Bozzetti di viaggio, Cultura salentina, Scrittori salentini

Il Natale in Alsazia – Diario di viaggio

di Lorenzo De Donno

Colmar (Alta Alsazia), 8 dicembre 2017

Quattro note, che si ripetono in un crescendo per nulla scontato, quasi drammatico, che segue un’ouverture fuori spartito, a labbra chiuse, che simula l’alzarsi del vento invernale delle steppe dell’Ucraina.
Mi sono chiesto tante volte come può una canzone di Natale dal significato così delicato, che vorrebbe esprimere solo i sentimenti suscitati dal suono delle campane, essere stata costruita su una base musicale così emotivamente impegnativa. “Ostinato”, si definisce così, in musica, un motivo che si crea sulla ripetizione ossessiva di poche note. E meravigliosamente ossessivo è questo canto di Natale, dagli echi celtici, che mi accoglie in una piazzetta inaspettata, che si apre nel dedalo di stradine del centro medievale di Colmar, nel nord dell’Alsazia.
Un coro formato da un gruppo ragazzi di una scuola superiore, tutti biondi e con gli occhi azzurri, che si esibisce per potersi pagare un viaggio, intona il “Carol of the bells”. Si sono disposti sui gradini di accesso di una torre, al lato di un grande abete imbiancato artificialmente, perché ancora non è nevicato, e addobbato con semplici palline rosse. Il loro canto mi ha raggiunto come un richiamo lontano, ancor prima che arrivassi sul posto, e nonostante i ragazzi si esibiscano senza amplificazione, trasportato dal vento gelido, rimbalzando sulle facciate a graticcio delle vecchie case, dove le travi di legno si incastrano e si intrecciano sull’intonaco bianco, tracciando su di esso geometrie antiche.
Mi chiedo dove sia nascosto il regista, il tecnico del suono e degli effetti speciali. Ma se così fosse, se tutto fosse finto, anche il mio ingresso in questo luogo, in questo preciso momento, dovrebbe essere stato pianificato, prestabilito. Mi faccio largo fra le persone che ascoltano il concerto improvvisato e che, gentilmente, si scostano senza che io lo chieda, perché c’è posto per tutti. I miei occhi sono una macchina da presa che scivola sul binario del set immaginario, mentre la sensazione che tutto quello che vedo sia costruito apposta per me si fa più forte. Ora il regista invisibile placa il vento sulle ultime note dell’ostinato di Leontovych, che ormai rimarranno incise nel mio cervello come un tatuaggio sulla pelle, e inizia a nevicare a grandi falde.
Alzo la testa per guardare la discesa dei fiocchi spessi che si staccano da un cielo grigio scuro e cadono copiosi, turbinando fra i tetti aguzzi di ardesia e i fumi bianchi dei camini, sfiorando le luci colorate e i lumini accesi sui davanzali. La neve si posa sulle mie labbra e sugli occhi facendomi uno strano solletico freddo. E’ inevitabile cercare di assaggiarla, inevitabile ritornare bambini e perdere l’aplomb e i più elementari freni inibitori, quelli che ti limitano quando vorresti esprimere platealmente la tua meraviglia, fare dei grandi “Ohhhh” e indicare tutto a tutti!
Cambio di registro. Le voci bianche diventano graffianti, quasi aggressive, quando attaccano un pezzo gospel, gioioso. Il canto si fa potente e, sotto la spinta dei diaframmi, sprigiona calore che si dissolve nell’aria con il vapore acqueo dell’espirato. Per avere una tregua momentanea dal freddo entro in una piccola galleria, scavata nelle mura della torre. All’interno c’è un minuscolo mercato di Natale destinato alla beneficenza. Nulla a che fare con lo scintillante Mercatino ufficiale, già visitato nel pomeriggio. Souvenir, pupazzi di legno e peluche, conformi a quelli già visti in tante altre parti del nord Europa. Chincaglieria seriale di origine orientale che si mischia a piccole opere d’arte, realizzate dall’artigianato locale.
Il mio treno parte alle ventuno in punto, c’è ancora tempo per passeggiare, sotto la neve, nel borgo antico. Ripercorrere i ponti della “Piccola Venezia”, affacciarmi sui canali, dove scivolano le piccole barche che portano in tour i turisti, spinte da silenziosi motori elettrici. I parapetti sono stati addobbati con luci verdi, fronde fresche di conifere, palle dorate e fiocchi rossi.
Ogni angolo di Colmar ha un abete carico di luci, ogni casa è illuminata di un colore diverso, in contrasto con quella vicina, e la suggestione raddoppia quando la luce si riflette e si amplifica sulla superficie calma dei corsi d’acqua. Nell’aria si respirano i vapori dolci e speziati del vin brulè, che bolle in grandi contenitori di rame, e i forti odori della cucina alsaziana, della salsiccia, dei crauti e del formaggio che viene fuso sulle braci. Una piccola pasticceria, al bordo di uno dei canali più suggestivi, sforna deliziosi biscotti di pasta frolla alle mandorle e nocciole. Mi fermo per prenderne un sacchetto che mi scalda le mani prima di soddisfare il palato.
E’ triste imboccare il viale che mi riporta all’antica, bellissima, stazione di Colmar. Ha l’aspetto di un castello e, per l’occasione, è totalmente illuminata di rosa. Tutt’intorno, ogni ramo di ogni albero spoglio è stato “copiato” con fili luminosi, ogni cespuglio riccamente addobbato. Varcandone il grande portone d’ingresso è come se uscissi da un piccolo mondo, alternativo a quello reale, dove tutto è in perfetto equilibrio fra autenticità e spirito commerciale. Dall’altra parte mi aspetta un binario inciso nella neve candida ed è già in arrivo un TGV, il treno francese velocissimo che, inesorabilmente, mi riporterà indietro, a Strasburgo

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