Cultura salentina, Racconti, Scrittori salentini

La luna dei Borboni

di Lorenzo De Donno

Le poche strade che si percorrevano abitualmente con l’auto di papà avevano nomi molto semplici: la via del mare, che era la strada per Otranto, la via dell’Upim , che era quella che portava a Lecce. Perché un ragazzino della provincia degli anni 70 amava Lecce solo perché c’era la Upim, con il suo reparto dei giocattoli. Amava la Upim a prescindere, e Lecce di riflesso, perché conteneva quel fantastico magazzino.
Le strade extraurbane erano strette e lunghissime all’epoca, e le auto rumorose e lente, per cui anche durante il tragitto, per marcare l’avanzamento, si fissavano dei punti di riferimento. Sulla strada di Otranto, ad esempio, c’era la Casa Rossa, prima dei tornanti, che annunciava l’imminente arrivo in spiaggia. Al ritorno, a pochissimi chilometri dal passaggio a livello che faceva da porta d’ingresso di Maglie, avremmo trovato invece la lugubre “Casa dei Fantasmi”, un’antica masseria, apparentemente disabitata, protetta da un boschetto di alti pini. Quando si andava a Lecce, invece, era la “Casa delle Fate”, che si incontrava sulla sinistra, a preannunciare l’imminente arrivo alla Upim.
La “Casa delle Fate”, la definivamo così per il suo stile liberty, eccentrico e un po’ sfacciato. Per gli intonaci colorati, per le porte e le finestre dalle vetrate fantasiose. Solo quando fui più grandicello seppi che quella singolare dimora liberty era appartenuta al più grande tenore di tutti i tempi: Tito Schipa. E’ la sua voce che augura il mezzogiorno ai leccesi, tutti i giorni dell’anno, in piazza Sant’Oronzo. I turisti ne rimangono sorpresi e incantati perché la voce del tenore sembra scendere dall’alto, morbida e argentina, come se fosse riprodotta da un vecchio grammofono. Si guardano attorno e poi cercano la fonte della musica, proteggendosi con le mani gli occhi dal sole, che in quel momento è allo zenith.

L’appuntamento a Lecce era per la prima mattinata e, come ogni impegno di lavoro, era richiesta la puntualità più assoluta. Dovevo partecipare a quell’incontro accompagnato da un collega che proveniva da un paese più a nord di Lecce. Stabilimmo di trovarci nel parcheggio del Cimitero, di solito più libero di prima mattina, dove avremmo lasciato le rispettive autovetture, per proseguire a piedi verso il centro.
Arrivati sul posto ci rendemmo conto che era ancora troppo presto, nel frattempo fui raggiunto dalla telefonata di un terzo collega che mi preannunciava uno slittamento dell’appuntamento. C’era più di un’ora di tempo che si poteva occupare per fare colazione o per passeggiare nel barocco. Guardandomi alle spalle, notai che i custodi del Cimitero stavano aprendo i cancelli.
Entriamo nel cimitero ? – proposi al mio giovane collega.
Per far cosa – mi rispose lui, perplesso.
Per visitare la Tomba di Tito Schipa – dissi io – improvvisando una motivazione valida che speravo potesse essere condivisa –
Ok, vada per il cimitero…- Era evidente che lo facesse per accontentarmi.
Ci incamminammo verso il viale. Nel frattempo le persone che avevamo visto attendere fuori dai cancelli, con i mazzi di fiori in mano, si erano già disperse nei vialetti e fra le tombe. La giornata estiva si preannunciava molto calda, come le precedenti, per cui in molti avevano anticipato la visita ai loro defunti. Ben presto ci rendemmo conto che il Cimitero era veramente molto grande, diviso per aree secondo l’epoca di edificazione delle cappelle e delle tombe. Girammo senza una meta per alcuni minuti, sperando di trovare un’indicazione per la tomba del tenore. Probabilmente ci passammo anche vicino senza notarla. Alla fine fermai una signora che aveva l’aspetto di una persona ben informata e le chiesi indicazioni.
Mi dispiace – rispose – è imperdonabile per una leccese…non l’ho mai notata. Sarà in un’area che non è nel mio giro abituale…-.
Fermai altre due signore. Una delle due mi rispose in dialetto:
Ci ete stu Titu? Eh fiju miu, ca mancu visciu bbonu…
E l’altra: – No, mai saputo dov’è…-.
Stavamo per andare via. Ma avevamo sollevato un caso perché le quattro/cinque persone alle quali avevamo chiesto le informazioni, non si limitarono a dirci che non ne sapevano nulla ma, incontrando altri conoscenti, chiesero a loro volta. Ce ne accorgemmo seguendo da lontano il passaparola. Alla fine una persona di quelle che avevamo fermato si imbatté in una dolcissima nonnina, accompagnata dalle nipoti, che era una lontana parente del tenore. Si offerse di accompagnare “i signori che volevano visitare la tomba dello zio” e le nipoti vennero a rincorrerci mentre stavamo per uscire dal cimitero. Ritornammo volentieri sui nostri passi. Fu così che si creò un piccolo corteo: la nonnina davanti, che camminava lentissimo, noi dietro di lei, e dietro di noi le altre persone alle quali ci eravamo rivolti. Nessuno dei coinvolti nella nostra ricerca voleva perdersi la visita alla tomba di Tito Schipa. Arrivammo al sarcofago del tenore che eravamo una decina di persone. La nonnina mi indicò un’altra tomba molto vicina. – Qui riposa Bodini – mi disse – Ha presente “La luna dei Borboni? -.

“Qui non vorrei vivere dove vivere
mi tocca, mio paese,
così sgradito da doverti amare;
lento piano dove la luce pare
di carne cruda
e il nespolo va e viene fra noi e l’inverno.”

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