Racconti, Scrittori salentini

Re Travicello d’Italia

Ogni riferimento a persone o a situazioni è assolutamente casuale. Questa piccola divagazione non è una sferzante satira politica: nessuna allusione, nessuna invettiva; si tratta di una semplice fiaba a sfondo morale, sullo stile di Fedro e di Esopo, o sulla falsariga di una commedia di Aristofane, magari vagamente ispirata a (o da) qualche personaggio della attuale, penosa realtà del melmoso e mefitico stagno della grande palude italica.

C’era una volta, in un grande stagno italico, un folto gruppo di batraci (raganelle e rospi) pallidi, nati in un periodo di grande opulenza, dopo anni ed anni di guerre e cataclismi. Codesti anfibi si erano, quindi, ormai da tempo abituati a vivere agiatamente nell’ozio più assoluto, come se fossero nel paese di Bengodi, e passavano tutte le ore del giorno, con grande indolenza, a sguazzare qua e là nello stagno, brulicante di cibo; tuttavia, dopo un lungo periodo di siccità, gli abitanti dello stagno cominciarono a provare un grave disagio, non riuscendo più ad avere molto spazio per sé, né a trovare cibo a iosa a propria comoda disposizione.

I batraci pallidi dello stagno italico decisero, perciò, di organizzarsi in due gruppi, che si alternarono alla guida dello stagno, senza risolvere il problema, che anzi si aggravò, sia per la diffusa corruttela dei governanti, a suo tempo generata dal lunghissimo periodo di ozio e di indolenza, anche morale, sia per l’intolleranza contro i sempre più massicci arrivi, da terre lontane, di gruppi di batraci esotici, dalla pelle scura e dal continuo, stridulo e fastidioso gracidio.

Sempre più contrariati da quella… stagnante situazione, un gruppo sempre più numeroso di anfibi si staccò dalle due iniziali, storiche tribù (ognuna delle quali con tanto di relativi griffati sottogruppi) e formò una terza compagine, fortemente motivata e chiassosa, e così, da quel momento, i tre gruppi di pensiero si impegnarono a fondo a risolvere il problema, convocando ciascuno una specifica riunione tribale, alla quale fu affidato l’arduo compito di trovare una soluzione a quello stato di grave disagio.

Il primo gruppo decise di riesumare da un polveroso sarcofago, da tempo abbandonato sul fondo melmoso dello stagno, la mummia del vecchio leader carismatico, dall’aspetto, chirurgicamente rifatto, da satiro impenitente; si pensava, infatti, che costui, rimosse le bende e riportato in vita, sarebbe stato in grado di imbonire, con il suo sorriso sardonico, l’ira della folla, promettendo, per l’ennesima volta, l’avveniristica costruzione di un canale nell’istmo che separava il piccolo stagno con l’assai distante grande lago, al fine di ricreare il benessere e la grande opulenza del passato. Nello stesso gruppo, però, si andavano affermando una giovane ila-massaia romana, dal piglio deciso e risoluto e, ancor più, un rospo-bifolco padano, dai modi ruvidi e volgari, il quale proclamava, senza mezzi termini, che avrebbe risolto rapidamente e radicalmente il problema, scacciando dallo stagno tutti i batraci esotici e rispedendoli nelle terre di provenienza, a calci nelle terga.

Il secondo gruppo si affannava a creare un difficile sincretismo tra egoismo e solidarietà, affidandosi a un giovane ranocchio-leader, abile nella comunicazione e dal rasserenante aspetto di bel (beh, mica tanto, poi) coniglietto. Costui, avendo a lungo studiato il percorso vincente del vecchio leader del primo gruppo, credeva di poterne ripercorrere i trionfali passi e, in realtà, all’inizio ci riuscì, coinvolgendo l’attenzione delle rane e dei rospi con il suo fare arrembante; tuttavia, questo suo repentino successo provocò l’ira funesta e l’odio profondo dei batraci più anziani, che non riuscivano a sopportare la rapida affermazione di questo giovane, affabulante parolaio, a fronte dei loro tanti miseri insuccessi. Per questo motivo, guidati da un vecchio rospo bilioso con il baffetto brizzolato e tutto spelacchiato, decisero di fare uno scisma e di formare un nuovo gruppo a sé stante, tenuto insieme dal principio unificante dell’odio eterno e assoluto nei confronti di quel giovane tele-venditore di pentole e coperchi, per la serie: muoia Sansone con tutti i filistei! Da parte sua, peraltro, il giovane coniglio-ranocchio parolaio dai grandi incisivi superiori, colto da un improvviso e inarrestabile delirio di onnipotenza, si era avviato verso un irreversibile percorso di perdita (un vero e proprio stillicidio) della grande simpatia inizialmente suscitata tra gli anfibi dello stagno…

Il terzo gruppo, come si è già detto, era assai diverso dai primi due, poiché fortemente centrato sulla travolgente e controversa figura del Pifferaio della Lanterna, incontrastato leader del movimento, dopo la morte del suo sodale, un tenebroso e melanconico guru, che aveva preconizzato, nel primo secolo del terzo millennio, un catastrofico cataclisma, al quale avrebbe fatto seguito l’avvento di una nuova civiltà anfibia, drasticamente ridotta in termini numerici. Il teatrale Pifferaio della Lanterna, nel corso dei tanti anni trascorsi sugli umidi palcoscenici delle paludi, si era reso conto che, per guidare gli anfibi dello stagno, ormai stanchi delle tante promesse (e delle tante bugie) dei due gruppi tradizionali, che si erano alternati al potere, sarebbe andato bene chiunque si fosse dimostrato radicalmente diverso dal solito e in grado di rappresentare meglio quell’impulso compulsivo di forte cambiamento che si era ormai profondamente radicato nel popolo dello stagno.

Abile manovratore di folle qual era, il barbuto pifferaio finse di affidare al novello Zeus dell’Olimpo del terzo millennio, il WEB, la preghiera di cercare per i batraci dello stagno un leader carismatico, in grado di liberarli da quegli anni di terribile oscurantismo e di negazione assoluta della libertà. E il WEB, abilmente manipolato, identificò una figura in grado di impersonare i bisogni e le speranze degli anfibi, creando un vero e proprio nuovo paradigma del buon governante, di bell’aspetto e di scarsa sostanza, nel quale tutti gli anfibi sarebbero stati in grado freudianamente di identificarsi; infatti, dopo tutti quegli anni passati nell’ozio a seguire fatue rappresentazioni lacustri come “Il grande fratello”, trascurando istruzione e cultura, i batraci pallidi si erano convinti che, per risolvere i loro problemi quotidiani, sarebbe bastato affidare lo scettro del comando dello stagno a un giovane imbellettato e dal bel faccino pulito da bravo ragazzo, anche se assolutamente privo di spessore culturale. Il WEB riuscì a convincere facilmente i batraci che un giovane belloccio e sorridente, sebbene nemico giurato della storia, della geografia e persino della coniugazione dei verbi, sarebbe stato il leader ideale della rifondazione sociale della comunità dello stagno, affermando il principio, in realtà, tutt’altro che peregrino, che un congiuntivo esatto non sarebbe mai riuscito a cambiare lo situazione dello stagno; inoltre, modificando la sua struttura originale, il WEB inoculò nel popolo della palude, peraltro storicamente abituato all’indolenza, una nuova versione del noto aforisma del grande rospo dal naso adunco, riconosciuto padre storico della lingua batraciana, che così recitò: “Fatti noi fummo a viver come bruti, non a seguir virtute e canoscenza”…

E fu così che il WEB, come aveva fatto tre millenni prima il sommo Zeus, lanciando nello stagno un pezzo di legno (un “travicello”), fece tuffare nella palude questo bel manichino in stile UPIM o Rinascente anni ’60, indicandolo come nuovo monarca assoluto dei batraci dello stagno italico; inizialmente, gli anfibi delle altre due tribù, intimoriti dal rumoroso  tonfo, s’immersero in profondità, ma poco dopo si accorsero che il nuovo sovrano non era poi, in fondo, quel mostro in grado di incutere timore e terrore. Lo interrogavano e lui sorrideva, senza profferire verbo. Non solo: nonostante avessero tentato di spingerlo sul fondo con tutta la forza o lo avessero più volte provocato con ogni tipo di ingiuria e sberleffo (superata la fase in cui minacciava a piè sospinto querele a tutti e acquisita una calma serafica, una vera e propria atarassia), egli era ritornato sempre a galla e sempre con il sorriso stampato sulle labbra: una sorta di perfetta sintesi tra un moderno Cicciobello (o Gigibello) e il vecchio, glorioso ed indimenticato Ercolino (o Gigino) Sempre In Piedi, per la gioia e il diletto di tutti i batraci dello stagno, ma soprattutto dei più piccini!…

E vissero tutti felici e contenti…

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