cultura meridionale, Cultura salentina, Saggio

In ricordo  di Florio Santini

 

 

Percorrendo col dovuto rispetto e necessaria attenzione  il pavimento della cattedrale di Otranto, s’incontrano personaggi inconsueti come un asino che suona la lira, una evidente allegoria di cui s’impossessò, con simpatica autoironia, il mio vecchio amico Florio Santini. Ne tirò fuori un libro pieno dei ricordi di un addetto culturale presso le nostre ambasciate in Ankara, Beirut, Dakar, Nairobi, Jakarta, una sorta di diario come appunto decise d’intitolare uno dei suoi primi libri: “ Il diario dell’asino arpista”.

Amava raccontare di questo suo girovagare in ogni parte del mondo, fermandosi soprattutto a   descrivere la sua Africa arricchendola di aneddoti che ripeteva in ogni occasione come quando  un capo tribù di non ricordo più quale posto,  lo salutò col gesto dell’ombrello. Era fiero di aver ricevuto dal sindaco di San Francisco la chiave della città, un onore riservato a pochi e raccontava altrettanto spesso del suo stupore per  aver trovato manoscritti di D’Annunzio finiti, chissà come,  in Kenia. A Otranto lo chiamavano “l’ambasciatore” per  lo stupore che suscitava il personaggio che non faceva niente per passare inosservato. Passeggiando tra i vicoli  di Otranto con la moglie vietnamita che i nativi chiamavano “la cinese” e il suo pastore belga “il cane nero”, non c’era più nessuno che non lo conoscesse. La “cinese” era una donna piccola, aggraziata e molto ospitale. Noi la chiamavamo Lidì, ma la traduzione del suo nome vero era “Piccola nuvola” un nome che si addiceva alle fattezze della donna che con la sua voce profonda e sensuale, col suo idioma italo francese, dava un tocco di classe  alla sua casa stracolma di cimeli e suppellettili, che oggi arricchiscono la biblioteca di Maglie.

Una delle prime volte che mangiammo a casa sua,  Lidì ci offrì un pasto orientale così farcito e “scolpito” che  ci lasciò  perplessi e  titubanti: una sorta di fontana multicolore che simulava getti d’acqua zampillante. Scoprimmo che si trattava di petti e cosce di pollo modellati  per mezzo di  una miscela di yogurt e qualche sconosciuta salsina orientale. Nessuno degli ospiti sembrò apprezzare il pasto  servito però con una gentilezza e fair play come  solo gli orientali sanno fare. Volando da una parte all’altra del tavolo, Lidì ci sussurrava se eravamo sazi, se volevamo del vino, se ci era piaciuta la sua cucina. Dovemmo naturalmente mentire ma certamente Florio e Lidì erano sinceri quando ci dissero quanto apprezzavano la nostra cucina. Più volte ospitati  in casa mia, si dimostrarono entrambi buone forchette mentre raccontavano le loro avventure e i loro viaggi. A Florio piaceva molto sbalordire gli astanti  e usava spesso il latino, anzi ostentava il suo latino commettendo, ritengo volutamente,  degli strafalcioni come quando continuava  a dire “sine nobilitas” pur sapendo benissimo, come potetti accertare, che il sine regge l’ablativo ma quella esse del nominativo rendeva più reboante la sua frase. Poi  insisteva nell’asserire  che le donne orientali   non hanno pube. Non ho mai capito che cosa  volesse dire pur essendo io un profondo conoscitore di anatomia umana. Quando glielo chiedevo, guardando la sua Lidì, ribadiva che non hanno pube facendo un gesto come per piallare la parte in oggetto. Un mistero che non ho mai potuto chiarire. Con la sua bella voce  suadente, il suo parlare toscano (era lucchese d’origine),  riusciva a incantare il suo uditorio e gli piaceva essere al centro dell’attenzione. Mi fu presentato come ambasciatore da un amico di Uggiano e mi colpì una  delle sue prime frasi: “dopo i sessant’anni, la modestia è un errore” e il suo comportamento futuro non lo avrebbe smentito, nonostante gli piacesse anche definirsi asino arpista. Era riuscito ad entrare nelle case di tutti i notabili dei paesi del circondario e a casa sua ho incontrato sempre gente di livello come il rettore Valle, il comandante Benemeglio, la simpaticissima Anita Covani, l’editore Ivan Cingolani  per il quale devo spendere qualche parola. Il buon Ivan ci ospitava sulla sua bella e ricca rivista “Lu lampiune”, di cui conservo diverse copie e, bonaccione qual era, riamasi senza fiato quando appresi da radio 3 che era stato,  per errore di persona, freddato da un colpo d’arma da fuoco. Povero Ivan.

Ma tornando al nostro Florio, devo dire che era veramente un amante della cultura e dell’ambiente. In più di un’occasione mi seguì nelle mie conferenze a difesa dell’ambiente quando io ero il responsabile di una sezione del WWF. E mi gratificò di un suo scritto di presentazione che chiamò “antischeda” quando presentai i miei dipinti presso “La Signora dei Turchi”,  un elegante  locale di Giurdignano dove  si esibivano anche Gino Paoli, Paolo Conte e il povero Umberto Bindi. Molte, moltissime serate passate in sua compagnia, mi darebbero materia per scrivere un intero romanzo su di lui, ma vi basti saper che gli ultimi anni della sua vita furono rovinati dalla perdita di tutti i suoi risparmi  incautamente da lui affidati a una finanziaria truffaldina. Viveva ancora in un’ala del castello di Casamassella perfettamente in linea  con la sua “mania” di apparire più  grande di quanto fosse in realtà. Lo persi di  vista quando da Uggiano mi trasferii a Sanarica per motivi personali, ma, qualche  anno più tardi, me lo vidi apparire a Maglie, nel  mio laboratorio di analisi, avvolto in un  mantello grigio e ormai malandato.  Poi lo persi di vista e ancora oggi, ne rimpiango la perdita.

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