Racconti, Recensioni, Scrittori salentini

Il templare di Otranto

di Lorenzo de Donno

Romanzo IL TEMPLARE DI OTRANTO – Il Mosaico di Diana Nicolazzo e Pierluigi Del Giudice
pagg.378 – Edito da Amazon euro 12,90

Quando mi capita di scrivere di un libro appena pubblicato, mi sento sempre di dover subito specificare, e lo faccio ora, che la mia non è una recensione. Infatti non sono un recensore e non amo, inoltre, rivelare la trama che è sempre bello lasciare alla scoperta del lettore. Trovo sia più interessante, invece, cercare di ipotizzare e di scoprire, se mi riesce, tutto quello che può essere il “dietro le quinte”, lo stile e l’efficacia della scrittura, le motivazioni e il lavoro che ha portato al prodotto letterario di cui si parla. Un’opera prima, poi, merita un giudizio particolare, filtrato da tante considerazioni che non possono prescindere le oggettive difficoltà che ogni esordiente incontra quando voglia pubblicare un libro. Sulla trama qualcosa dovrò pur dire, però, visto che questo testo non sarà ad uso strettamente personale.

La storia è ambientata nel dodicesimo secolo e parte da Otranto, che rimane il fulcro della vicenda, dipanandosi successivamente fuori dalla Puglia, nei Paesi Bassi, con ampie parentesi di viaggio e di soggiorno del protagonista in giro per l’Europa. E’ la storia di Riccardo, discepolo del misterioso Monaco Pantaleone ( l’autore, realmente esistito, del mosaico della cattedrale di Otranto), e del suo percorso di crescita personale, morale e sentimentale che, in parte, è stato già prestabilito e pianificato a sua insaputa. Solo quando sarà diventato forte e valoroso e avrà affrontato una serie di prove impegnative e laceranti sofferenze d’amore avrà la possibilità di capire i segreti e i misteri che hanno costellato la sua vita, si realizzeranno tutte le percezioni che aveva considerato semplici coincidenze, e si apriranno alla sua esistenza nuovi ed esaltanti capitoli che saranno oggetto, suppongo, di un sequel.

Questo libro d’esordio si presenta come uno strano “oggetto”. Nulla è stato concesso, nella foto di copertina, alla fantasia. Raffigura, infatti, una spiaggia, ritratta in periodo invernale, quasi monocromatica. Per quanto sia stato scelto un luogo emblematico, che può essere indifferentemente di partenza e di arrivo, a prescindere dalla stessa Otranto, è fin troppo sobrio, commercialmente parlando, per presentare un romanzo che promette – con un titolo e un sottotitolo senz’altro impegnativi – imprese epiche, misteri, storia e arte. Tanto valeva sparare forti tinte anche in copertina, per attirare i più distratti. Questione di packaging. Ma è anche vero che ancora non conosciamo, visto che lo stiamo osservando dall’esterno, le reali intenzioni degli autori nello scrivere le quasi 400 pagine di questo libro. E’ un romanzo fantasy, epico, storico o sentimentale? O tutte le cose insieme?

Sfogliando le prime pagine del libro ci si accorge subito di un altro “contrasto”, e cioè che è stato usato un font particolare, piuttosto moderno, e che l’inizio di ogni nuovo paragrafo non ha le classiche battute di rientro, che lo differenzi dal successivo. Bisogna abituarsi, quindi, a vedere il margine sinistro senza spaziature di riferimento, ma questo è veramente un piccolo disagio. Ultimo contrasto, che non è un difetto quanto una specifica caratteristica determinata dall’impegno a quattro mani degli autori, è che la storia viene narrata in prima persona dal protagonista maschile (salvo alcuni passaggi di raccordo che sono stati scritti in terza persona), mentre l’impronta riconoscibile della scrittura è “al femminile”, per la mano preponderante della coautrice, la cui sensibilità e delicatezza si manifesta spesso nelle descrizioni dei paesaggi e nelle riflessioni dei personaggi.

Basta leggere alcune pagine e si riceve l’impressione di essere tornati indietro nel tempo, non nel medioevo ma negli anni settanta del secolo scorso, seduti sul vecchio divano nella casa dei nostri genitori, e di assistere alla visione di uno sceneggiato televisivo di Anton Giulio Maiano. Il libro, infatti, prende il lettore con gradualità, con quel garbo e quell’educazione non sempre riscontrabile in molti dei romanzi attuali e nelle fiction televisive. Non ho usato a caso la parola “fiction” perché

questo romanzo potrebbe esserne un brogliaccio, da sceneggiare. Un libro scritto correttamente e in modo fluido, tanto che i capitoli scorrono velocemente e le pagine residue si riducono drasticamente a vista d’occhio. I personaggi sono azzeccati e ben caratterizzati. Le ambientazioni in nave, in battaglia, nei luoghi descritti, sono molto curate, con solo qualche distrazione “temporale” veniale, quale la focaccia con peperoni consumata da Riccardo fra le mura di Otranto (i peperoni sarebbero giunti in Europa quasi trecento anni dopo, con le navi di ritorno dalla scoperta delle Americhe). Ma anche Umberto Eco parlò di zucca e peperoni ne “Il nome della rosa” e lo corresse solo dopo trent’anni.

La trama strizza l’occhio a tanti generi, compreso quello del libro d’avventura, sullo stile di W. Scott in Ivanhoe, ed è, pertanto, un riuscito mix di tutto quello che ho elencato in precedenza, tenuto conto che gli autori hanno voluto correttamente precisare, in chiusura, che il romanzo non vuole vantare un rigore storico. Potrebbe essere anche un buon libro per ragazzi, perché in esso vi si esalta l’amicizia, la fratellanza, lo spirito di sacrificio e l’amore per l’avventura e per gli animali. Magari ragazzi non piccolissimi, considerate le tre o quattro scene di sesso (qui descritte con delicatezza e con garbato erotismo) che sembrano essere diventate il leit motiv di ogni libro recente che parli di Otranto, e non solo di Otranto, a partire dalla famosa scena di educazione sentimentale del novizio protagonista de “Lo scriba di Otranto”.

Pertanto, mi sento di esprimermi positivamente su quest’opera prima come una piacevole lettura, destinata a una vasta platea, che si fa apprezzare per la coerenza complessiva della storia e per l’impegno di ricerca e scrittura. Uno sforzo che va premiato e che non rimane fine a se stesso perché sono sicuro che, a fine lettura, ogni lettore avrà scoperto qualche segreto sul Mosaico di Otranto che non conosceva ancora. Si capirà anche perché, come diceva il motto attribuito al Monaco Pantaleone, nel Mosaico di Otranto “Più ti allontani, più vedi”.

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2 pensieri riguardo “Il templare di Otranto”

    1. In realtà i nostri gusti personali non sono stati di riferimento nella stesura della storia. È un progetto nato per gioco. Doveva essere una grafic novel che si è poi evoluta in un romanzo. La nostra comune passione per la lettura ci ha ovviamente segnato. Alla fine ognuno di noi, volente o nolente, è la somma del proprio vissuto, di quello che legge, di ciò che ascolta, di tutto quello che è “esperienza” nella vita. Tuttavia a Pierluigi piace molto leggere Bernard Cornwell, io adoro Isabelle Allende, Dan Brown, ma anche Camilleri. Ovviamente sono autori di un certo calibro i quali lasciano sicuramente qualcosa, ma non so se si possa parlare di vera e propria ispirazione.

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