Antropologia culturale, Archeologia, Arte, Ceramica, Pittura, Saggio, Storia

Farsa fliacica. Una forma teatrale popolare

        di Apostolos Apostolou

La prima commedia nella storia di teatro. La commedia teatrale di Sicilia e di Salento

Un attore impersona uno schiavo atticciato. Scena di farsa fliacica da un cratere a calice siceliota a figure rosse (350–340 a.C.) Museo del Louvre, Parigi. Da Wikipedia

Nel teatro classico non esistono solo due forme teatrali (cioè tragedia e commedia)  ma anche esiste una terza che si chiama  farsa fliacica. Possiamo vedere le forme teatrali in mondo classico. Tragedia (in greco τραγωδία=canto dal capro, da τράγος= capro e ωδή=canto. L’etimologia “canto che ha come premio un capro”, oppure più probabilmente, “canto che di attori mascherati da capri”collega la tragedia al culto di Dioniso, in particolare al dramma satiresco, in cui i Satiri (i capri) formavano il corteggio di Dioniso. La stessa tragedia nata dai riti del culto religioso, conteneva i grandi temi della vita e del destino dell’uomo. Secondo Aristotele la tragedia «è mimesi di un’azione seria e compiuta in se stessa con una certa estensione; in un linguaggio abbellito di varie specie di abbellimenti, ma ciascuno a suo luogo nelle parti diverse; in forma drammatica e non narrativa; la quale, mediante una serie di casi che suscitano pietà e terrore, ha per effetto di sollevare e purificare l’animo da siffatte passioni». [1]

La partecipazione del teatro greco antico viene con l’orchestra.  L’orchestra (il termine deriva da “orhkeo” = danzare) era lo spazio destinato alle evoluzioni e spostamenti del coro. Il teatro ha dunque origine dalle celebrazioni religiose in onore di Dioniso, il dio della linfa vitale della natura, del vino, dell’estasi e della parte più istintiva dell’uomo. Nel VI secolo a.C., durante le quattro feste in onore di Dioniso, venivano intonati canti in onore del dio, chiamati “canti del capro”, cioè tragedie, se venivano sacrificati dei capretti, e venivano cantate in coro storie dai miti, accompagnate da danze. Scrive Aristotele nella Poetica che la tragedia nasce all’inizio dall’improvvisazione, precisamente “da coloro che intonano il ditirambo” (ἀπὸ τῶν ἐξαρχόντων τὸν διθύραμβον, apò tōn exarchòntōn tòn dithýrambon), un canto corale in onore di Dioniso.  All’inizio queste manifestazioni erano brevi e di tono burlesco perché contenevano degli elementi satireschi; poi il linguaggio si fece man mano più grave e cambiò anche il metro, che da tetrametro trocaico, il verso più prosaico, divenne trimetro giambico. [2]

Questa informazione è completata da un passo delle Storie (I, 23) di Erodoto e da fonti successive, in cui il lirico Arione di Metimna è definito inventore del ditirambo. Il ditirambo, in origine improvvisato, assume poi una forma scritta e prestabilita. Il coro s’indirizzava alla thymele (θυμέλη), l’ara sacrificale, e cantava in cerchio, disponendosi intorno ad essa. [3] Nei teatri greci più antichi era di forma circolare, o raramente trapezoidale, o poligonale; nei primi teatri monumentali è circondata per poco più della metà del perimetro dalla cavea, addossata quasi sempre a un pendio naturale. Un canale coperto (euripo) di lastre correva tutto intorno all’orchestra, per permettere all’acqua della cavea di defluire. Il piano dell’orchestra era di terra battuta. Ai lati erano due entrate (parodoi) poste tra le testate della cavea e la scena: esse servivano sia per gli spettatori, sia per gli attori, e sia per il coro. Nel periodo ellenistico gli attori compariranno sul proscenio dalla parte della scena.  La cavea aveva la forma di un semicono In età classica era diviso in più settori sovrapposti separati da un corridoio (diazoma); scalette radiali dette kerkides dividevano il koilon in cunei affiancati detti klimakes. [4]

Commedia, in greco antico e moderno  Κωμωδία = commedia, proviene  da κώμος = festino e ωδή = canto, cioè canto del festino.  La commedia nacque verso il VI secolo a.C. dall’unione della parte corale dei canti celebrativi legati ai temi della fecondità con parti recitate ricavate da forme teatrali popolari già esistenti in precedenza (farsa megarese e farsa fliacica)  la commedia antica (V-inizio IV sec. a.C.), a carattere di prevalente satira politica; la commedia di mezzo (IV sec. a.C.), caratterizzata dalla parodia di dèi e di filosofi; e la commedia nuova (del IV-III sec. a.C.), volta a rappresentare la vita privata. Aristotele sottolinea, inoltre, che essa aveva avuto origine da coloro che cantavano i canti fàllici, evidentemente agricoltori che invocavano la fertilità della terra recando in processione, tra lazzi e motteggi, il simbolo maschile della fecondità. Il principale autore di questo tipo di commedia è Aristofane (445-388 ca a.C.). Nelle 11 commedie intere che ci sono pervenute (Gli Acarnesi, 425; I Cavalieri, 424; Le Nuvole, 423; Le Vespe, 422; La Pace, 421; Gli Uccelli, 414; Lisistrata e Le Donne alla Festa di Demetra, 411; Le Rane, 405; Le Donne al Parlamento, 392; Pluto, 388).

Con Aristofane comincia un teatro nuovo che si chiama farsa fliacica. E questo teatro si sviluppa in Magna Grecia, Sicilia Salento ecc. I Fliàci erano una sorta di saltinbanchi girovaghi, che allestivano semplici palchi su pali di legno in giro per la Magna Grecia e nell’isola di Sicilia. Fliaci è un epiteto dello stesso Dioniso del suo seguito deriva dal verbo φλύω in greco antico cioè scorro. Dato che, Dioniso era originariamento la linfa vitale che scorre nel mondo vegetale e determina la riproduzione.

Nella loro prima fase (V secolo a.C.) tali attori non usavano testi scritti, ma un canovaccio col quale aiutarsi improvvisando dialoghi in dialetto dorico. Il loro lavoro contribuiva ad esaltare l’atmosfera gioviale e sconcia delle feste dedicate a Dionisio. Gli attori indossavano dei costumi buffi, rigonfi, e addobbati con riferimenti all’organo genitale maschile. Farsa fliacita recita tata cioè da fliaci, autori travestiti con enormi pancioni e muniti di gigantesco fallo.

Secondo la bibliografia la farsa fliacica In Magna Grecia e Sicilia dalla fine del V al III secolo a.C. si diffonde la farsa fliacica, commedia popolare, in gran parte improvvisata in cui gli attori-mimi erano provvisti di costumi e maschere caricaturali. Anche molti studiosi dicono che la farsa megarese e la fliacica proseguono la loro fortuna popolare e continuano probabilmente nell’ atellana latina. Nel Vaticano Museo Etrusco esiste una scena di una fliacica con Giove e Mercurio: particolare della decorazione di un vaso (350-40ca a.C) di Astea, e  di Poestum.

Esistono scrittori poeti che si chiamano fliacografi. Fissata in forma letteraria da Rintone di Siracusa, tutto quello che ne è rimasto sono le raffigurazioni su vasi, ritrovate nei pressi di Taranto, il cui studio ha permesso solo una parziale ricostruzione del genere. Rintone di Siracusa fliacografo e poeta diede al genere una maggior eleganza e finezza letteraria: cosa non semplice considerando lo scopo che si prefiggeva tal genere di farsa. L’ispirazione mitica ebbe un suo primo campione in Epicarmo, come detto, gran maestro dell’affine farsa megarese, ma Rintone trae spunti compositivi anche dalla tragedia, ed in speciale modo da quella di Euripide. Della produzione scenica di Rintone, che probabilmente era formata da 38 drammi ilari, ci rimangono nove titoli (Dulomeleagro, Eracle, Anfitrione, Ifigenia in Aulide, Ifigenia fra i Tauri, Medea, Meleagro schiavo, Oreste, Telefo) e 28 frammenti, scritti tutti in dialetto dorico di Taranto. Alcuni dei drammi buffi vestono di farsa, come detto, le tragedie di Euripide. [5] E’ sicuro che la forma espressiva del mimo abbia avuto la sua origine in Sicilia; sempre da Diogene Laerzio, sappiamo che anche da tale forma espressiva Platone trasse ispirazione, conformando alcuni suoi caratteri ritratti nei vari dialoghi. “Pare che Platone sia stato il primo ad introdurre in Atene anche le opere del mimografo Sofrone da altri neglette e che al suo stile abbia conformato alcuni suoi caratteri e una copia dei mimi sia stata rinvenuta sotto il suo cuscino”. (Diogene Larezio; III, 18; op. cit.). [6]

Anche secondo Aristotele «L’arte che adopera le nude parole e quella che adopera i versi, o in combinazione gli uni con gli altri o usandone di un solo genere, si trovano ad essere fino ad oggi senza nome (da notare che i nomi già esistevano, Aristotele li considera inadatti, n.d.A.) Non possediamo infatti alcuna denominazione comune per i mimi di Sofrone e di Senarco e per i discorsi socratici (…)». La farsa fliacica è una forma teatrale popolare con la dinamica del rapporto sociale, e secondo Aristotele, che nella Poetica attribuisce ai siciliani Formide ed Epicarmo i primi testi teatrali comici, la commedia siracusana precedette quella attica. [7] Di Epicarmo ci restano pochi frammenti di un’opera comica (mimo). [8] Cosi la commedia nacque prima in Italia (Magna Grecia) e poi abbiamo la forma della commedia con un’altra struttura ad Atene.

 

Note:

[1] Aristotele, Poetica, VI,1449 b, 24 -25 e segg.

[2] Harold Caparne Baldry, The Greek Tragic Theatre, Cambridge University Press, 1951, Anche, vede:  Wikipedia. It.

[3] Lo stesso.

[4] Teatro Greco dgiardina.wordpress.com

[5] Jean-Claude Carrière, Le Carnaval et la politique. Une introduction à la comédie grecque suivie d’un choix de fragments, Belles Lettres, Paris, 1979. Anche liberliber. It

[6] Lo stesso. Liberliber.it

[7] Lo stesso. Liberrliber.it

[8] Jean-Claude Carrière, Le Carnaval et la politique. Une introduction à la comédie grecque suivie d’un choix de fragments, Belles Lettres, Paris, 1979.

 

Apostolos Apostolou

Docente di filosofia.

 

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