Recensioni

La macchia umana di Philip Roth

di Elena Tamborrino

Questo è un post difficile da scrivere, perché dovrei parlare di questo libro, mentre per poterlo fare non dovrei essere la modesta lettrice che sono. Nel senso che, a seconda degli scrittori con cui entro in contatto, mi sento una lettrice esperta, forte, gagliarda, con grandissimo spirito critico, oppure un qualcosa di davvero misero, un’ascoltatrice di storie così grandi che qualunque osservazione risulterebbe banale e farebbe storcere il naso a qualunque critico letterario (o presunto tale, come tanti si atteggiano).Quindi, da questo preambolo si evince che davanti alla scrittura di Philip Roth io mi inchino e taccio. Leggo, ammiro, mi faccio prendere, mi emoziono, partecipo, mi riconosco ma non do giudizi che si potrebbero sintetizzare solo in uno scontato “è un libro bellissimo”.

Cosa colpisce della storia di Coleman Silk, narrata dall’alter ego di Roth, lo scrittore Nathan Zuckerman (già voce di “Pastorale americana” e “Ho sposato un comunista”)? Lo smarrimento davanti all’abisso della psiche umana, le domande poste dal segreto dello stimato Prof. Silk (stimato fino all’incidente lessicale che lo coinvolge in un’accusa di razzismo), quello di essere di colore, non essendo di colore a causa di fattori genetici che lo fanno passare per il bianco che non è. Questo segreto, più che la relazione con la bidella del college in cui Silk insegna ad Athena, la trentaquattrenne analfabeta Faunia, è il cardine della vicenda, intorno al quale ruotano personaggi potenti e contraddittori, tra cui spicca Delphine Roux, la docente che accusa platealmente Silk per la relazione scandalosa con Faunia.

Ma ciò che mi preme sottolineare è che ciò che fa di uno scrittore un “grande scrittore” è la capacità di sprofondare nella psicologia dei personaggi, l’abilità di inventare storie verosimili senza necessariamente attingere dal vissuto altrui, come quelli che ti spiano il carrello della spesa, in fila alla cassa del supermercato, origliano le conversazioni con tuo marito e poi ci imbastiscono il raccontino.

E poi ancora è lo stile, il lessico, la possibilità di volare alto sopra qualunque argomento, soprattutto il sesso, senza banalizzarlo, ma colpendoti al centro del torace, come con un pugno che ti blocca il respiro e ti lascia un attimo senza parole (e poi fai fatica a riprenderti).
La scrittura di Roth, fa così: ti sovrasta e quando chiudi il libro hai bisogno di riprenderti.

Ho ancora molti anni per completare la lettura dell’opera omnia di questo grandissimo scrittore, che mi ha spiazzato ogni volta che ne ho letto un romanzo, ognuno dei quali ha rappresentato un discrimine. Lo farò, approfittando della collana che sta uscendo con il Corriere della Sera, sulla base dell’edizione Einaudi, con le traduzioni di Vincenzo Mantovani e che mi farà completare la raccolta dei titoli che già fanno parte della mia biblioteca personale.

E un’altra cosa vorrei dire: ora che sto leggendo da mesi i romanzi di alcuni premi Nobel per la Letteratura, fermo restando che gli Accademici di Svezia non hanno voluto assegnare il premio a Roth e ormai amen, mi chiedo cosa hanno di più scrittori come Alice Munro o Patrick Modiano. Me lo chiedo proprio.

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