori e con indicazioni precise non solo sulla quantità ma anche sulle caratteristiche degli oggetti acquistati, presentano una seria documentazione articolata in una arco temporale ben preciso(1763-1818). In questa documentazione il piatto con tutte le sue varianti (piatto piccolo,mezzano) con i suoi ottomilasessantatre pezzi acquistati dal monastero nel corso degli anni presi in esame è la forma più rappresentata in questi registri.  Una domanda nasce spontanea:se tra i  più che numerosi conventi ed enti religiosi presenti nel centro di Nardò, nel solo convento di S Antonio da Padova, non tra i più ricchi, fornisce una tale mole di commissioni hai ceramisti di di questo centro, nell’insieme di tutti gli ordini ed enti, tenendo presente anche le produzioni per i secolari abbienti o meno. quanto poteva essere grande la portata produttiva delle Officine neretine? (7).

Note:

(1) G. Ballardini, “La maiolica italiana dalle origini alla fine cinquecento. Ed. Novissima enciclopedia Monografica illustrata”,  Firenze 1938, pp. 169-171. Il termine ‘compendiario’ fu coniato dallo studioso faentino Gaetano Ballardini perché la tipicità di questo stile era quello di compendiare, quasi ad assommare, in una sola figura tutte le caratteristiche necessarie per definire bene e descrivere abilmente un certo prodotto e l’immagine impressa. Dopo il Cinquecento le soluzioni formali bidimensionali con dettagli anatomici e la ridondanza decorativa – canoni stilistici ereditati dal Rinascimento – rappresentò il maggiore ostacolo all’affermarsi dello stile compendiario.

(2) R. Viganò, “Per uso della sua professione di lavorar faenze. Storia delle fornaci e delle manifatture ceramiche a Nardò tra la seconda metà del XVI e gli inizi del XIX secolo”, Ed. Esperidi, Lecce 2013, pp. 58-59.

(3) F. Giuri – P. Giuri, “Fra’ Giuseppe da Martina: pittore riformato e gli affreschi del chiostro di S. Antonio a Nardò”, in M. Gaballo (a cura di) «Signasti me, Domine: Il Francescanesimo nei testi e nelle immagini della biblioteca “Vergari” di Nardò» , Congedo Ed., Galatina 2003, p. 129.

(4) Ibid., Al momento questa realizzazione “frescante” è, del francescano, la più antica opera autografa esistente nella provincia di Lecce

(5) Donato Antonio fu, probabilmente l’unico ceramista-imprenditore attivo nella prima metà del ‘600, morirà proprio nello stesso anno di realizzazione dell’affresco e gli eredi, immediatamente dopo, continueranno il suo lavoro sino al primo decennio del XVIII secolo.

(6) Nonostante l’alta qualità dei manufatti neretini legati a questo filone produttivo, sui corpi ceramici sono spesso leggibili dei difetti dovuti alle impronte del distanziatore e sono evidenti alcuni tentativi di distribuzione di uno strato di smalto più spesso, applicato in più soluzioni, per sopperire alle carenze qualitative dovute a un tipo scarso di argilla giallastra e granulosa  causa della sua natura sabbiosa. Il risultato derivante da tale tentativo è infelice come dimostra lo smalto sistematicamente crepato (craquelé) a causa della sua poca aderenza al corpo ceramico. Per tale motivo solo una bassa percentuale di queste produzioni si sono conservati integri ed omogeneamente estesi su tutta la superficie coperta.

(7) Questo lavoro è parzialmente tratto da: Viganò R., “Bianco neretino. Un Prodotto di Donato Antonio Bonsegna sulla tavola degli osservanti di Nardò”, in «Spicilegia Sallentina. Rivista del caffè letterario di Nardò», n. 11 (2016), pp. 17-22. Le foto qui proposte sono tratte da: Viganò R., “Alla mensa degli Angeli: storie di ceramiche, botteghe e vasai a Nardò tra i secoli XVI XIX”, Esperidi, Lecce 2017.

 

Bibliografia:

Ballardini G., “La maiolica italiana dalle origini alla fine cinquecento. Novissima enciclopedia Monografica illustrata”, Firenze,1938.

Dell’Aquila A. e C., “Ceramica del 600- 700 in Terra d’Otranto”, in AA.VV., «Il Barocco a Lecce e nel Salento», Catalogo della mostra, Lecce, 1995.

Giuri F. – Giuri P., “Fra’ Giuseppe da Martina. Pittore riformato e gli affreschi del chiostro di S. Antonio a Nardò”, in M. Gaballo (a cura di) «Signasti me, Domine: Il Francescanesimo nei Testi e nelle Immagini Della Biblioteca “Vergari” di Nardò», Congedo Ed., Galatina 2003.

Matteo S.  – Viganò R., “Primi dati sulla ceramica di Nardò”, in «Quaderni del Museo della Ceramica di Cutrofiano», n. 11(2008).

Viganò R., “Ceramisti di Nardò tra XVI e XVIII secolo”, in «Quaderni del Museo della Ceramica di Cutrofiano», n. 12(2010).

Viganò R., “Per uso della sua professione di lavorar faenze. Storia delle fornaci e delle manifatture ceramiche a Nardò tra la seconda metà del XVI e gli inizi del XIX secolo”, Ed. Esperidi, Lecce 2013

Viganò R., “Alla mensa degli Angeli: storie di ceramiche, botteghe e vasai a Nardò tra i secoli XVI- XIX”  Lecce 2016

Viganò R., “Bianco neretino. Un Prodotto di Donato Antonio Bonsegna sulla tavola degli osservanti di Nardò”, in «Spicilegia Sallentina. Rivista del caffè letterario di Nardò», n. 11 (2016), pp. 17-22.

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