Cultura salentina, Pensiero meridionale, Scrittori salentini

Non è ancora giorno, non è ancora tempo.

di Lorenzo De Donno

Picasso: Guernica

Non è ancora giorno ma sono già sveglio, e ho una strana agitazione addosso. Provo a scrivere con la stilografica sul mio taccuino. È da troppo tempo che il numero delle pagine bianche è invariato e da altrettanto tempo ho scoperto che un taccuino da scrittore fa scena ma non è, di per sé, un catalizzatore di buone ispirazioni. Ascoltare il pennino che graffia la carta, lasciando inciso il suo segno nero, però fa compagnia. L’odore di tipografia dell’inchiostro liquido è evocativo, quasi inebriante.

Ma non devo scrivere una lettera d’amore, né inventarmi una storia, né trascriverne una rubata in una delle mie scorribande fra la gente. La stilografica suona, non è come una biro. Suona note basse e morbide sugli ovali, sulle curve, e note alte e quasi stridenti sulle aste, fa pause secche sui punti. Suona a prescindere da quello che scrivi. È una penna che ti costringe a riflettere, perché oppone resistenza e, spesso, si allea con virgole impazzite. Quelle virgole che decidono di trasgredire le regole della punteggiatura e di affiancare le parole, quando su queste vuoi fermarti a riflettere. Non è ancora Pasqua ma abbiamo già gli agnelli sacrificali. Sono i bambini siriani vittime di una strage assurda e continuata. Siamo dei gran vigliacchi, perché soffriamo veramente di più. Non siamo abituati al sangue e al fango che si raggrumano sulla pelle bianca di un bimbo bianco, di “razza bianca”.

Abbiamo già fatto, da tempo, l’orrenda abitudine, come se ci raccontassero storie normali senza il lieto fine (da scrollarci da dosso appena possibile), ai piccoli di colore che muoiono in Africa, non solo per la guerra. Morire giorno per giorno con lo stomaco atrofizzato, tanto da non riuscire a ingerire alcun cibo solido, anche ad averlo, non è meno atroce. Non è ancora tempo per piangere. Non piangiamo i bimbi che muoiono in tutto il mondo. Non ci meritiamo davvero questo sollievo. Se abbiamo lacrime a buon mercato lasciamole per le platee dei cinema e per le carrambate del sabato sera. Chiudiamo la busta, per favore, lasciando i bambini dall’altra parte, in un’altra parte, il più lontano possibile dal nostro vivere. Le storie senza lieto fine sono sempre esistite. Ora che è già luce, ripongo la stilografica nello stipo, in un vecchio, delicatissimo, bicchiere degli anni 50, con disegno a smeriglio.

Me la tiene in posizione eretta, perché l’inchiostro nero rimanga nel serbatoio e non intasi il pennino. Dover copiare tutto questo sullo smartphone è un fastidio. Potrei abbinare alle lettere dell’alfabeto delle note musicali, invece del “tic tic” che simula un’improbabile macchina da scrivere. E’ una possibilità datami dallo strumento. Sarebbe, comunque, una brutta musica.

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