Racconti, Scrittori salentini

Goldberg Variations One

di Bruno Marchi

Foto di René Duverger: Torre Canne, 1987

Credevo che il tempo aspettasse Godot e che l’industria culturale con i suoi mefitici miasmi non avrebbe reso sanguinolenta questa vita. Una macelleria d’anime grondanti liquidi maleolenti e verdastri, purulenti.

Il centro del mondo coincide ancora con il silenzio delle coscienze. Come prima dell’avvento di un’effimera, taumaturgica e consolatoria spiritualità. Com’era nell’antica disperazione di fame d’amore non soddisfatta dall’uccisione delle fiere di marzo appena sveglie dal letargo.

Ormai i lumi sono spenti. Buia e cieca la ragione brancola e non s’accorge della deriva di mare dei pensieri che non guardano più negli occhi l’altro quando si fanno verbo.

Una mummificata, asfittica, pelle riveste la carcassa del giorno che fu luminoso quando tutto sembrava avere senso e la canonicità del riverbero, sommato alle risonanze espressive di un mondo interno ancora stabile, aveva una sua ragione d’essere a fronte degli sputi dell’ordine costituito perchè tanto tutto deve andare come deve andare ed ognuno stia al suo posto. Amen.

Nel silenzio leggero, tra le note che riempiono di poco lo spazio inseguendosi tristi, il pulviscolo animato dalla luce del pomeriggio danza un’intonata coreografia dalla trama oscura.

Un fetore di gatto impregna il divano di foglie e crine. L’afa meridiana d’agosto, al riparo dell’altoforno, scioglie l’asfalto che ondeggia stomachevole ed il senso dell’istante perso ha l’alito pesante di chi ha mangiato aglio e bevuto vino scadente. Dovrei pisciare ruttando dal crinale della collina di detriti minerali, rossi e ferrosi, mentre la ciminiera eiacula fumo senza sosta regalando uno straziato cielo rosso di diossina.

Su questo divano il respiro ed il cuore fremono e saltano e s’inceppano al pensiero degli occhi di lei dai lunghi capelli neri, tristi da guardare e profumati di basilico. Occhi paghi di un bene corrisposto a rate ed appena sufficiente a sognare. Un sentire sottopagato che non riesce a spingere oltre il confine di questo universo corrotto e ridotto a crepuscoli d’amore consumati dal desiderio di ciò che avrebbe potuto essere e che mai è diventato. 

Sudore e umore acre mitigati dalla tramontana che arriva a sorpresa alle spalle dello scirocco, ansioso di riprendere il suo posto in prima fila così da portare in casa l’odore del mare e delle barche attraccate al molo.

Sudore e umore acre del cuore che batte al tempo di una banda di scalmanati urlanti e madidi di funesta, distruttiva, eccitazione.

Via di qua, subito.

E così, retto da fittizi sostegni riprendo a vivere tutte le mattine. Via, via e ancora via. Correre, scappare, lasciare che qualcuno mi insegua e mi raggiunga e mi tocchi e mi prenda tra le sue untuose, fetide, fredde membra di pesce avariato.

Vado, vado e vado verso una buia meta.

Tu non capisci ma io vado. Tu non m’insegui ed io vado. Tu non mi chiami: io vado fino a quando vibrazioni irregolari attraverseranno il petto ed immagini infantili saliranno dalla reminiscente cantina.

Dimmi, chi sei veramente? mi chiedo. Non lo so. Ho già subito modificazioni che mi rendono irriconoscibile. Lo sguardo non è più lo stesso. Anche le mani sono cambiate a causa dell’artrosi emotiva. Dentro non riesco a vedere. Uno schermo biancastro di sperma schizzato sulla vetrata che separa il bene dal male lascia filtrare solo ombre ambigue e viscide che mi braccano al limite dell’assurdo mio sentire l’interno vuoto; al confine dell’inconscio che non riesco a bucare, all’esterno della follia del discorso raccontato e abusato.

Mi guardo intorno sperduto da tanta insistente vita che dentro mi preme, fino alle tempie doloranti e all’inguine indolenzito. Cuore impazzito. Ma il ritmo cala. Inspiro l’autunno del sud e mi sento restituito a quel poco di spirito e memoria che sono in me.

Nelle stanze vuote intorno a me, riverso e terrorizzato, fiato corto e tracciato ai suoi confini massimi, trovo me dall’anima maleodorante piegata in due a vomitare. 

Nelle stanze vuote delle ore passate a fare niente vagano pensieri e parole dette tra chi cerca ancora e chi ha cominciato appena.

Nelle stanze della rimembranza vago alla ricerca del senso che non riesco a dare a questi giorni fino a quando l’acusmatico tuono dello stomaco che sobbalza eccitato cambia improvvisamente l’aria, svuotandola e riducendola al nulla di un pene dopo l’orgasmo.

Miscele oniriche e perverse mi svegliano bagnato, liquido, opaco. La mente non riesce a rientrare a tempo e sosta a mezz’aria con la nostalgia di una possibilità fantastica quasi reificantesi. Il vortice del pensiero aspira il panico e lo manda fuori dalla coscienza. L’occhio ritrova il punto di contatto rassicurante nel buio delle paure. Il peso del corpo si fa reale e solo allora il cuore riprende il suo regolare ritmo.

Normalità.

Non comprendo come il tempo morda l’esistenza rendendola debole, ma ancora sono forte e penso come allora, quando scrivevo musica all’alba di uno scoglio, libero dal giogo delle idee e del compromesso con la vita, insieme a sorella musica che sempre mi eleva, mi fa mettere in piedi per meglio sputare in terra. Ma il segno del tempo ha adombrato gli occhi che ridevano e solo nelle lacrime che non asciugo ritrovo sapori e profumi sopiti e rovisto tra i cocci di una giovinezza infranta, antico specchio incantato che non funziona più.

A tratti la nebbia mi attraversa fredda, impalpata, e mentre tracce di gomma sull’asfalto indicano la strada immoto sto ed attendo che la marea della vita salga e mi raggiunga ciclicamente.

Allora mi prende la vita di questa voglia di dentro che sale verso il cielo esaltando nel suo stesso essere il senso dei giorni.

Mi prende la vita di questa rotta oscura, difficile da illuminare e impossibile da indovinare.

Mi prende la vita di una notte d’estate fredda e ventosa, aperta per me dal mattino al tramonto del limite, chiusa agli eventi che potrebbero turbarla.

Sul vento corre, come un’acrobata sull’onda, l’emozione di un viaggio destinato alla permanenza e spazi immensi davanti agli occhi si aprono perché ho il coraggio di parlare come voglio.

Spazi immensi percorro perché ho la forza di correre con il freddo sulla faccia.

Spazi immensi vivo perché esco da questa vita che è la mia dolce prigione.

Sogno dunque di arrivare in fondo al castello in una notte sola. Sogno di vestire di bianco ad un banchetto in mio onore. Sogno un’assenza che mi riempia.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...