Cultura salentina

Apri gli occhi di Rita Lopez

di Elena Tamborrino


Mi ricordo la fotografia di Donatella Colasanti, la ragazza sfuggita alla furia omicida dei mostri del Circeo. Mi ricordo quel braccio incrostato di sangue che si sollevava dalla coperta che a stento la copriva, i lineamenti del suo volto deformati dalle botte, un occhio semichiuso, i suoi capelli ricci impiastrati di sangue secco. Mi ricordo di quella ragazza che, fingendosi morta, aveva messo fine alle torture che altrimenti sarebbero andate avanti fino alla sua morte, così come era stato per Rosaria, la sua amica.


Come Anna, la voce narrante del nuovo romanzo di Rita Lopez, anch’io non capivo bene nel dettaglio cosa fosse di preciso successo a quelle due ragazze, non molto più grandi di me, ma abbastanza per poter uscire da sole per andare al cinema e magari incontrarsi con i ragazzi, i “maschi”. E Anna, come ero io alla sua stessa età, si interroga e raccoglie i ritagli di cronaca nera, quelli che colpiscono maggiormente la sua immaginazione.


Come Rita Lopez, anch’io ho una straordinaria memoria per certi avvenimenti che mi colpirono molto, in quella stessa età indefinibile che è quella di Anna, in cui non si è più una bambina ma neanche ancora una donna e si sta lì, con i fianchi che cominciano ad arrotondarsi, le tette che spingono per venir fuori e le domande, mille domande, che frullano in testa, mentre il corpo e i gusti e i bisogni cambiano. E sono quegli avvenimenti che, raccolti nell’album dell’orrore di Anna, fatto dei ritagli dei giornali, man mano che nel romanzo vengono rinarrati, emergono dal passato e tornano prepotenti a farsi sentire. E così il delitto di Pasolini, e le immagini del poeta a terra, come un cencio insanguinato (“Abbiamo perso prima di tutto un poeta. E poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto in un secolo!” disse Alberto Moravia nell’orazione funebre), e la stagione delle stragi, la morte violenta di Giorgiana Masi e quella di Aldo Moro, così vicine e così lontane, l’elezione di un Papa così diverso, a partire dal nome (ma un Wojtyła da dove era uscito, da dove veniva, per caso era africano?) sono il rosario che Anna snocciola, mentre la sua vita va avanti, tra famiglia, scuola e amiche, anzi l’amica Rosy, nel quartiere Libertà di Bari.


I fatti di cronaca di risonanza nazionale, in quegli anni Settanta del Novecento, gravidi di violenza e odio, si intrecciano con gli avvenimenti quotidiani, vissuti nel piccolo di un quartiere difficile, da dove trovare una via d’uscita (per citare l’opera di esordio di Lopez, “Vie d’uscita”, Florestano Editore) non è sempre facile, a meno di non aggrapparsi a qualcosa, ad esempio la mitologia raccontata dalla prof. di Italiano.


I personaggi a cui Rita Lopez dà vita, sono autentici e il realismo che pervade le pagine del romanzo sono quasi il sintomo di una rabbia repressa, ma anche di amore per una stagione passata e per un luogo che segna per sempre.
Anna, e con lei Rita e anche me e tutte le piccole donne di allora -quelle che ricordano il Circeo senza riuscire ad associarlo all’ameno luogo di villeggiatura del litorale laziale, ma ricordando sempre la paura negli occhi di Donatella e il foulard di Rosaria in una sbiadita foto tessera perché lei morta non l’abbiamo vista-, ha imparato che il Male è una specie di blob che si insinua nell’animo degli uomini, intesi come umanità, e lì alligna e prospera. E ancora impara -abbiamo imparato- che diventare donna spesso è un percorso accidentato, in una società maschilista come era quella di allora, quando anche tante donne erano maschiliste. La situazione non è tanto più semplice oggi, perciò la raccomandazione di “aprire gli occhi” che diamo alle nostre figlie, non basta mai.


Rita Lopez dimostra, con questa sua seconda pubblicazione, di aver raggiunto una buona maturità: scrive bene, con sincerità e senza fronzoli.


Questo libro, che soffre di una distribuzione un po’ “distratta”, meriterebbe davvero delle belle coccole dal suo editore.

Elena Tamborrino

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