cultura meridionale, Cultura salentina, Gastronomia, Racconti, Recensioni, Scrittori salentini, Scrivere il Salento, Territorio, Tradizioni

Le rape di Santino di Pino de Luca

di Lorenzo de Donno

Pino de Luca  per Il Raggio Verde Edizioni  – pagg. 110 Euro 12,00 

A tutti è capitato di farsi, in compagnia, una bella grigliata di vope freschissime, dopo una battuta di pesca quasi miracolosa,  quando abboccano agli ami una dietro l’altra o, come spesso accade, a due alla volta. Oppure di aprire una bottiglia di un vino particolare per accompagnare un piatto e di gustarsela fino al punto in cui si è soddisfatti,  senza cercare la sbronza ma anche senza limitarsi per il solo principio di doversi contenere. A molti di meno può essere accaduto, invece, di assaggiare uno stinco marinato a lungo, accompagnato da un piatto di rape “nfucate”, raccolte dall’orto al momento giusto, il tutto preparato e cotto con una cura tale da rasentare una ritualità  che solo le generazioni precedenti possedevano. 

Avevo notato questo libro nella vetrina di una libreria, in un angolo dedicato alle pubblicazioni locali, ma non ne ero stato attratto in modo istintivo, come spesso mi accade, nonostante il titolo fosse tutto un programma e l’illustrazione (di Angelo Arcobelli n.d.r.), che raffigura  un uomo  anziano con il sigaro in bocca e un piccolo cespo di cime di rape in mano, fosse abbastanza originale e si distinguesse dalle altre vicine, tutte di gusto piuttosto classico/ contemporaneo e con il termine “Salento” bene  in evidenza. Mi limitavo a sapere della sua esistenza.

Sono passati alcuni mesi prima che mi decidessi a prenderlo in mano e a sfogliarlo, nella medesima libreria, dopo aver acquistato un altro libro che era stato posizionato proprio vicino a quello. Il sottile strato di polvere che ho rimosso dalla copertina mi ha confermato che, forse, quella che avevo visto esposta, sin dal  primo momento, era la copia che mi era destinata.  L’ultima incertezza è  svanita nel momento in cui  ho dato un’occhiata all’indice, scoprendo che ognuno dei ventidue brevi capitoli aveva un titolo specifico. La lettura, in sequenza verticale, di quella colonna di “sottotitoli” mi ha scatenato una serie di suggestioni, di supposizioni e di fotografie ideali che, sovrapponendosi le une alle altre, così come procedeva la lettura scorrendo il dito dall’alto verso il basso, mi ha confermato che quel libro probabilmente mi avrebbe stupito (o profondamente deluso).

Non parlo della trama, perché la stessa è già condensata in sole 110 pagine ed è giusto che sia il lettore a scoprirla.  Dirò soltanto,  svelando poco – poiché il fatto è già nel primo capitolo –  che la storia si dipana intorno al delitto di una prostituta che sconvolge la vita tranquilla di San Marcellino, un paese immaginario dell’entroterra salentino. A questo fatto criminoso  faranno seguito altri eventi che, come in ogni giallo che si rispetti, cambieranno  spesso le carte in tavola ribaltando sospetti e probabili conclusioni fino al bel finale a sorpresa che sembra rimettere a posto quello che resta. Ho incominciato a leggere il libro per strada, all’uscita dalla libreria. Le prime pagine scorrono con una velocità che, purtroppo, è difficile da controllare, tanto la storia diventa avvincente, divertente, sconcertante e, a tratti, comicamente paradossale. A un certo punto ti ritrovi a desiderare che il ritmo si allenti perché sei già a metà e, come accade in questi casi, ti chiedi se non è il caso di fermarti tu, per non bruciare la lettura che resta.

Pur essendo un libro estremamente originale, non dimentichiamo che parliamo di un giallo territorial/gastronomico, mi è impossibile non trovare degli ideali collegamenti, del tutto personali (per cui non intendo oggettivizzarli per tutti), con altri autori e personaggi. Di norma non amo fare citazioni e raffronti  ma  De Luca e il suo Santino mi riportano all’ironia del primo De Crescenzo e del suo professore Bellavista. Il protagonista, infatti, è anche lui un professore a riposo,  una sorta di contadino filosofo e solo apparentemente misogino, a cui fa riferimento un gruppo di amici che,  nella vita, svolgono attività disparate ed hanno interessi diversi ma che si riuniscono volentieri davanti alla sua tavola. Intorno a quel  desco si raccontano i fatti, si valutano gli eventi, si dubita delle verità che appaiono fin troppo scontate, si parla con sincerità di sé stressi e degli altri.  Gli inviti sono quasi casuali e il pranzo che si consuma, al di là della semplicità o della ricchezza dei piatti, ha sempre come base il rispetto del cibo e dei suoi tempi. Nessun piatto finito sembra mai protagonista più degli ingredienti utilizzati per prepararlo, della loro origine e del lavoro manuale che c’è stato a monte. E’ come se l’autore, tramite i gesti, i pensieri  e le descrizioni, ne fornisse al lettore una sorta di scansione, quasi un esercizio didattico subliminale destinato a rieducare da tante cattive abitudini, alimentari e non,  sedimentate a causa della vita frenetica e consumistica alla quale si è indotti. Un altro collegamento ideale è quello con Ugo Tognazzi, sia per l’affinità  con l’approccio gastronomico in generale e,  ancor di più, per un film specifico che il lettore individuerà con facilità  inoltrandosi nella storia.  Qualcosa di questo particolarissimo giallo mi  ha ricordato, inoltre, anche un episodio di Montalbano, dove si indaga, anche in quel caso in un contesto di paese, sul mistero di un omicidio di una prostituta, anch’essa strangolata come nel nostro giallo. Come Camilleri  anche De Luca ha utilizzato il dialetto, ma qui non è un vezzo, un marchio di fabbrica, come nelle storie del più famoso commissario d’Italia.  Il nostro autore lo ha esteso ad interi dialoghi, perché è il linguaggio che i salentini utilizzano tutti i giorni, indispensabile per dare realismo e la giusta coloritura delle espressioni e, ove necessaria, anche a rendere l’intensità degli scambi verbali fra i personaggi (per facilitare il lettore tutte le parti in dialetto sono tradotte in italiano al piè di pagina).

Un amico mi ha sfidato, scommettendo che in questo libro avrei soddisfatto la mia ricerca di “Salento”, che non è solo il compiacimento di vedere illustrati e narrati i luoghi fisici e i  luoghi comuni, ma il piacere di scoprire l’approccio degli autori, locali e non, al nostro territorio. De Luca, avvantaggiato dall’essere anch’egli un salentino D.O.C., è riuscito a coinvolgermi con una bella storia, sapientemente condita con la sua grande cultura enogastronomica e con l’innata ironia che sconfina, di tanto in tanto, nella comicità di alcune scene, che sono lì a rimarcare che il libro è un giallo, ma è sui generis,  e l’indole dell’autore è eclettica e non intende confinarsi in uno stereotipo. Col senno di poi dico che è  stato un peccato per quella polvere sulla copertina, per me e per gli altri potenziali lettori,  ai quali  lo consiglio senza riserve.

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