cultura meridionale, Racconti

Angeli caduci domus

di Bruno Marchi

 

Gianfranco Budano: Campagna salentina

Lentamente salivo quella scala così antica, rassicurante. Dalla ringhiera, nell’attesa di me, Delia mi parlava del traffico all’incrocio e del parcheggio impossibile.

Il palazzo stava, al perfetto centro del secondo corso.

A destra la collina, a sinistra la costa che con la tramontana pareva tanto vicina da credere che il paese avesse un suo porto ed un vero mercato del pesce. Ma il mare era lontano.

Il balcone sul portone grande guardava la piazza e la sera della festa con Delia e la madre assistevo in assorto silenzio al concerto bandistico. L’illuminazione e i pezzi d’opera gratificavano la nostra presuntuosa e altezzosa voglia di tradizioni popolari. A mezzanotte i fuochi d’artificio.

“Come va?” le chiedevo con affanno.

“Non male” mi rispondeva salutandomi con un bacio sulla guancia “Sembra che oggi sia meglio di ieri”.

A quel punto le parole già mi mancavano. Che dirle? Come aiutarla?

Entravamo immergendoci nel freddo della casa grande, buia e poco vissuta, diretti verso le stanze dai camini accesi solo nelle occasioni importanti.

Gli specchi, ormai opachi, parlavano dei tanti ricevimenti che avevano riflesso quando bastava un battezzo per attirare invitati che, a bordo di auto impolverate dai tratturi, giungevano da lontane masserie. Vino e paste, cassate e spumante, semplicità e ricchezza. Erano quelle le ricorrenze che con orgoglio reggevano alla memoria non avendo nulla da invidiare alle serate organizzate dai nobili che vivevano nei romanzi.

Delia abitava la soffitta riadattata. Un locale unico e ampio dove, oltre alla stufa di ghisa che troneggiava al centro, c’era il tavolo per disegnare, un letto in ottone a due piazze che sormontava un’alta pedana in legno, libri e riviste e dischi dappertutto.

La stanza affacciava sul giardino interno, un chiostro, dove una cappella di modeste dimensioni emanava sacralità e frescura nonostante il frenetico e sudaticcio svolgersi della vita oltre il muro coperto di rampicanti.

Qualche tempo prima, quando ancora le cose non avevano preso a rovinare, avendone licenza, gironzolavo in solitudine per quelle stanze arredate con gusto sobrio e nobile. Amavo l’imponente biblioteca che nascondeva in sé non solo libri rari, invidia dei collezionisti, ma anche accessi segreti verso camere utilizzate come deposito di anticaglie, vestigia delle numerose transizioni ereditarie. Mi perdevo dietro fantasie dai lisergici colori. Quando riemergevo da quei pensieri acidi con fare materno Delia mi guardava sorridendo. Forse anche lei faceva lo stesso gioco, mi dicevo tra un vaso rotto e una polverosa sedia di velluto.

Pensavo alla sua vita prima che la conoscessi.

Le chiesi di disegnarsi così com’era allora, bambina. La risposta fu che avrebbe preferito farmi un ritratto. “Non mi piace lasciare tracce di me” disse. Accettai e posai per lei, cosciente che mai mi sarebbe riuscito di cantare o dipingere la sua diafana bellezza a dire del padre frutto di una lontana discendenza orientale.

“È il posto ideale per disegnare” mi riferivo alla mansarda. Le gambe dolevano a causa della immobile posa.

“Già, anche se a volte temo che proprio questa condizione freni il lavoro. Mi sento come isolata e intorpidita”.

Non era la prima volta che Delia manifestava lo straniamento dal posto dov’era nata e dove sua madre era tornata a morire. Non era la prima volta che mi metteva di fronte a cose più grandi di me. Vivevo la mia età in provincia, tra liceo e famiglia, cose ne potevo sapere io?

“Ho i piedi al Sud e la testa a Genova. E il cuore?” mi chiedeva “Dove sarà il cuore?” Ancora una volta non avevo risposte da offrirle.

Il Sud, diceva, è troppo abbacinante e caldo. La pelle trasparente si arrossava e così le efelidi dell’estate le puntinavano il viso, restituendole quella tonalità selvatica appartenuta a suoi avi d’Oriente.

Insieme andavamo al mare d’inverno. Spiagge desolate, imbrattate dei residui estivi. Erano le nostre passeggiate, la nostra maniera di celebrare il lungo arenile ricco di dune e insenature, il vento scherzava tra i nostri capelli. Ogni tanto accennava ad uno dei suoi progetti per andare via.

La guardavo e non mi legavo, sapevo che ci sarebbe riuscita. Sapevo che l’avrei persa e già vivevo il dolore della separazione. Mi sentivo sua preda, assolutamente incapace di sbilanciarmi. Non riuscivo a dirle quello che dentro mi consumava, a esprimere quel sentire a me sconosciuto.

Temevo che ogni parola o gesto potesse infrangere il buon sortilegio dei nostri incontri. Per questo tacevo. Mi paralizzavo, nell’assurda speranza che la cristallizzazione dei sentimenti arrestasse il procedere del tempo, che il momento si arrestasse.

Avvertivo che sarebbe andata altrove perché l’unico, l’ultimo, legame ancora con il sole e la terra era la madre.

Conobbi la signora Lucia prima della malattia quando, piena di vita, progettava e personalmente ristrutturava l’antico palazzo abbandonato da vent’anni.

La fuga da Genova l’aveva implorata in famiglia, mal sopportando le abitudini e la cultura di lì. “Per carità” diceva “brava gente ma, sai, non mi piaceva l’idea di programmare sull’agenda un invito a cena”.

Un giorno la sorpresi, in tuta da metalmeccanico, insieme agli operai che s’era scelti e che chiamava con vari diminutivi, mentre s’affaccendava nei lavori. Gli stessi uomini che la portarono a spalla, per l’ultima uscita da casa, lungo lo scalone, in quell’accecante pomeriggio di luglio dalle chianche troppo bianche.

In chiesa Delia, pietrificata nella sofferenza, bella e commovente nel suo lutto, concesse attenzione al consolatorio rituale profumato d’incenso e accettò le condoglianze con dignità e senso del dovere pubblico.

“È stato faticoso” mi confessò qualche giorno dopo al mare, mentre le carezzavo la fronte. “Tutta quella gente che nemmeno conosco. Certo erano molto tristi, ma domani al dolore che mi resta chi ci penserà? Per fortuna ho te…” sussurrò, lasciando sospeso, tra me e lei, di fronte alle onde, un oceano di allusioni e sottintesi, che restituivano il significato del non detto.

Per la prima volta pianse.

“Ero fuori… in farmacia” singhiozzava. “Rientrata ho sentito che quel silenzio era nuovo, come vuoto. È morta come aveva sempre desiderato: da sola”.

“In queste prime sere avrei dovuto avere paura a stare in quella grande casa senza nessuno accanto, ma non è così”, mi scrutò dentro. “Sai, da bambina, nelle sere d’autunno, per mettermi alla prova, percorrevo un lungo sentiero che costeggiava il bosco. Tremavo a ogni fruscio e guardavo con gli occhi sbarrati la mia ombra, temendo che ne sopraggiungesse un’altra alle spalle… Ero sola, con la mia paura: io più forte di lei, sempre. Lo facevo per temprarmi”.

Una sera di maggio, mentre Delia ultimava i preparativi per la cena, mi decisi e andai a trovare la signora Lucia nella sua camera. Nonostante fossi a casa sua tutti i giorni, non avevo ancora preso il coraggio per incontrarla. Delia mi riferiva dei suoi progressi o dei drammatici peggioramenti della malattia. Ma, di vederla trasformata dal cancro non ero capace.

La signora avvertì la mia esitazione prima di entrare. “Sono io, non temere” mi disse con voce per nulla cambiata “questa è una parrucca e mi viene da ridere. Non è buffa?”.

Non riuscivo nemmeno a sorridere, ma la scena mi parve improvvisa e grottesca.

Per la stanza aleggiava l’inconfondibile profumo della paura e della disperazione di quanti le facevano visita. Di chi, guardandola già morta, sentiva l’angoscia per la propria fine.

Ancora oggi, se chiudo gli occhi, rivedo Palma la governante che, piangendo, lava quel corpo senz’anima: una pietas popolana e sublime, degna di una deposizione del Caravaggio. Ancora oggi, dopo tanti morti, sento viva l’emozione di quei giorni.

“Ti sento arrivare” continuò sorridendomi “Sei come un’ombra per casa, ma so che Delia è molto confortata dalla tua presenza. Grazie, per Delia”

Parlava con la stessa cantilena dei paesani, appena influenzata dalla sua cultura. I suoi autori preferiti, i russi, li aveva letti in francese, ma il dialetto era la sua lingua.

Risposi al sorriso, con imbarazzo. Mi chiedevo se avesse capito ciò che io ancora non avevo compreso. Temevo che fossero scoperti i miei sentimenti, tanto da pagare per colpe non commesse.

“Non sono brava in queste cose”, come se mi avesse letto dentro, “Io e mio marito non ne abbiamo quasi mai parlato. Però, mi sembra che stai per cacciarti in una situazione complicata. Appena sarò morta Delia andrà via. Tu potrai seguirla?”

“No” dissi con un sospiro e arrossendo.

“Vedi? È questa la complicazione”

“Scusi se cambio discorso”, ma era quello che volevo fare “Mi chiedo come fa a essere così tranquilla?”

“Cos’altro vuoi che mi succeda?” rise di cuore. “Ho il cancro e nessun medico se la sente di dirmi quanto durerò: mesi o settimane? Non ti sembra che possa trascurare certi particolari e occuparmi di mia figlia?”

Non cambiò discorso. Lo riprese, costringendomi a pensare e dire: “Per me non è facile parlarne. È la prima volta che mi succede e chissà se questo è quello che chiamano amore. Non lo so”.

“Un consiglio” e qui si fece seria “Evita questa parola, questa idea… è meglio. Non sto dicendo che non credo nell’amore, anzi. Sto solo mettendoti in guardia dagli abusi che se ne fanno in suo nome”. Prese fiato, stanca. “È importante che tu lo riconosca per quello che è. Solo allora potrai nominarlo senza spaventare chi ti ascolta”.

Mi guardò con occhi liquidi.

“È così anche per l’odio”. Tacque e parve addormentata.

Delia giunse, provvidenziale, a liberarmi.

“Tornerò a trovarla” e le sfiorai la mano piagata dagli aghi.

“Non preoccuparti” mi confortò “Io so sempre quando sei in casa, è come se mi facessi visita”.

Una luce benevola le attraversò lo sguardo.

“E poi” aggiunse “è bello saperti vicina a mia figlia”.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...