Scrittori salentini

La vanità delle ombre (tutte, meno una)

Gianpaolo Talani: Due ombre che aspettano – 100x90cm – Olio su tela – 2007

Wikipedia, la grande enciclopedia online, definisce l’ombra come l’area scura proiettata su una superficie da un corpo che, interponendosi tra la superficie stessa e una sorgente (o fonte) luminosa, impedisce il passaggio della luce. L’abilità di fissare in modo artistico, su tela o su carta o su altra superficie, l’immagine scura proiettata dalla fonte luminosa ha segnato la fortuna dei più grandi pittori (primo fra tutti il Caravaggio) e, in seguito, dei più grandi fotografi della storia.

Ma torniamo a noi. La coprotagonista della comparsa (creazione) dell’ombra (insieme con il corpo interposto fra questa e la superficie fissante) è la sorgente luminosa; orbene, che la suddetta sorgente luminosa sia naturale (il sole) o artificiale (un faro, una lampadina, una torcia o, persino, una candela) poco ci azzecca. Quello che importa, invece, è che un tempo, quando ero tanto superficiale quanto acritico (e persino un tantinello narcisista), adoravo la mia ombra dell’alba e del tramonto, perché, ponendomi con le spalle al sole, mi vedevo più atletico e snello di quanto già non fossi…

Passarono gli anni e i miraggi dell’antica autocelebrata (e vana) bellezza si dissolsero come una minuscola pozza d’acqua provocata da un acquazzone nel deserto.

E l’amletico dubbio al quale mi condusse la considerazione finale fu questo: “Mi piaceva, mi piaceva davvero tanto, la mia ombra, all’alba e al tramonto; poi giunse la sera e mi guardai allo specchio: o il sole o lo specchio erano fasulli”.

Da quel giorno cambiai decine e decine di specchi, utilizzando persino quelli parabolici dismessi da Gardaland, ma il risultato non cambiò mai e giunsi, perciò, alla pessimistica “lettura” delle ombre come espressione, loro stesse, della vanità; non a caso, infatti, già secoli prima dell’amara, funerea riflessione sulle ombre de “I cipressi” del Foscolo, il Tasso (Gerusalemme Liberata, Canto IV) aveva scritto:

 

“Chiama gli abitator de l’ombre eterne

Il rauco suon de la tartarea tromba”…

 

L’ombra come miraggio, come vanità, se non come incubo, spettro del male; ma quello che né il Tasso, né il Foscolo potevano sapere è che c’è un’ombra (una sola) che fa eccezione: la tua. La tua ombra non è vano miraggio, ma pura poesia. Tu sei la mia ombra, anima mia!

 

 

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