cultura meridionale, Cultura salentina, Racconti, Scrittori salentini

Prologo al romanzo ‘La terza luna di marzo’ di Giuseppe Santoro

Otranto Cattedrale
Gianfranco Budano: Otranto, Cattedrale (agosto 2008)

Ho rivisto Otranto, con i tuoi occhi, il lungomare la sera, le poche luci fioche, il passo strascicato e lento delle giovani coppie forestiere, distratte effusioni imparentate ai dolci sussurri della risacca agostana.

Ho rivisto i tuoi fianchi, il ventre sporco di sabbia dilavata, le labbra dischiuse in un bisbiglio:- ancora, ancora, ti prego, ancora-.

L’alba ci sorprendeva sulla battigia della spiaggetta a ricamare sogni, ricamarci addosso i sogni giovanili, io, te, in un lettone grande, sabbia dorata ovunque, le pieghe del tuo animo e del mio ad inseguire fatue figure frettolose o assenti.

Ho rivisto Otranto, con i tuoi occhi, il tuo mare, il tuo ultimo mare, le grida e le imprecazioni dei pescatori di paranza, le bestemmie che ferivano le onde sino a noi, la scia delle luci di lampara a tracciare una lunga flebile via dorata pronta ad affogare.

Ancora, prima che l’alba avvolga i nostri corpi, ancora, prima che occhi indiscreti turbino le tue e le mie sensazioni estreme, ancora.

Ho rivisto il tuo mare, l’ultimo tuo mare, poi non so perché le prime luci dell’alba, dopo averci accompagnato a casa, tu in quella pensioncina odorante di fitti e di muffa, io in quella che sarebbe stata il mio scomodo letto, la vecchia seicento dai sedili in plastica ancora odorosi dei furtivi furenti amplessi meridiani, ci avrebbero allontanati senza le certezze della notte appena consumata.

Ho rivisto Otranto e il tuo ultimo mare, il saluto frettoloso del panettiere, la fragranza. del suo pane appena sfornato, í tuoi luminosi denti affondare tra le croccanti croste ancora calde.

“Mi piace – sussurravi- sgranocchiare la crosta calda, ha un che di sensuale., erotico quasi” e accompagnavi i tuoi sussurri mostrandomi le braccia.

-Guarda, ho la pelle d’oca, é come se riscoprissi i tuoi preliminari, le tue mani grandi e come ventose sulla mia pelle a trapassarmi l’anima.

Dopo si rideva, divertiti per avere scandalizzato il panettiere con i nostri appena accennati umori.

-Sera…, noi.

“Buongiorno”, ci augurava il panettiere un poco stralunato; ma per noi era ancora sera, dopo, soltanto dopo due letti separati avrebbero accolto i nostri corpi e i nostri sogni.

“Notte…”, e ti attardavi, ancora qualcosa, ancora un bacio, una stretta, e il palmo della mia mano rude resa dolce a sfiorare le tue guance un poco infreddolite, nell’alba assonnata.

“Notte…”, e ti allontanavi a passi lenti serali lungo l’ingresso della pensioncina le cui pareti odoravano di fritti e di muffa.

Ho rivisto Otranto, con i tuoi occhi e il tuo ultimo mare.

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