cultura meridionale, Cultura salentina, gastronomia

Il pane e la puccia salentina

di Elena Tamborrino

puccia salentina

Andavo in Salento in vacanza, da nonna Consiglia e zia Maria. Appena finiva la scuola, la zia veniva in Toscana a prendermi e mi portava giù, a casa della nonna, dove trascorrevo due mesi pieni di sole e di mare, con la controra afosa che trascorrevo leggendo di nascosto, perché in famiglia si sosteneva che dopo mangiato si dovesse dormire. Per forza. Io non ci riuscivo, per quanto mi concentrassi sul frinire delle cicale, ma non c’era nulla da fare: allora sgattaiolavo fuori dal letto sistemato ai piedi del lettone della nonna e della zia e mi rifugiavo nella sala da pranzo, su un divano, dove mi stendevo con un libro tra le mani. Poi la zia si alzava e dalla cucina sentivo diffondersi l’odore del caffè. La casa si risvegliava dal sonno pomeridiano, troppo presto ancora per sperare che l’aria rinfrescasse con il calar del sole e così si restava ancora, per almeno un’altra ora, nella penombra delle serrande a metà.

Delle vacanze dalla nonna ricordo il pane: esistevano all’epoca solo due formati di pane bianco, la ‘spaccatella’ e il ‘filoncino’. Il resto era pane di grano duro o di orzo, al massimo le ‘palate’ o la ‘corona’, pagnottelle di semola di grano di dimensioni più piccole che si vendevano aggregate, attaccate tra di loro in forma di rettangolo a tre a tre, oppure a formare appunto una corona. La palata era quella che la nonna preferiva.

Io ero abituata a vedere nei forni toscani una grande varietà di forme: oltre al tradizionale pane ‘sciocco’, che magari veniva da Montespertoli, e la schiacciata unta di olio e sale in superficie, che si portava come merenda a scuola, esistevano la rosetta, il ferrarese, il francesino, la michetta. Non erano formati tipici, ma ormai avevano una grande diffusione ovunque. Tranne che al sud, dove ancora gli artigiani dell’arte bianca non si erano misurati con le forme innovative e restavano ancorati alle tradizioni che si tramandavano da generazioni. Insomma, o era spaccatella o era filoncino, non si sfuggiva. Ma che sapore quella spaccatella con il pomodoro, la sera davanti a “Senza Rete”! La zia era generosa con l’olio, non lesinava sugli ingredienti e quindi era seme di pomodoro, quello messo da parte quando si ‘scucciavano’ i pomodori per farne sugo perché non si buttava nulla, sale, origano e olio extravergine in abbondanza, tanto che mangiando era facile alla fine ritrovarsi mento e mani unte.

Non ero mai stata in Salento nel periodo dell’Avvento e della festa della Madonna Immacolata. Non avevo idea delle tradizioni legate alla vigilia del 7 dicembre, durante le vacanze estive era impossibile che capitasse il discorso anche per caso, troppo lontano il periodo delle feste che preparano al Natale.  Una volta scelto di vivere a Maglie, la novità del digiuno della vigilia e della ‘puccia’ fu una rivelazione: oggi nei panifici c’è una varietà ampia di pani, anche il 7 dicembre. Ma trent’anni fa la vigilia dell’Immacolata non c’era scelta, si panificava solo la puccia con le olive nere o senza. Quella con le olive poi si trovava –e si trova- sempre, ma quella bianca, quella specie di nuvola di grano candido e morbido, alta che si fa difficile addentare, era una prelibatezza esclusiva.

La farcitura obbligatoria della puccia era il tonno, oppure la peperonata ‘de jernu’, d’inverno, quella che si faceva una volta per necessità, mancando gli ingredienti freschi, con i peperoni e le zucchine seccate durante l’estate, gli sponzali (una varietà di cipollotti la cui parte verde, cioè le code, è l’ingrediente indispensabile) e il concentrato di pomodoro. La stessa pietanza, oggi che gli ortaggi freschi –tutti-, li troviamo al supermercato in barba alle stagioni, la facciamo per sfizio.
Per anni la casa della zia, anche quando la nonna non c’è stata più, è rimasta il punto di riferimento per consumare la puccia. Lei preparava la peperonata e comprava le scatole grandi di tonno, quelle dove i tranci sono più grossi e compatti, non le scatolette dove il tonno era sbriciolato e c’era più olio che pesce. Oggi nemmeno la zia Maria c’è più, ma ogni 7 dicembre che arriva, ogni puccia che compro, ogni volta che mi siedo al tavolo ‘scunzato’, non apparecchiato, per consumare il digiuno della vigilia, io rivivo le sue spaccatelle estive grondanti olio e la puccia mangiata in sua compagnia.

 

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3 pensieri riguardo “Il pane e la puccia salentina”

  1. Sono perfettamente d’accordo con Antonio Sagredo. Anch’io, da buon salentino, e amante delle nostre tradizioni posso confermare tutto. Ieri ho rispettato il digiuno dell’Immacolata e a mezzogiorno ho mangiato la puccia con le olive e la puccia col tonno e una croce di olio d’olive per condimento. La sera solo il cavolfiore lesso con olio e limone e niente pittule, però, il primo anno che mi succede. Complimenti Elena, sei stata bravissima, anche con i pipirussi siccati. Buona Festa dell’Immacolata.

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  2. Condivido in pieno ciò che ha scrittto Elena ,bei tempi quando per così poco eravamo felici .Quei tempi rimarrarranno sempre nei nostri cuori neanche il tempo potrà cancellarli .

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