Scrittori salentini, Storia

Nel vento della guerra…con una valigia di speranza

 

Nel libro I della “Repubblica” di Platone si legge che, dopo aver ascoltato nel più  assoluto silenzio il dialogo tra Socrate, Cefalo e Polemarco, il sofista  Trasimaco interviene violentemente nella discussione asserendo che «il giusto (dikaion) è l’utile (sympheron) del più forte» ed ancora che  «la giustizia è un bene altrui».

Ora, senza voler disquisire sulle varie interpretazioni che i filologi attribuiscono a queste affermazioni  e forzandone il significato  in senso più lato, si potrebbe, a mio avviso,  affermare che anche la storia viene scritta dal più forte in modo tale che i vincitori possano manipolarla a loro piacimento.

Accade però talvolta che una voce fuori dal coro  possa operare “decostruendo” fatti storici che parevano inoppugnabili e così il dubbio s’insinua nella mente dei lettori più attenti e desiderosi  di conoscere la verità a costo  che si attui un  revisionismo storico che distingua i fatti dalle opinioni.    “Vexata quaestio” questa delle opinioni contrastanti e talmente diffusa  tra gli umani, da riguardare  molti  campi  dello scibile,  da quello filosofico che vede contrapposti i razionalisti agli empiristi  a quello  politico che si espande in una miriade di correnti che vanno dal liberismo sfrenato al socialismo reale e perfino religioso  dove lo stesso unico  Dio  venerato come tale dai cristiani, diventa Yahweh  per il mondo ebraico o  Allah per il mondo musulmano e così radicato in ogni fazione, da degenerare in sanguinosissime guerre fratricide.

Anche il nostro “glorioso” rinascimento, almeno per quanto mi riguarda, ha perduto il  fascino inculcatomi sui banchi della scuola, da quando sono incappato nel libro “Terroni” di Pino Aprile che mi ha costretto a documentarmi ulteriormente. E così dal “Sangue del sud”  di Giordano Bruno Guerri ai documentari storici  di Piero e Alberto Angela  e fino a “ I vinti del risorgimento” di Gigi di Fiore e decine di altri testi che non riporto per brevità, ma che sono facilmente reperibili in qualsiasi libreria, il dubbio si è fatto strada nella mia testa e  Garibaldi  non mi appare più come il coraggioso eroe dei due mondi come pure il nostro conterraneo Liborio Romano  mi lascia molto perplesso per i suoi discutibili consigli che fecero ritirare Franceschiello a Gaeta. E se è vero che l’ Italia è ormai finalmente unita  e sarebbe sacrilego scalfirne l’armoniosa intesa che almeno io sento per i nostri connazionali del Nord, pure mi piacerebbe essere certo della veridicità dei libri che mi raccontano la storia.

Difficile reperire un libro asettico che non parteggi, sia pure involontariamente per la fazione cui appartiene. Difficile a meno che a scrivere non sia una bambina o quanto meno un’adulta che scriva un racconto, o forse dovrei definirlo diario, con gli occhi della bambina  qual ella era ai tempi degli episodi narrati.

Mi riferisco in particolare a un libro poco conosciuto che dovrebbe diventare un “best seller ” per quello che racconta e per come lo racconta. Il titolo già si propone ricco di sorprese e di fanciullesca freschezza:

“Nel vento della guerra…con una valigia di speranza”

L’autrice è Silvana Accogli Alessandrì, un’insegnante ultraottantenne che conserva tutta la verve di una giovinetta e il suo racconto   è  così vivo, palpitane e coinvolgente, che ti sembra di vivere con lei tutte le traversie cui la seconda guerra mondiale l’ha costretta. Silvana aveva appena 7 anni   quando gli italiani  furono costretti ad abbandonare Bengasi per rientrare  in patria come profughi, lasciandosi dietro i sogni di grandeur cui la retorica di Mussolini li aveva abituati. Sospinti dal ghibli africano che tante volte aveva impolverato la loro casa,  lasciano l’Africa e, traversato lo stretto di Messina, raggiungono in  Puglia,  la piccola stazione di Giurdignano e da qui Minervino a bordo del biroccio di “zio Gioacchino”. Hanno lasciato, lei, sua madre e un fratellino, la casa e il resto della famiglia in Libia e tutto quello che hanno con loro è racchiuso in una piccola valigia dove però c’è un bene inestimabile che si chiama Speranza e che l’accompagnerà per tutta la durata del conflitto:

E ancora guerra…

Ti ho vista nel cielo

di primavera. Andavi

verso il sole al suo

sorgere per riprendere il nido:

i tetti non c’erano…

Avvolta in nubi di fumo

ne uscisti con l’ala

di sangue e garrivi sperduta.

Lamenti, pianto di bimbi,

voci disperate di madri

non risposero al tuo

 richiamo…

 Dov’è la primavera?

Forse laddove i morti piangono

la vita stroncata

e i vivi vedono la morte

in agguato?

 Tu incredula, innocua

creatura, in un mondo di pietra

non avesti risposta e volando

nell’aria di guerra, segnando

cerchi sempre più stretti

sparisti.

 Salì verso l’alto una

piccola piuma. Si gridò:

quella no, non abbattetela…

è la speranza!

 

Forse in queste sue brevi rime è racchiusa l’essenza stessa  del testo che è scritto con l’inchiostro del cuore e ci fa entrare nelle case, nelle famiglie, nel quotidiano della gente comune con quei piccoli problemi e quelle gioie che sono tipici dei piccoli paesi dell’Italia meridionale. Teneri ricordi della mia prima infanzia  mi tornano in mente mentre leggo la prima parte del libro: l’odore del pane fatto a casa, i giorni del bucato con la liscivia che scorre dal “limmo” di terracotta, una sensazione di pulito che pervade la casa mentre  “nonno Ciccio” ascolta di nascosto radio Londra per avere notizie della guerra. E poi le cartoline precetto che strappano i figli alla madri, i mariti alle mogli, i padri ai bambini che cominciano a capire l’atrocità della guerra con quell’esercito di braccianti e contadini, loro malgrado, dati in pasto alle fameliche bocche dei cannoni e delle mitraglie.

 Ma il racconto di Silvana prosegue e ci mostra un’Italia divisa a spicchi “talvolta seguendo il corso dei fiumi  e delle montagne che dividono e proteggono talvolta secondo frontiere  insensate, dettate dal caso”.

Una frase che prelude alla seconda parte del testo quando Silvana dovrà seguire la sua famiglia nel nord est dove i Tedeschi, quando Badoglio avrà firmato  il famoso armistizio con gli alleati, diventeranno i veri padroni di quel territorio formalmente sotto il presidio della “Repubblica di Salò”. E ci sembra di vedere questa povera nazione straziata e divisa da una guerra fratricida  mentre ella vaga proprio nei territori dove  divampa più violenta e insensata, resa ancora più cruenta dalla confusione che regnava sovrana. Città già  liberate dagli alleati, altre ancora sotto il giogo fascista e nazista, dove si aspettava  che Hitler  mettesse a puntol’arma totale”, l’ultima illusione di vincere una guerra già perduta.

E tutto questo mentre continuava la caccia all’ebreo, forse la peggiore ignominia del “ventennio” con quelle leggi razziali promulgate dal duce nel 1938 e “aggravate dal fascismo repubblichino del ‘43”.

Le pagine scorrono veloci sotto l’occhio del lettore, avido di conoscere i tanti retroscena di  una guerra descritta in particolari che non troverete mai sui testi scolastici e che non voglio svelarvi in anteprima per non togliere il gusto ai lettori di scoprirli da soli.

Posso solo anticiparvi che, nella descrizione di una guerra tanto assurda quanto crudele, vi troverete pagine di una dolcezza infinita, come la costruzione di un presepio descritto con la grazia di una bambina che  ci coinvolge e ci prende,  o la descrizione di un tedesco buono quasi a giustificare il comportamento dei soldati costretti ad ubbidire senza discutere  a  menti malate  e assetate di potere. E poi la capacità degli italiani di adattarsi all’ambiente, in quell’arte dell’arrangiarsi che è peculiarità saliente della nostra popolazione: costretti a lasciare le case delle città, oggetto di bombardamenti e violenze senza fine, i nostri finiscono per vivere in una colombaia che gli occhi della bambina ci descrive  proprio come una casa arredata amorevolmente da improvvisati “ conforts” in compagnia degli uccelli!

Una storia di sacrifici incredibili che diventano poesia.

E il barbone, già professore di filosofia, che vive ai margini della società, ma che è capace di gesti nobili come la restituzione al legittimo proprietario di un portafoglio pieno di soldi, è il simbolo stesso della natura umana dove tenerezza, crudeltà, odio, vendetta, amore e speranza, convivono insieme in un crogiuolo affollato  che fanno di questo strano bipede la creatura meravigliosa che chiamiamo UOMO. Dino Licci

 

 

 

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