Antropologia culturale, Gastronomia, Tradizioni

La teologia culinaria della puccia salentina

have roots
© Gianfranco Budano: have roots

Di pucce se ne vedono ormai di tutti i tipi e le si trova per tutto l’anno, ma quella alle olive del 7 dicembre – pur essendo la meno sofisticata – è unica e inconfondibile!

Pietanza tipica della tradizione culinaria salentina, la puccia è molto più di un banale panino farcito. È un concentrato di sapore e tradizione. Nata come pasto penitenziale, frugale e calorico insieme, un tempo la si soleva consumare esclusivamente alla vigilia dell’Immacolata, giorno in cui i fedeli salentini digiunavano (per molti tale pratica è ancora valida) in preparazione alla solennità dell’8 dicembre. Alla base una simpatica leggenda devota, una sorta di apocrifo salentino, un tempo narrato dai vecchi ai più piccini e oggi pressoché dimenticato. Nel vangelo di Matteo (Mt 2, 13-23) si racconta che Giuseppe e Maria, dopo la visita dei Magi, appresero che Erode cercava il bambin Gesù per farlo fuori, avendo erroneamente interpretato le sacre scritture e ritenendo il piccolo Messia un possibile usurpatore del suo trono.

Così Giuseppe caricò la sua sposa e il Bambino sul dorso di un asinello e guidò l’animale verso l’Egitto, luogo sicuro in cui trovare rifugio e salvezza. Strada facendo, però, Giuseppe udì in lontananza un rapido sferrare di cavalli. Erano gli sgherri di Erode, ormai alle loro calcagna. Preso dal panico, non vedendo possibili luoghi di riparo nelle vicinanze, Giuseppe si rivolse ad un albero d’ulivo piantato al margine della strada e gli ordinò: “Àprite, ulìa, e scundi Maria” (“Apriti, ulivo, e nascondi Maria”). All’istante il grande tronco si spalancò e richiudendosi avvolse nel suo tenero abbraccio Maria e il Divino Infante, comodamente seduti sul loro asinello. Giuseppe, rimasto fuori, attese il passaggio degli inseguitori e, facendo lo gnorri, diede loro un’indicazione sbagliata per mandarli fuori rotta. Così la Sacra Famiglia poté riprendere indisturbata il proprio cammino verso l’Egitto.

È palese come la simpatica leggenda trovi spunto nella connotazione fisica dei plurisecolari ulivi salentini: frondosi, contorti, annodati in se stessi, spesso spaccati nel mezzo fino ad originare profonde cavità. Assai significativo è pure il rimando teologico della puccia, cristologico e mariologico insieme: Cristo, pane del cielo, è stato custodito in grembo dalla Vergine Maria, la donna forte dei libri sapienziali, celebrata nel libro del Siracide «quasi oliva speciosa» (Sir 24, 14), «come un ulivo maestoso», che affonda le sue radici nell’antica promessa di Dio e in sé porta a compimento il patto della nuova alleanza. Una storia che fa sognare… come il sapore della puccia.

Annunci

6 pensieri riguardo “La teologia culinaria della puccia salentina”

  1. E’ bella la storia. E’ bella la Tradizione. Sublime è la chiarezza e la ricchezza espositiva di Francesco Danieli. Che Domine Iddio gli conservi la bella penna e la grande Fede che gli ha donato.

    Mi piace

  2. Complimenti sinceri a Ciccio per questa storia che sa tanto di sacro quanto di profano. La trovo davvero incantevole. Bravo come sempre !

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...