Racconti, Scrittori salentini

E’ tempo di salpare- Lettera di un marinaio

di MADELENE N’DIAYE CANITANO

Foto di Giusy De Santis

Vi racconterò una storia. Una storia di note, colonne sonore, musica, sorrisi, concerti, voci e ritmo. È iniziata cinque anni fa proprio nella mia scuola: ero una bambina in cerca di un orizzonte da raggiungere, in cerca di insegnamenti che mi potessero aiutare a diventare qualcuno; una bambina che, con la “navicella del suo ingegno”, alla fine della sua crescita, avrebbe dovuto inoltrarsi in mare aperto.
Il primo giorno d’orchestra avevo paura, con le mani tremolanti tenevo stretto il mio violino e con occhi sfuggenti cercavo la sicurezza nello sguardo dei più grandi.
Mi sedetti accanto ad altri violinisti che, fin dall’inizio, mi affiancarono nell’esecuzione dei brani dandomi consigli, correggendo gli errori ed incoraggiandomi ad esprimere me stessa in ogni nota. Nell’auditorium entró il mio professore di lettere con un violino sorridendo a tutti noi ragazzi; notai subito la sicurezza che cercavo nello sguardo del mio maestro, quel tipo di sguardo che cerchi negli occhi dei genitori quando vieni spinto sulla bici senza rotelle per la prima volta e tu hai una paura tremenda di cadere.
“Buongiorno a tutti, vedo che ci sono anche i nuovi marinai oggi, che ne dite iniziamo a suonare un po’?” disse il maestro Cananà con la sua voce calda e accogliente mentre girava con decisione gli spartiti in un raccoglitore giallo. Dopo la prima nota capii subito perché ero lì, perché avevo deciso di entrare a far parte di quella famiglia. Nell’aria l’odore della pece, nelle orecchie mille suoni diversi, sulla pelle si avvertiva ancora leggero il caldo semiestivo di settembre e nel cuore fuochi d’artificio. All’inizio non pensavo di essere all’altezza di quell’orchestra e lo dissi al mio maestro che con un tono di rimprovero mi disse “Non sottovalutarti mai, qui si viene per imparare tutti insieme, quando si suona in orchestra non si è mai soli, si deve imparare ad ascoltare ogni strumento, ogni persona; non sei tu e gli altri, siete tutti insieme, ognuno a suo modo è necessariamente importante.”
Proprio da quel momento posso dire che ebbe inizio il mio viaggio in orchestra: non dimenticherò nessun concerto, nessun brano, nessun musicista. Ho imparato diverse cose suonando in quest’orchestra: ho imparato che un brano classico può essere rivisitato trasformandolo in una versione più personale grazie al maestro Cananà; ho imparato a seguire il ritmo della tradizione salentina, a “dirigere” un’orchestra e a suonare direttamente non solo le corde del mio violino ma anche quelle della mia terra grazie al maestro Ciardo; ho imparato che la musica leggera può sorprendere, che non è stata dimenticata, che ognuno di noi ha la possibilità di legare il proprio suono a quello di qualcun altro mescolandolo alla perfezione tra un magnifico verso e l’altro di De Andrè grazie al maestro Sergi.
Ho inciso tutto nella mia mente, come fosse un disco, e la cosa più bella è che posso riascoltare tutto quando ne ho voglia, basta prendere in mano il mio violino che subito l’odore della pece mi riporta a Roma davanti al papa come nel 2014, al carcere di Borgo San Nicola l’8 marzo del 2016 davanti a donne che si sono commosse ascoltando le nostre note; ad agosto di due anni fa quando il ritmo delle nostre pizziche infuocava l’atmosfera di Martano in una delle tappe del tour della notte della Taranta; al teatro di Lecce sotto le luci blu che ci illuminavano mentre suonavamo l’Eine Klein di Mozart; fino a questo cortile, dove ogni anno sotto le stesse stelle, quelle di Fabiana, il mio cuore si commuove sempre un po’. Ogni certamen un anno passato, mille esperienze vissute con tutti questi ragazzi che da molto ormai sono diventati la mia famiglia, il mio posto sicuro, il porto da cui ora con la mia non più piccola “navicella” devo, purtroppo, salpare e raggiungere quell’orizzonte che col passare degli anni è diventato sempre più nitido.
Tutto quello che posso dire è grazie: alla preside per ogni opportunità che mi ha dato per dimostrare di saper fare di più; ai miei maestri che con grande professionalità, ma anche con grande affetto, mi hanno cresciuta come una figlia e sono grata loro per avermi insegnato ad ascoltarmi e ad ascoltare; e per ultimi ma non meno importanti, non uno, ma mille grazie a tutti questi ragazzi. Mi rivolgo a voi, non rinunciate mai alla vostra musica, alla nostra musica; siamo una sinfonia, siamo un’esplosione di armonia e melodia, facciamo sorridere l’universo con la nostra musica, mi fate sorridere il cuore.
Ed ora che è arrivato il fatidico giorno, ora che è arrivato il mio ultimo concerto con voi, mi rendo conto di quanto ho vissuto, di quanto mi avete lasciato e di quanta paura ho del mare aperto, ma tutti i marinai devono affrontare l’ignoto. Ciò che vi voglio lasciare è il ricordo di un’esperienza indimenticabile e si, tutti i sacrifici e i pianti ne sono valsi la pena.
Non avete idea di quanto sia bella la vista dall’orizzonte.

MADELENE N’DIAYE CANITANO – E’ tempo di salpare- Lettera di un marinaio

 

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