Cultura salentina, Racconti, Scrittori salentini

Storie di strada : Serenata sotto l’ibisco

di Lorenzo de Donno

Giuseppe Diso, Inverno (2016), Olio su tela

Istantanea

C’è un piccolo cortile incastrato fra tre palazzine popolari e, solo da un lato, aperto sulla strada. Sarebbe un largo tecnico, come tanti altri, che serve solo a dare aria alle costruzioni, in modo che non siano addossate le une alle altre. Per tanti anni è stato protetto, anche sul lato strada, da una folta siepe e poi, dopo che questa è irrimediabilmente seccata, dall’intrico dei tronchi scheletriti che hanno fatto da barriera, fino a quando anche questi non sono stati divelti.

In questo spazio angusto e cementificato erano state ritagliate, già in origine, due aiuole quadrate, delineate da un basso cordolo, che contengono terra grigia, diventata così nel tempo in quanto si è mischiata con la polvere e con altri detriti. Al centro di ogni aiuola è piantato un albero dal tronco scuro e robusto. Si tratta di Ibischi e probabilmente, quando furono messi a dimora, erano in forma di arbusto, oppure di alberetto, come quelli che vengono posti negli spazi pubblici e che qualcuno poi spezza per proprio incivile diletto o per un incidente, oppure si decide di sradicare perché, magari, c’è un appalto pubblico che prevede la piantumazione di nuovi alberi al posto dei precedenti.

Sono fioriture spettacolari, quelle degli ibischi, vistose nei colori più forti, rossi e gialli, oppure suggestive e delicate come in questo caso, color malva e violetto, due tonalità molto vicine. La piccola chioma rotonda, verde scuro e contenuta dalle potature precedenti, ora si presenta costellata di fiori grandi e solitari e di tralci nuovi con foglie più chiare e tenere, che se ne staccano e puntano all’esterno, ripiegandosi verso il basso, con un effetto ricadente. Come siano arrivati a noi questi due alberi, così belli, robusti e rigogliosi era per me un interrogativo al quale avevo dato una risposta plausibile: non erano visibili, e qualcuno, in tutti questi anni, se n’è preso cura, difendendoli dai bruti e dalle cattive decisioni.

Ieri mattina ho finalmente scoperto la persona che li cura. E’ un uomo anziano che abita probabilmente nelle immediate vicinanze. Era sotto le fronde dell’albero più lontano dalla strada ed era intendo a lavorare su un cespuglio di rose rosse, ancora in piena fioritura, che cresce in un angolo dell’aiuola e che non avevo mai notato prima. Un pensionato come tanti che si diletta nel giardinaggio, oppure un vero contadino. E i contadini, si sa, non vanno mai in pensione e intervengono ove occorra, a prescindere. Indossava pantaloni lunghi e camicia a mezze maniche, come mio nonno quando – anche sotto il sole più torrido – era in un luogo pubblico. Lui lavorava spesso in campagna ma non si sarebbe mai fatto vedere sul marciapiede di casa in pantaloncini e canottiera. Era per lui una forma di rispetto per sé stesso e per gli altri. Era inevitabile, pertanto, associare questa persona a mio nonno, quando accudiva i fiori della sua “ssuta”

Sembrava indugiare sotto ai rami fioriti dell’ibisco, come se perdesse tempo volontariamente. Chissà perché proviamo sempre un grande piacere e stupore sotto un albero vistosamente fiorito, forse perché la nostra memoria atavica ci parla di macchia mediterranea, di mirto, di canneto e rosa canina. Di querce maestose e di giunchi flessibili. Ci restituisce ben poco di grandi fioriture che non siano quelle dei prati o dei frutteti e, queste ultime, davvero di brevissima durata. Quel poco di colore che c’è forse sonnecchia, avvolto nel grigio argento dei filari di ulivi che hanno saturato, da secoli, il nostro paesaggio reale e quello immaginario.

Ad un tratto si è avvicinata, proveniente da una delle palazzine, una signora anziana. Ha scambiato qualche parola con il marito e si è fermata anche lei per qualche istante sotto l’Ibisco color malva. Forse era pronto in tavola. Mentre lei si allontanava con un sorriso appena accennato, strusciando le sue pantofole sulle mattonelle di cemento, il signore ha iniziato a cantare ad alta voce. Era uno stornello a me sconosciuto, ma la melodia era quella delle nostre canzoni d’amore popolari, con le strofe allungate e modulate alla fine. Una serenata alla sua bella sposa. Forse è una “Nina” anche lei, giacché tante canzoni d’amore salentine sono dedicate a un ideale di donna che porta questo nome. La sua voce antica e sabbiata, in un attimo di calma assoluta di traffico, è rimbalzata sulle pareti piatte dei condomini e qualcuno, di fronte, si è pure affacciato. Ha cantato la sua serenata fino alla fine, incurante del sopraggiungere del venditore di materassi che, con il gracchiare metallico del suo megafono, ha rivaleggiato a lungo con lui per attirare l’attenzione su di sé.

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