Racconti, Scrittori salentini

Le basse case bianche

di Lucio Causo

Si era nel pieno dell’estate e l’assenza di impegni scolastici ci lasciava completamente liberi del nostro tempo. Ed ora era la caccia delle lucertole lungo i muri a secco delle campagne, ora la puntata fino al mare di Mancaversa per un bagno collettivo, ora qualche altro passatempo: ogni volta qualcosa veniva fuori. Quella sera, mentre il bar della piazza spegneva la sua vecchia insegna, decidemmo che l’indomani saremmo andati verso la strada ferrata per Gallipoli.

Lo stormire degli ulivi era per noi la musica più dolce, quella musica che ci aveva accompagnati fin dalla nascita, per i giorni, i mesi e gli anni della nostra vita. Risentirla lungo la ferrovia era ancora più dolce, aveva un che di magico, era come il suono che accompagnava il nostro sogno di partenze, di viaggi verso l’ignoto, un ignoto che per noi però aveva sempre un cielo: quel nostro, azzurrissimo cielo del Salento, steso su quello stormire soave, atavico di fronde d’ulivi.

Il sole saliva e si faceva sempre più caldo, e più calde faceva le sbarre delle rotaie dei binari, la cui superficie luccicava secondo il nostro saltellare sulle traversine. Poi mettevamo l’orecchio aderente alla calda rotaia, si cercava di captare il rumore del treno che si avvicinava. Chi per primo l’avvertiva esplodeva in un grido vittorioso e allora cominciava per tutti l’attesa del nero mostro fumante, attesa tanto più colma d’ansia e quasi di paura quanto meno si riusciva a prevedere da dove sarebbe apparso. E poi eccolo! E allora tutti giù per la scarpata brecciosa per vedere il treno passare veloce fischiando. Poi si sciamava pei vasti uliveti e si gridavano i nostri nomi che duravano a lungo nell’aria, procurandoci una strana paura, di essere esposti chissà a quale oscura punizione.

Spesso si camminava così fino al tramonto, quando si sostava presso lo stagno e s’osservavano i verdi ranocchi saltare dai galleggianti sterpi limacciosi sugli umidi sassi a riva e viceversa, e noi li stuzzicavamo per sentirne il roco gracidio. Dallo stradone giungeva il rullare dei carri, i traini, che rientravano al paese e allora anche noi tornavamo verso le basse case bianche del paese che il crepuscolo già avvolgeva del suo tenero blu opaco.

D’inverno si stava più rinchiusi in casa, ma ugualmente s’usciva il pomeriggio, con le labbra livide, le mani intirizzite, paralizzate quasi dal freddo, che non si riusciva neanche ad avviare la trottolina di legno. Per la campagna, squallida, spoglia, dai neri alberi senza vita, non si andava più, se non per raggiungere una casupola abbandonata, caseddhu, dove ci si raccoglieva quando fuori pioveva. Allora, dopo avere acceso un focherello scoppiettante, si raccontavano storie di santi e di banditi, di buffoni e d’eroi. Quando l’ombra calava si tornava alle case, come gli uccelli al nido.

Febbraio portava i primi avvisi della primavera. S’aprivano sugli alberi le prime gemme, la campagna intorno al paese si chiazzava via via di pallidi rosa.

In aprile, poi, l’aria fattasi più dolce galleggiava su onde di limpido verde nei campi di grano e noi riprendevamo a sedere, la sera, sui gradini della chiesa, fino a che l’Angelus non spargeva i suoi rintocchi d’argento sulle basse case bianche del paese.

 

 

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Un pensiero riguardo “Le basse case bianche”

  1. Spett.le Redazione Cultura Salentina.

    Grazie per la pubblicazione del mio racconto: Le basse case bianche. E’ un’altra cosa rileggerlo bello e perfettamente stampato, per giunta con una immagine molto bella, che certamente conosco. Buona giornata e cordiali saluti. Lucio Causo

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