Racconti, Scrittori salentini

Il figlio ritrovato

di Lorenzo De Donno

(Il mistero del lago – 2017)

Lorenzo Cavina: Panorama Lacustre – Acquarello 2009

Assunta non parlava più con nessuno da anni. Faceva un’eccezione per Alessandro, quando erano soli, perché non voleva che lui serbasse, crescendo, un brutto ricordo della sua nonna. Con gli altri famigliari comunicava con monosillabi e con i gesti, lo stretto indispensabile perché la casa funzionasse. Anche Totò, il marito, si era rassegnato al suo pallore inespressivo, a non vederla più sorridere e al suo lutto perenne. Perché il suo dolore non aveva scadenza e il lutto non si poteva calcolare in anni, partendo da una data incisa su una lapide, perché non c’era neanche una tomba sulla quale piangere. Non si era mai rassegnata alla scomparsa del suo primo figlio.

Renato era sparito una mattina d’autunno inoltrato, qualche giorno prima che partisse per la leva obbligatoria, e nessuno l’aveva più rivisto. Aveva lasciato intatte, nella sua camera, tutte le sue cose: i vestiti, la carta d’identità, il portafoglio con pochi soldi e, nella rimessa della cascina, la sua bicicletta. La notte prima era sceso al lago per gettare le lenze, dove era vietato pescare. Uno specchio d’acqua dolce, separato dal mare da una stretta lingua di pineta, che si riversava, per mezzo di un lungo canale con una piccola chiusa, in un più ampio bacino salato, comunicante con il mare. A nulla erano valse le successive ricerche, protratte per settimane, battendo i canneti palmo a palmo, e poi, sulla costa, le spiagge a nord e le scogliere aguzze, le grotte e le calette a sud del paese, quasi verso la fine della terra di Puglia. Persino i fondali di fronte alla marina erano stati perlustrati dai pescatori di ricci, con i loro specchi, fin dove la vista arrivava e il mare sprofondava.

Renato aveva sempre saputo di trasgredire la legge e lo aveva fatto per puro piacere, non certo per la necessità di portare a casa il cibo per il pranzo. Il podere assegnato a suo padre dalla riforma fondiaria, dopo la bonifica della zona paludosa circostante, forniva quasi tutto il necessario per vivere bene e neanche il pesce mancava perché suo zio Gino, fratello di Totò, aveva una paranza al vecchio molo e quando tirava su le reti, metteva sempre da parte un cesto del pescato per la famiglia.

Il ragazzo ritornava al lago all’alba, facendosi strada fra la nebbia e le canne, e tirava piano le lenze, godendo della battaglia che iniziava con i grossi pesci che avevano abboccato durante la notte alle sue ghiotte esche. Le carpe combattevano fino all’ultimo, tirando il filo che si tendeva e vibrava come una corda di chitarra, facendogli protendere in avanti l’avambraccio con un movimento involontario. E quando, finalmente, riusciva a tirarle fuori dall’acqua, si torcevano repentinamente nell’ultimo tentativo di liberarsi, continuando a boccheggiare e a dibattersi, poi, nel cesto di vimini con cui Renato le portava a casa. E neanche l’espressione di disgusto di sua madre lo scoraggiava. La donna, abituata a pulire i pesci di mare, doveva frenare i conati di vomito nell’eviscerare quei bestioni di lago, che tardavamo a morire e che puzzavano di fango e de lagnu.

Ciò nonostante, Assunta cercava di cucinarli come meglio poteva, usando tutte le erbe aromatiche dell’orto e poi abbondando di aglio, cipolla e spezie per aggiustarne il gusto terroso. La guerra era finita da troppo poco tempo e, dopo la fame patita, le sembrava peccato buttare via un alimento, per quanto sgradevole fosse la sua preparazione.

– Perché mi porti questi pesci fetenti – si limitava a ripetere al figlio – Perché non vai a pescare sulla paranza di zio Gino? – aggiungeva sempre, ben sapendo che nulla sarebbe cambiato.

E cusì u zziu Renatu cchiau a fija de lu rree e iddha e se lu purtau allu castellu! – raccontava ad Alessandro, ormai già troppo grande per ascoltare le favole della nonna. Inventava i suoi cunti usando il suo limitato lessico dialettale, avaro di termini e ricco di superlativi, come sapevano fare le nonne di una volta, quando non esistevano i libri di favole. Per descrivere la gioia, la cattiveria, lo stupore e l’incanto bastavano poche parole e l’espressione del viso, il socchiudere o sbarrare gli occhi, serrare le labbra o aprirle in un sorriso, stringere un pugno o simulare una carezza. Nelle sue storie scriveva sempre un finale bello e sospeso, Renato era un eroe antico, un soldato valoroso, un mago buono, un re magnanimo. Un personaggio che avrebbe girato il mondo e che, un giorno, sarebbe ritornato a casa sua, avrebbe narrato il suo incredibile destino e riabbracciato tutti. Assunta inventava racconti per il nipote ma, in fondo, alimentava la speranza del ritorno del figlio…

Le storie continuarono, con innumerevoli varianti fino a quando, un giorno, Alessandro si stancò delle favole e si sentì abbastanza grande da affrontare il padre.
– Dimmi la verità papà… – disse un pomeriggio Alessandro a Franco, mentre Assunta era nell’orto a raccogliere delle verdure – Voglio sapere come è morto lo zio, ma dimmelo veramente!-
.
Franco sapeva che prima o poi sarebbe arrivato il momento di parlare “da adulto”, con suo figlio, di questo zio svanito nel nulla e sapeva anche che non avrebbe potuto fornirgli una risposta certa. Non ce l’aveva! Poteva solo cercare di spiegare quello che sapeva, fargli una cronaca plausibile. Gli raccontò della sparizione, della sua partecipazione alle ricerche, anche dopo che i carabinieri, i parenti e la piccola comunità le aveva interrotte. Non c’era stato uno stop ufficiale, ma i tentativi erano andati scemando, le persone che frequentavano la casa per avere notizie avevano diradato le visite, il podere era ritornato ad una apparente tranquillità. Era stato quello il momento esatto dell’inizio della vera disperazione…

– Alessandro, credimi, vorrei sapere anch’io che fine ha fatto mio fratello – poi aggiunse – Ne ho sofferto tanto. Renato era più grande di me ed era la persona che io avrei voluto essere: coraggioso, generoso e sempre allegro. La vita era uno spasso quando c’era lui, era una vita rumorosa, piena di cose che accadevano, di scherzi e di sorprese. Quella mattina scese al lago e scomparve nel nulla. Fu visto seduto sul muretto dello strittu da un contadino della masseria. Disse che era immobile, fissava il canneto di fronte, come se dormisse ad occhi aperti, e non aveva risposto al saluto. La sua scomparsa ha fermato il tempo e da quel momento fatichiamo tutti ad avanzare, come se non avessimo più direzione precisa e uguale velocità di recupero. Tua nonna da allora non è più la stessa. Tu non l’hai conosciuta com’era prima…-

Franco si alzò e andò a rovistare in fondo a un cassetto, tirando fuori una foto della madre da giovane – Guarda com’era bella! – disse al figlio, indicando la vecchia foto ingiallita – Io me la ricordo ancora così fino a quando c’era Renato, poi è invecchiata prematuramente e si è chiusa in sé stessa. Ma con te almeno parla… Tu ormai sei grande, lasciala fare, non le togliere la consolazione di raccontarsi un finale diverso. In realtà, anch’io sono convinto che sia morto per un incidente, forse in mare, e la corrente lo ha portato via e ora riposa su un fondale, fra i coralli e le stelle marine, come mi disse la mia maestra a scuola , per consolarmi –. Poi Franco si voltò, per nascondere una lacrima, e aggiunse – Io so che ascolta le mie preghiere. Sì Alessandro, hai ragione tu, lo zio è morto e non tornerà mai più! Spero che, almeno a te, questo basti… –

Non preoccuparti, papà, – rispose Alessandro – ci penserò io alla nonna!- Ma già meditava di essere abbastanza grande per poter cercare una risposta a tutte le domande che erano rimaste senza soluzione da troppo tempo, in quella casa. Quella notte chiese il permesso di rimanere a dormire dai nonni e Franco fu contento per l’atteggiamento responsabile, da piccolo uomo, del figlio. Era certo che anche Assuntina ne avrebbe giovato.

– Sono contenta che ti sei fermato a dormire qui – disse la nonna al nipote – nel letto di tuo padre…Forse la vecchia rete ha ceduto e il materasso di lana è un po’ duro, vedo che sprofondi un po’, fai finta di essere su un’amaca…-
– Sto bene nonna, buonanotte…-

Alle prime luci dell’alba il sentiero che portava al lago era umido di rugiada. Dall’alto della collinetta lo specchio d’acqua appariva come un luogo fuori dal tempo, con i canneti sfumati dalla bruma e la superficie dell’acqua immobile che si colorava gradualmente dello stesso rosa dell’aurora. I versi degli uccelli che si risvegliavano cominciavano a riecheggiare nella vicina pineta, attraversata dalla brezza che proveniva dal mare e che si caricava degli odori intensi di ginepro e mirto.

Alessandro si vestì velocemente, prese una coperta e saltò dalla finestra che dava nell’orto. Era meglio che i nonni non sapessero nulla di questa sua uscita. Raggiunse il lago in pochi minuti, nel punto in cui iniziava il canale denominato lo strittu e l’argine in muratura diventava abbastanza ampio da potercisi sedere, una sorta di muretto che conteneva la chiusa che separava l’acqua dolce da quella salata. Era lì che avevano visto l’ultima volta lo zio Renato, immobile mentre fissava qualcosa, come ipnotizzato.

Si sedette, si avvolse nella coperta e si mise a osservare il corso dell’acqua che defluiva lenta fra le canne, creando piccoli gorghi e facendo ondeggiare delle alghe lunghe e ricciolute. Non sapeva cosa cercare ma qualcosa gli diceva che doveva attendere lì. Piano piano, confortato dal calore della coperta e inebriato dall’aria fresca sentì il sonno che gli toglieva le forze, e non volle resistere…

Uno sciacquio cadenzato gli rivelò che qualcuno camminava nel canale. Tenendo ancora gli occhi socchiusi vide una figura di donna che, a piedi nudi, si dirigeva verso la chiusa, senza curarsi di bagnare la sua veste bianca che, alle sue spalle, aderiva all’acqua come un piccolo strascico. Gli passò vicino senza degnarlo di uno sguardo. Alessandro notò la sua carnagione bianca e i lunghissimi capelli scuri dai riflessi verdastri. Il ragazzo pensò che fosse una forestiera in vena di stranezze.

– Chi sei? – le chiese. La ragazza si fermò un attimo, si voltò e sembrò accorgersi di lui solo in quel momento.
– Chi sono io? Tu chi sei! – Gli rispose, quasi con rabbia. – Sei in casa mia! -.
– Mi chiamo Alessandro – rispose il ragazzo – e non sono mai entrato in casa tua. Qui al lago ci può stare chi vuole e senza chiedere il permesso a nessuno…-

– E invece ti sbagli, il lago è casa mia, è la casa di mio padre. Noi abitiamo da sempre in questo luogo. Tu, invece, cosa fai qui a quest’ora? Non hai una casa dove andare a dormire?-.

– Sono qui per cercare una risposta – disse allora il ragazzo – se questa è la tua casa puoi aiutarmi. Molti anni fa, in questo posto, scomparve una persona della mia famiglia, si chiamava Renato, e da quel momento la vita di tante persone è stata stravolta. Devo sapere cosa gli è successo…-.

-So di chi parli. Renato lo conoscevo bene. Veniva spesso a trovarmi, forse era innamorato di me, o del lago, o di entrambi. E anche a me piaceva, ma non capiva che il suo era un amore impossibile perché le nostre nature erano diverse.

– Ma com’è possibile? – escamò Alessandro – Tu sei ancora così giovane e lui è scomparso da tanti anni! –
– Non ti meravigliare – rispose la donna – il mio tempo scorre diversamente dal tuo e, comunque, io non ho null’altro da dirti. Non ho risposte alle tue domande. Non sei abbastanza grande e forte da affrontare i segreti di questo lago. Ti conviene non conoscerli anche perché, poi, nessuno potrebbe garantirti il ritorno a una vita normale, alla tua vita. Vattene via e farò finta di non averti mai incontrato…-

– Non mi muoverò da qui – concluse il ragazzo – e aspetterò tuo padre, se sarà necessario, perché mi dia le informazioni che mi occorrono e, se avete fatto qualcosa allo zio, ve la farò pagare!-.

– Il piccolo uomo è coraggioso – disse la ragazza dai lunghi capelli verdi, con tono canzonatorio – Se lo sei veramente, oltrepassa la chiusa e aspettami nel canneto, ed è lì che ti metterò alla prova, ma è anche lì che potresti morire e rimanere per sempre in fondo al lago. Il vostro “amore”, i vostri ridicoli sentimenti, piccolo uomo, implicano sempre delle conseguenze che cambiano e sconvolgono la vita e, a volte, ve la tolgono.

Alessandro era al centro del canneto, la ragazza lo prese per mano – Immergiti con me – gli disse – trattieni il respiro più che puoi – ti porterò da mio padre ma sappi già da ora non è qui che ritroverai Renato -.

Alessandro si lasciò andare mentre i capelli verdi della fanciulla lo circondavano e lo stringevano in una morsa dalla quale era impossibile liberarsi. Sentì un forte dolore alla testa mentre l’acqua salmastra gli risaliva le narici e gli invadeva la gola. Istintivamente gridò – Nonna! Nonna… e gli sembrò di vedere per un attimo il viso di Assunta. Poi sopraggiunse il buio e pensò che era forse così che si moriva.

-Si sta riprendendo… ma dovrò ricucirgli questa brutta lacerazione sulla nuca – disse il dottore – ma com’è successo signora Assunta? -.

-L’ho trovato giù allo strittu, era scivolato sulle pietre umide e aveva battuto la testa. Poco prima mi ero affacciata nella camera dove dormiva e non avendolo trovato, ho preso lo scialle e sono uscita di casa a cercarlo. Non so chi mi abbia guidata fin lì, anzi ora credo di saperlo. Poi l’ho visto, disteso fra i sassi e privo di sensi. Inizialmente ho creduto che fosse morto e ho gridato a Dio tutta la mia disperazione. Gli ho chiesto di non togliermi anche lui! Me lo doveva lasciare. Aveva già Renato con sé, cosa voleva ancora ancora da me che non gli avessi già dato? Poi vidi che Alessandro si muoveva. E respirava! Dio..Dio… l’ho ringraziato! L’ho ringraziato per avermi riportata alla vita. Ho realizzato in quel momento che Renato non c’era più ma che mi era rimasto Alessandro, e non solo lui. Avevo mio marito Totò e l’altro mio figlio, Franco, che hanno vissuto tutti questi anni con il fantasma di me stessa, senza avermelo mai fatto pesare…-.

– Forse era il momento giusto per la rassegnazione, signora Assunta – rispose il dottore, mentre medicava la testa di Alessandro – perché non tutti affrontiamo il dolore allo stesso modo. Le persone sensibili come te, poi, tendono a sentirsi responsabili delle disgrazie che accadono ai propri cari, anche se sono inevitabili. Renato, non tornerà mai più, è vero. Prima non volevi sentirtelo dire. Ora lo hai ritrovato, dove è sempre stato: nel tuo cuore!-.

Alessandro guarì presto ma non si spiegò mai cosa fosse successo quella mattina presto, al lago. Forse per salvare la nonna dalla sua prigione di malinconia si era reso necessario che lui entrasse, anche se in sogno (ma era stato solo un sogno?), in una delle innumerevoli storie che lei gli aveva raccontato nel corso degli anni, quella della fata del lago, che faceva innamorare gli uomini per poi imprigionarli.

Come concludere questa storia se non con l’invito a visitare, al mattino presto, il lago narrato e a sedervi sull’argine dello strittu, a godere della sua magia. Se osservate attentamente, sotto il pelo dell’acqua vedrete ondeggiare i lunghi capelli verdi della Naiade, la figlia del Lago, che fa da sentinella alla chiusa perché l’acqua salata, proveniente dal mare, non si mischi mai con quella dolce.

 

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7 pensieri riguardo “Il figlio ritrovato”

  1. Una storia bellissima e commovente a cui hai saputo dare significato con il cambiamento finale di Assunta. La paura di vivere e aggiungere dolore a dolore ha fatto il miracolo. Bella storia davvero scritta come al solito mirabilmente. Grazie Lorenzo. un abbraccio. Isabella

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