Racconti, Scrittori salentini

Pescatori abusivi

di Lucio Causo

   Antonio e Vincenzo giacevano in fondo alla corsia del reparto chirurgico dell’Ospedale Militare. Le loro condizioni non erano certo delle migliori se, dopo le prime cure tentate all’Infermeria di Marina, avevano dovuto trasportarli nel più attrezzato Ospedale della Marina.

   Dell’equipaggio del Santa Cristina, un buon peschereccio di circa venti metri di lunghezza, erano gli unici che avevano potuto strappare alla morte la loro carcassa di marinai rotti a tutti i rischi.

   Gli altri, a cominciare dal padrone, Salvatore, ci avevano lasciato la pelle.

   Quelli del Santa Cristina si vantavano di essere duri a morire, ma la violenta esplosione della grossa mina vagante aveva ridotto in miserevole paccottiglia anche un colosso come Nicola, un furbo matricolato come Peppino, e un esperto macchinista come Gerardo. Di loro non si era trovato più nulla.

   Non era la prima volta, da quando c’era la guerra, che disgrazie del genere avvenivano lungo la costa dell’Adriatico, ma questa volta l’opinione pubblica era rimasta talmente scossa che la faccenda avrebbe avuto certamente un seguito giudiziario, politico e militare.

   La colpa di questi drammi era imputabile alla crisi dell’industria della pesca causata dalla guerra in corso. Le flottiglie dei pescherecci non potevano più spingersi al largo a tendere le grosse reti e soltanto qualche piccola imbarcazione s’arrangiava, per sopperire ai bisogni della popolazione locale, navigando lungo la costa.

   I migliori pescherecci erano per la maggior parte passati al servizio della Marina per essere adibiti al lavoro di sorveglianza e di dragaggio delle mine, con specialisti a bordo; altri venivano impiegati per il non meno pericoloso servizio di piccolo cabotaggio di materiale bellico, trovandosi in taluni casi più conveniente impiegare questi modesti battelli, anziché le carrette della Marina, non solo perché avevano maggiore probabilità di sfuggire agli attacchi aerei e alle insidie dei sommergibili, ma anche perché, in caso di perdita, il carico posto a rischio era sempre minore. Bisognava, inoltre, tenere conto che i pescherecci potevano sempre trovare rifugio in qualche insenatura della costa.

   Quindi alcuni padroni di pescherecci cercavano con tutti i mezzi di trarre il maggior reddito possibile dai loro battelli, anche se, per raggiungere lo scopo, dovevano rischiare la loro pelle e quella dello scarso equipaggio che avevano alle dipendenze; nonché potevano incorrere nelle gravi sanzioni minacciate dalle Capitanerie di Porto.

   Dai punti meno sorvegliati della costa, specie dopo le giornate di mare grosso, alcuni pescherecci guadagnavano il largo e si portavano ad incrociare nei pressi dell’imboccatura del canale d’Otranto, alla ricerca di merci e materiali vari di piroscafi affondati durante la navigazione.

   Il mare generoso restituiva quasi sempre almeno una piccola parte del carico delle navi che finivano sventrate nel fondo del mare.

   Sui pescherecci si lavorava di gran lena con arpioni e reti per tirare a bordo una pesca di nuovo genere: balle di mercanzia di ogni specie, dal cotone alla gomma, dalle casse di carne in scatola a quelle di tè o di liquori, dai sacchi di caffè a quelli con carne salata.

   Insomma tutto quello che non andava a fondo e tutto quello che non subiva avaria dalla salsedine.

   Il prezioso bottino veniva portato a terra in località deserte e poi venduto agli incettatori pronti a pagare in contanti, sicuri di ricavare un prezzo triplo o quadruplo sul mercato nero.

   Quando i padroni dei pescherecci non erano fortunati nelle loro spedizioni clandestine, spingevano la loro audacia fino al punto di rimorchiare entro qualche rocciosa insenatura, che offriva possibilità di approdo, anche delle mine vaganti.

   Dopo averle fatte arenare con ogni cautela, iniziava, da parte dell’equipaggio, il lavoro più pericoloso.

   C’era fra quei pescatori chi aveva acquistato ormai una grande pratica nella difficile opera di disinnescare i vari percussori delle mine. Una volta resa inoffensiva, la mina veniva tirata completamente a terra, aperta e svuotata del carico esplosivo, mentre l’involucro veniva demolito.

   Per lo più i percussori venivano ributtati in mare; la carica era ceduta a degli specialisti che la trasformavano in eccellente concime e l’involucro era venduto come rottame.

   Parecchi biglietti da mille erano così ricavati dal recupero di quelle mine molto pericolose ed il guadagno veniva poi ripartito tra l’equipaggio.

   Era stato durante lo svolgimento di una rischiosa operazione di recupero di una grossa mina inglese, con la quale  aveva ormai preso eccessiva confidenza, che la maggior parte dell’equipaggio del Santa Cristina aveva trovato una tragica morte.

   Non era però da  escludersi che Antonio e Vincenzo, una volta rimessi in piedi, sarebbero tornati, con l’ostinazione propria dei pescatori della nostra terra, a rischiare di nuovo la vita.

      

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