Cultura salentina, Recensioni

Recensione impossibile su Salvatore Toma

di Elena Tamborrino

Photo HelenTambo on Instagram

                                                                  Un grande poeta 

                                                                  si riconosce anche 

                                                                  dalla vita che fa 

                                                                  da come si veste 

                                                                  e non dagli errori 

                                                                 che produce. 

                                                                 Se capisce d’esser fatto 

                                                                 di trachea di bronchi 

                                                                 di ossa e di grassi 

                                                                 e ride della sua 

                                                                 fragilità. 

                                                                 Un grande poeta 

                                                                 si riconosce soprattutto 

                                                                 dalla paura che si fa.

Ho pensato di parlare di una recensione impossibile da fare, per una serie di motivi che si possono riassumere in pochi punti:
• non sono brava a parlare di poesia, non è un genere che frequento abitualmente, leggo poca poesia e quella poca non me la spiego, non la spiego, non voglio farmela spiegare perché la poesia si legge e basta;
• il poeta di cui vorrei parlare è Salvatore Toma, salentino –anzi, magliese- radicato al territorio e allo stesso tempo in grado con i suoi versi di raccontare l’universale, impossibile per sua natura da commentare, incasellare, categorizzare se non in una definizione che Valeria Nicoletti del blog Stanze-Storie dal Salento ha ricordato, quello di poeta “appartato” (definizione che gli aveva ritagliato addosso già Maria Corti), a suo modo scapigliato;
• Toma è prematuramente scomparso all’età di 35 anni, più facilmente per mancata possibilità (capacità?) di salvarlo, portandosi dietro le risposte -che forse lui aveva ben chiare- a domande esistenziali che per chi è rimasto restano insolute, quindi noi chi siamo per cercare di decifrare, di comprendere, di spiegare?
• i libri di Toma sono fuori catalogo, introvabili, veri e propri tesori per chi ha la fortuna di averne una copia, quindi certamente questa non potrà essere che una recensione che inviterà a cercare la poesia del Great Poet, come lui stesso soleva definirsi, nelle biblioteche più che nelle librerie.

Nonostante questi motivi, scelgo di scrivere di Toma perché sono trentuno anni che Salvatore Toma non c’è più (era nato a Maglie l’undici maggio del 1951) e forse è arrivato il momento in cui leggerlo e rileggerlo è il tributo più importante che possiamo fargli, al di là di qualunque celebrazione che probabilmente lui non avrebbe apprezzato.
Prima di tutto va considerato il “Canzoniere della morte”, uscito per Einaudi dodici anni dopo la morte dell’autore su iniziativa di Maria Corti, che ne curò l’edizione scegliendo i componimenti che ne avrebbero fatto parte, suddividendoli in tre sezioni, come già aveva suggerito Donato Valli -che forse per primo aveva compreso verso quali direzioni si andava incanalando la poesia di Toma-, e scrivendo l’introduzione che ben racconta i motivi ispiratori, lo stile ribelle che si rifletteva in una vita disordinata e libera, la “deriva esistenziale” del poeta. È il libro che ha fatto uscire Toma fuori dalla sua provincia, così angusta per uno spirito anticonvenzionale come il suo, che lo ha portato in giro per l’Italia, dove i suoi concittadini mai avrebbero pensato potesse arrivare.

Canzoniere della morte” è il titolo della prima delle tre sezioni dell’antologia, poi esteso a tutta la raccolta che comprende anche “Bestiario salentino del XX secolo” e “I sogni della sera”: se molti dei versi di Salvatore Toma richiamano forte l’idea della morte come attesa, rimedio e soluzione (credo che le parole ‘morte’ e ‘morti’ abbiano la più alta occorrenza rispetto ad altre), sarebbe ingannevole pensare che proprio la morte sia il tema centrale della poesia di Toma: anche quando ne parla, lo fa con una vitalità eccezionale, quasi come un ossimoro, la vita e la morte sono la stessa cosa, si compenetrano e si intrecciano, i toni sono spesso polemici, beffardi, ironici, la voce è alta, quasi grida quando sarò morto/che non vi venga in mente/di mettere manifesti:/è morto serenamente/o dopo lunga sofferenza/o peggio ancora in grazia di dio./Io sono morto/per la vostra presenza (“Testamento”). 

La vita è invece celebrata nella Natura, negli animali che vivono nei versi del Bestiario e che ci avvicinano a quel mondo solitario (dagli uomini) e contemplativo, che solo nel bosco delle Ciàncole vedeva il poeta nel suo essere più libero, con i suoi amici cani e gli uccelli: nei versi del Bestiario ci sono le creature della Terra, dell’Aria e del Mare, lombrichi e bruchi, bisonti, cani, antilopi e leoni, giraffe, tigri e farfalle, cicale, falchi, aironi e civette, rondoni, merli e nibbi, delfini, squali e capodogli, tutti in intima solidarietà con il poeta, che si fa sfondo e li accoglie. Leggendo i versi di questa sezione del Canzoniere non posso non pensare a certi quadri di Antonio Ligabue.
La terza sezione, quella della dimensione onirica e privata, svela un uomo che coltiva la sua energia anche nell’ambito delle passioni, dell’amore, dei rimpianti. È il Toma più intimo, verso il quale anche da lettrice ho maggiore pudore.

Oltre al “Canzoniere della morte”, pubblicato da Einaudi nel 1999 e andato esaurito alla sua terza ristampa, oggi è possibile ritrovare i versi di Toma, desunti da precedenti raccolte curate da lui stesso e pubblicate da editori locali sensibili alla sua arte, in una pubblicazione fuori commercio edita nel 2017, intitolata “Il Tomaverso. Di anime animali creature senzienti”. Il volume, curato dalla Fondazione Capece e dall’Amministrazione comunale- Assessorato alla Cultura di Maglie, con la collaborazione preziosa di Paola Antonucci Toma (la “donna favolosa” di Toma), è distribuita al pubblico dietro offerta devoluta alla sezione locale dell’Associazione ZampaLibera Onlus.

Qui le scelte operate da Angela Leucci, che ha materialmente allestito l’antologia con il consenso della famiglia del poeta, sono svincolate da ordini tematici e tendenzialmente privilegiano la vita, nella dimensione più primitiva forse, più istintuale: c’è il mestiere del poeta, l’essere poeta, ci sono i baci che il padre dà al figlio bambino, c’è l’amore per gli alberi, gli ulivi e le querce, c’è la passione per gli animali e gli ideali animalisti e antivivisezionisti, ci sono le stagioni e il naturale svolgersi del tempo.

Io davvero non lo so. Non so se basta la premura che oggi, a trent’anni di distanza dalla sua morte, utilizziamo quando ci avviciniamo alla poesia di Salvatore Toma, non so se basta per risarcire la distrazione con la quale in vita il Great Poet è stato considerato: mi piacerebbe che sì, che anche i più giovani potessero leggere la poesia di Toma senza pregiudizi provinciali, che si tornasse a cercare e riconoscere quella voce che, inascoltata allora, oggi può acquistare un valore nuovo, se riusciamo a farla nostra.
Quello che per certo so -e che credo indispensabile- è semplicemente tornare a leggere Toma, senza cercare inutili sovrastrutture, fiduciosi di trovare invece la semplicità dell’istinto e della parola nuda.

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