Cultura salentina, Poesie, Scrittori salentini

Il manoscritto

di Franco Melissano

Galeotto il manoscritto e chi ne fu l’autore. Non avrei durato l’improba fatica di tradurre in versi tanti passi dell’Eneide e del De Rerum Natura, se non lo avessi trovato. Ma andiamo con ordine.

Tutto cominciò con quel benedetto testamento di un facoltoso nobile del Capo di Leuca di cui non posso rivelare il nome per ovvi motivi di riservatezza e deontologia professionale.

Quel testamento, con il quale uno dei figli veniva completamente pretermesso, gridava vendetta davanti a Dio e davanti agli uomini. E vendetta fu.

Il pretermesso, a mio ministero, impugnò l’atto di ultima volontà del genitore e, dopo i rituali diversi anni di causa, vide finalmente riconosciuti i suoi diritti di legittima da parte degli altri coeredi, grazie all’atto di transazione che pose fine alla controversia. Gli vennero attribuiti una cospicua somma di danaro e diversi beni mobili e immobili. Tra questi anche l’antica biblioteca di famiglia.

Erano tempi in cui sopravviveva ancora la mai troppo lodata consuetudine di accompagnare l’onorario per il proprio avvocato con qualche gradito presente, quasi a testimoniare tangibilmente l’apprezzamento per l’impegno professionale profuso e per il risultato conseguito. Fu così che il cliente mi volle gratificare regalandomi un antico elmo, che tuttora fa bella mostra di sé nel mio studio, e alcuni volumi della fornita biblioteca paterna. Vi era tra questi un’Odissea nella versione di Ippolito Pindemonte, elegantemente rilegata in marocchino rosso.

Terminata la giornata a studio, diedi subito una scorsa ai libri ricevuti e quale non fu la mia sorpresa nel trovare tra le pagine dell’Odissea un piccolo manoscritto vergato con quella grafia piena di svolazzi che tanto andava di moda nei secoli passati.

Lo stato della carta, ingiallita e sfibrata dalle ingiurie del tempo quasi fino alla consunzione, e le ampie macchie di unto e di umido presenti in quelle poche pagine inducevano ad ipotizzare che il manoscritto fosse stato inserito nell’Odissea in epoca alquanto recente. Verosimilmente, nel corso di tanti e tanti anni, doveva essere passato per diverse mani; di certo non era stato conservato con la cura che il valore artistico dell’opera avrebbe dovuto consigliare ai suoi possessori.

Molte righe erano ormai del tutto illeggibili; altre si decifravano a fatica e solo parzialmente tanto era sbiadita e scarabocchiata la scrittura. Mancava nella prima facciata qualsiasi intestazione o titolo. Si leggevano però le parole: «Iulo … genie di cotanto padre/ su focoso corsiero sopravanza/ […] d’un leo ovver d’un apro sua speranza». Nella pagina successiva, non senza sforzo e dopo lungo esame, ricostruii: «Fama … le nubi il crin celato/ di Ceo sora nonché d’Encelado». E poi ancora: «Primiera nomò ella padre il rege». In un’altra paginetta: «… peste … lacerti … / né aita… divi o delli umani/… speme non …  sovrumani/ […] cataste immani/… l’Ade/ il morbo … Olimpo sacro cade ».

Non starò qui a riportare gli altri versicoli spezzettati e saltuariamente leggibili per due buone ragioni: la prima è che il florilegio riportato già rende eloquentemente giustizia all’Autore sia della vastità enciclopedica della sua cultura che della squisita eccellenza dello stile; la seconda deriva dal fatto che, quand’anche mi fossi sobbarcato al gravoso onere di decifrare il decifrabile, l’opera, purtroppo, per lo stato miserando in cui versava il manoscritto, sarebbe rimasta irrimediabilmente incompleta.

Era evidente che l’estensore del manoscritto aveva tradotto in rima (v. sopravanza – speranza; umani – sovrumani – immani; Ade – cade, nonché la rima imperfetta celato – Encelado) alcuni brani del IV libro dell’Eneide e qualche passo del De Rerum Natura.

I ghirigori e i fronzoli della grafia, lo stile aulico e classicheggiante, la preziosità dei latinismi, la ricercatezza degli arcaismi, l’enfasi retorica che si potevano ricavare da quei brandelli – ovvero, per dirla con l’autore del manoscritto, dai “residui lacerti” della sua opera – congiuravano tutti a farne ragionevolmente collocare l’epoca tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del secolo scorso.

Anche la firma in calce era quasi del tutto sbiadita ed illeggibile; tuttavia, aiutandomi con una lente di ingrandimento, alla fine riuscii a ricostruire una parte del nome e l’intero cognome: “Me … co San Floras”. Considerato lo spazio cancellato tra “Me” e “co” era lecito supporre che il nome dell’Autore dovesse essere stato Menico.

Menico San Floras! Chi era costui?! Un professore di latino? Un ecclesiastico? Un erudito bibliotecario con la passione per la poesia? Per quante ricerche abbia condotto non sono mai riuscito a dare risposta a tali domande, sicché l’Autore del manoscritto, di fatto, è rimasto sostanzialmente anonimo.

Mi balenò, a questo punto, l’idea di riportare tutti i frammenti del manoscritto, accompagnandoli con una degna presentazione, nel tentativo di ampliare le indagini sull’Autore  coinvolgendo nella ricerca i miei lettori; ma poi, considerata l’esiguità degli stessi, abbandonai immediatamente il proposito.

Confesso che per un momento ebbi l’ambiziosa tentazione di colmare le lacune, sostituendomi all’Autore; ma, quando mi misi concretamente all’opera, mi resi dolorosamente conto che le toppe, per la diversità del tessuto e del colore,  sarebbero saltate all’occhio come in un vestito da Arlecchino.

Così, orfano della sagace guida di San Floras, non mi restava altra scelta che abbandonare del tutto ogni velleità e riporre il manoscritto nell’Odissea, lasciandolo dormire per chissà quanti altri anni, oppure ricominciare ab ovo, tentando di volgere in versi  qualche passo di quelle immortali opere che avevano affaticato l’Autore del Manoscritto. E qui cominciavano le dolenti note.

Come doveva essere la traduzione?

La prima questione rappresentava ormai un’antica querelle. Era da preferirsi una traduzione “bella e infedele” ovvero una strettamente aderente al testo latino, ma con una scarsa resa poetica in italiano?

Certo che qualunque scelta mi avrebbe esposto alle severe critiche dei sostenitori della tesi opposta, ho cercato di barcamenarmi tra Scilla e Cariddi, tentando una traduzione che, pur senza essere scolastica e pedissequamente letterale, restasse tuttavia fedele allo spirito del testo e non tradisse il nucleo essenziale dell’ispirazione che secoli fa mosse la fantasia creatrice dei nostri Poeti. Solo a lavoro ultimato mi sono reso conto che, in questo modo, avevo ottenuto il bel risultato di scontentare entrambe le scuole di pensiero!

Un altro cornuto dilemma torturava la mia mente. Considerata la vetustà e l’elevatezza poetica dei testi da tradurre, dovevo optare per una lingua aulica e letteraria, in consonanza con le opere latine però lontana dal gusto contemporaneo, ovvero per un linguaggio semplice e quotidiano, più rispondente ai tempi e tuttavia incapace di rendere la classicità degli originali?

Anche qui, incapace di scegliere definitivamente, ho finito per navigare nel mare magnum  delle diverse teorie senza bussola e sestante, lasciandomi portare dalla corrente. Ho cercato così di sfuggire sia alle lusinghe dolci e magniloquenti delle Sirene che ai triviali e pedestri adescamenti di Circe.

Infine, come rendere, sia pure in parte, il ritmo stupendo e la straordinaria musicalità degli esametri? Impresa titanica e pressoché impossibile.

La scelta di rime diverse (endecasillabi liberamente alternati con settenari, endecasillabi sciolti, endecasillabi a rima baciata e/o alternata, ed infine a rima incatenata) mi è sembrato lo strumento più adeguato per tentare di avvicinare di volta in volta la traduzione al ritmo del testo latino. E qui, avendo trascurato il verso lungo, oggi tanto à la page, mi scontrerò inevitabilmente con i suoi strenui difensori.

Inoltre, sono ben consapevole che anche su questa strada incapperò nelle occhiute critiche degli assertori del criterio dell’omogeneità delle traduzioni; ma oramai, essendomi imbarcato nell’impresa, sono rassegnato a ricevermi gli strali che da più parti mi giungeranno. D’altronde chi per questi mari va, questi pesci piglia.

Spero almeno che l’opera non risulti sgradita a qualche lettore.

Infine, mi auguro che essa non faccia rivoltare nella tomba il mio compianto professore di latino Claudio Micolano, alla cui memoria la dedico con reverente e affettuosa gratitudine.

Arde Didone dall’amor rapita

Quando si giunse infine alle alte vette

Subito vola Fama in un baleno

E sì che allor si impegnano i Troiani

E come quando sulle vette alpine

Era la notte sulla terra tutta

Cinti i capelli, sulle dolci gote

Nulla si sperde ché torna ogni cosa

Già molto prima di poter cantare

In fretta e furia vedevi passare

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Un pensiero riguardo “Il manoscritto”

  1. Complimenti, è un’ interessante storia di ritrovamento di scritti.
    Richiama “per certi versi” un’ altra storia del ritrovamento del manoscritto stesso del “De rerum natura” di Lucrezio da parte di Poggio Bracciolini nel 1417 (storia raccontata nel libro di Stephen Greenblatt e citata da Carlo Rovelli nel suo libro sulla gravità quantistica “La realtà non è come ci appare”)

    Mi piace

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