Cultura salentina, Racconti, Scrittori salentini

Mare d’inverno

di Lorenzo De Donno

La pioggia leggera è complice degli innamorati, sgombra le strade di Otranto dai perditempo e dalle persone non realmente interessate.
Un gruppo di ragazzi di colore si è disposto in cerchio sul lungomare, presso la scalinata che conduce al molo. Battono le mani a tempo, incuranti della pioggia, provando e riprovando per trovare la giusta sincronia. Cantano un motivo della loro terra, un ritmo quasi tribale con echi arabi, che non ha nulla di nostalgico. Una sorta di rituale che rievoca, e forse rafforza, la loro precisa identità. Otranto, da sempre, abbraccia i popoli.
Devio il percorso verso Porta Terra, per non disturbarli (o per evitarli?).
Sulle scale della Madonna dell’Alto Mare incontro una coppia di turisti tedeschi, entrambi altissimi, che si parlano sommessamente. Si guardano, e guardano i gradini ma non osservano il mare. E’ quel momento del crepuscolo nel quale ancora tutto è definito. Il buio indugia a prendersi le zone in ombra dai lampioni ma già i riflessi delle luci danno lunghe sciabolate che percorrono la baia, in frazioni di secondo, assecondando il moto lento della risacca. Sono convinto che quei turisti non siano arrivati oggi, ci sono già abituati. Non si può rimanere indifferenti, scendendo quelle scale.

“Sembra che qualcuno a Otranto abbia visto più volte Sabrina affacciarsi dalle finestre che danno sul mare. Lei arriva e riparte, forse per mare. Come le onde, che suonano in levare…” Roberto Cotroneo, da Adagio Infinito e altri racconti sospesi.
Nonostante la pioggia e il freddo, presto a Otranto rifioriranno i cespugli di rosa nella villa comunale e le lantane gialle, sul lungomare, che – a sfiorarle – profumano di miele e di limone.

Epilogo
– È bella a fotografia de ieri sira, a Otruntu…-
– Si bella….
– Ma percè scrivi tutte ddhe cose?-
– Me sguariu..
– Ma poi le scrivi e le cangi dopu cinque minuti. Prima minti a fotografia, ca me pensu ca la sacciu e invece tie te minti a scrivire sutta. Poi cangi quiddhu ca hai scrittu, ne llevi nna cosa e ne ggiungi ddoi…
– Me piace cu ccusu e cu scusu…
– Ma poi…sta’ Sabbrina s’ave saputu ci era? Quiddra ca se nfacciava alla finescia, ca rrivava e se ne scia…
– Bah! Se hoi, te mprestu u libbru. A Sabbrina però ete “nnu simbulu”, ete una ca rappresenta ci nu ttene pace. Forse simu tutti Sabbrine, iou, tie, ca ne ttaccamu a sta terra noscia. Ne ne sciamu ma poi a quai turnamu e cercamu risposte ca nu rrivane mai.
– Beh…sai cce tte dicu? Fanne fazzu qualunque parte intra stu cuntu ma nu me fare cu fazzu a Sabbrina…

(Da un colloquio vero)

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