Racconti, Scrittori salentini

La muta delle cicale

TIZIANA PEDONE – da LA MUTA DELLE CICALE, romanzo, Botanica Ornamentale Edizioni, Maglie, 2017

Ph. Giusy De Santis

“Siamo felici che tu abbia recuperato la tua energia e il tuo sorriso, quando sei arrivata sembravi persa tra i tuoi fantasmi. Sei molto più bella adesso”. Le parole di Margherita, mi sono arrivate diritte al cuore, come una carezza balsamica mi hanno fatta stare bene. Il tempo scivola via, se mi fermo a riflettere e torno indietro con il pensiero non mi capacito, è trascorso un anno da quando sono qui. eppure mi sembra ieri.

Quando siamo ritornate a casa, ognuna di noi si è rifugiata nelle propria camera, in un tacito accordo di libertà individuale. Lo facciamo ogni tanto, con piacere, di ritagliarci piccoli spazi di sereno isolamento, senza il dovere di darci spiegazioni. In genere è Teresa che interrompe il silenzio della casa con le note di musica classica, che lei adora. E poi, come lumachine che escono dal guscio, ci ritroviamo nel soggiorno. Margherita e Teresa sull’ormai vissuto divano a fiori, io sulla poltrona di simil pelle ereditata dall’anziana vicina di casa.

Dopo essermi infilata in un vecchio paio di jeans e una maglietta lisa dall’usura, ho tirato fuori dall’armadio una piccola tela vergine. Ho preso i pennelli e i colori, che avevo riposti in un cassetto e ho cominciato a dare le prime pennellate. Una rossa, una verde, una azzurra. Sorrido dentro di me. So che questi colori hanno un significato ben preciso e non sono per nulla casuali.

Non appena sarà possibile mi prenderò qualche giorno di vacanza. Ho bisogno di sentire il profumo del mare che batte selvaggio sulla costa rocciosa dell’Orte, ho voglia di toccare i tronchi contorti degli ulivi e di camminare sulla terra rossa che palpita di vita. Sento impellente la necessità di ritrovare le mie radici, la mia casa, i miei amici. Tutto quello a cui ho dovuto rinunciare.

E, all’improvviso, mi manca il piacere assoluto di guardare lontano, oltre l’orizzonte azzurro.

“Fino a che finisce il mare e comincia il cielo”. Sono queste le parole che dicevo a mia madre quando, nelle giornate più limpide, mi portava a guardare le montagne dell’Albania dal grande faro bianco della Palascia. E mi sembrava immenso.

Sarò mai davvero in pace con me stessa? Dubito ma lo vorrei.

Sono sempre più convinta di appartenere a quella categoria di anime inquiete e erranti, che avranno sempre un motivo per non sentirsi serene. Non importa, forse se fossi più tranquilla sarei destinata ad annoiarmi.

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