Racconti, Scrittori salentini

Viaggio di Ritorno

di Lorenzo De Donno

Lorenzo Cavina: (Acquerello)

C’è un piccolo pendolo a pila, acquistato in un negozietto, in Alsazia, che imita il tic tac come se fosse un orologio meccanico. Il suo ticchettio batte il tempo passato, marcando idealmente anche la distanza, e un po’ mi dispiace, come quando ci si allontana dalle cose belle, ma sta già accorciando i giorni e le ore per la prossima partenza.

Milano, 10 dicembre 2017

Piove a dirotto all’uscita est di Milano Centrale. Il pomeriggio è iniziato in modo rocambolesco, con il traffico ferroviario proveniente dalla Liguria bloccato dai nubifragi e dai conseguenti allagamenti. Al di qua e al di là delle Alpi, invece, è bufera di neve. Ne ho vista tantissima ieri, attraversando la Svizzera, mentre tutto il resto dello “stivale” è battuto da venti fortissimi e piogge torrenziali. Buona parte dei treni verso Milano, che avrei potuto prendere da Pavia, ultima tappa del mio viaggio, sono stati soppressi. Un regionale di passaggio mi ha portato a Rogoredo e da lì ancora, pilotato in remoto da un’equipe improvvisata che, da casa, verificava sul computer i treni in transito, ho preso al volo un altro convoglio che mi ha fatto scendere, finalmente, al binario 25 della stazione Centrale.

E’ il binario più lontano, perché ha il capolinea disassato rispetto a quelli che si fermano più in là, dove le ardite arcate di vetro e ferro, che proteggono i viaggiatori dal vento e dalle intemperie, si appoggiano alla stazione monumentale. Poi una corsa verso l’uscita, accompagnata dal rumore assordante delle rotelle malridotte di centinaia di trolley, sospinti da tante persone che, arrivate in Centrale, non sanno se, nel disastro meteorologico in atto, potranno proseguire verso le mete prefissate.

Mi sforzo di ricordare il mio primo arrivo a Milano Centrale. Ero appena un ragazzino e il treno era vecchio e rumoroso. Ricordo la decelerazione e un tempo interminabile per l’avvicinamento al capo linea, gli scossoni ripetuti e i salti sugli scambi, i fischi e gli stridii dei freni.

Un posto dove la storia ha un rumore di fondo inconfondibile, che non cambia mai. Un suono tridimensionale, di voci distinte e di rumori secchi che ti circondano da vicino e di musiche, echi e annunci che arrivano da lontano, attutite e miscelate, rimbalzando fra le altissime pareti, le statue e i decori. Analogamente, è immutabile l’odore di gomma e di ferro, di caffè e trancio di pizza, i profumi speziati delle pelli scure e le scie di fragranze esclusive dei viaggiatori più eleganti.

Ho ancora da cercare, sotto la pioggia, un autobus che mi porti all’aeroporto di Bergamo, per prendere un aereo che, poi, dovrà sfidare i forti venti e i vuoti d’aria della perturbazione in atto, ma questa sarà un’altra storia. Molti voli per il sud, infatti, sono stati soppressi, ma quello per Brindisi lo danno per confermato. Il piazzale di partenza è proprio sul lato sinistro, uscendo dalla stazione. Di norma il primo mezzo che incontri è quello che parte prima, come accade nei parcheggi dei taxi, ma è quasi sempre già pieno. L’addetto ai biglietti è alto e grosso, e si ripara dalla pioggia con una cappa scura. Non si vede in viso e ricorda vagamente l’assassino di un film americano. Vedendomi arrivare di corsa, mi urla che sul suo pullman c’è ancora qualche posto e che si parte dopo due minuti. Sollevo l’ombrello per controllare visivamente quanto il mezzo sia realmente pieno, ma la pioggia non mi consente di valutare. Magari ci sono due posti ma non sono vicini, come servono a me, e quindi passo al successivo, nonostante l’occhiataccia dell’uomo che sta già per strappare il biglietto.

Ancora una breve corsa sotto la pioggia e arrivo al bus che parte dopo. Mi accodo agli altri viaggiatori in attesa, pago i dieci euro per i due biglietti, sistemo nel bagagliaio i trolley e poi salgo a bordo. Sedersi al caldo e all’asciutto è già un gran conforto e, da ora e fino all’arrivo a Bergamo, potrò finalmente rilassarmi.

Dopo pochi minuti anche il mio autobus parte. E’ il momento riservato alle chiacchiere, a ripercorrere qualche episodio del viaggio che abbia lasciato il segno (in positivo o negativo), ma il relax dura poco. Infatti fuori dal finestrino vedo scorrere un cartello stradale che indica “Linate”, una direzione diversa da quella che avrei dovuto prendere io! Mi sorge il dubbio, anzi ne ho la certezza, che, nella fretta di salire sul bus, non abbia controllato la destinazione e che quel mezzo mi stia portando, pertanto, verso un altro aeroporto. Significherebbe aver perso l’aereo irrimediabilmente. Nulla di realmente catastrofico ma, sicuramente, di molto problematico. Domani devo essere al lavoro, ad esempio, mille chilometri più in giù.

Ho bisogno di una conferma ma il guidatore è troppo lontano e le file davanti a me sono occupate da un gruppo di persone che discutono animatamente di fatti di famiglia appena accaduti, e non mi sembra opportuno disturbarli. Sull’altro lato del corridoio, invece, c’è un uomo, anzi poco più di un ragazzo, con una bella faccia pulita e un pizzetto di barba curato. Ha di fianco qualcuno che si appoggia sulla sua spalla. Lui parla dolcemente, fermandosi ogni tanto, come se rispondesse a delle domande e nel rispondere annuisce o scuote il capo per accompagnare i suoi “sì” e i suoi “no”. Approfitto del fatto che lui si volti un attimo verso di me e, scusandomi per il disturbo, gli chiedo se l’autobus sul quale viaggiamo sia diretto a Bergamo. Cerco anche di giustificare la mia incertezza con la fretta e il maltempo, perché non pensi di aver incrociato l’anziano in fase accelerata di demenza senile.

Il ragazzo mi sorride e mi risponde, con gentilezza, che non stiamo andando a Bergamo ma a Orio al Serio. La sua precisazione, durata la frazione di un secondo, mi ha fatto sussultare. E’ ovvio che andiamo a Orio, dov’è situato l’aeroporto, e non alla città di Bergamo. Giustamente, vuole dirmi che non scenderemo in città, se è quella la mia meta.

Mentre lui parla la persona che ha vicino solleva la testa dalla sua spalla. E’ una ragazza, e anche lei accenna un sorriso per poi lasciarsi quasi cadere sulla spalliera del sedile. Mi viene alla mente l’immagine di un quadro antico di cui non ricordo l’autore. Mi bastano, però, quei pochi secondi per capire tutto. Perché si copre la testa con una fascia di lana bianca e non ha capelli, ciglia e sopracciglia. Perché ha la pelle trasparente e una carnagione lunare. Perché è stanca e anche perché lui, per il seguito del viaggio, continuerà a parlarle dolcemente, non smentendo mai il suo sorriso. Perché fra i sedili ci sia anche una voluminosa cartella di plastica, colma di documenti.

Ora dovrei finalmente rilassarmi, pensare alle cose belle accadute nel mio viaggio. Dovrei…

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