Cultura salentina, Racconti, Scrittori salentini

Un’alba

di Lorenzo De Donno

© Cesare Cuppone: Alba su S. Cesarea Terme (olio su tela 50 x 70)

Il cielo si è schiarito da poco. In attesa della partenza di un treno, ogni tanto guardavo in alto, nella striscia di spazio vuoto fra il tetto del vagone e la pensilina. Il nero si era diluito, ma non in modo uniforme: un grigio azzurro, a chiazze, che si rimescolava al passaggio veloce delle nubi, spinte dallo scirocco. Ho abbracciato mio figlio e l’ho tenuto stretto per qualche secondo. I suoi capelli sapevano di shampoo ma a me hanno ricordato ancora l’odore di latte e di vaniglia che avevano quand’era bambino.

La corsia della Statale 16 che da Lecce va verso Sud è semivuota. I fari delle auto, su quella opposta, trafficatissima, mi danno fastidio agli occhi, ancora provati dal risveglio anticipato e dalle lenti a contatto che amplificano il disagio. Le auto veloci lampeggiano per farsi strada fra i furgoni dei corrieri, fra i Tir addobbati di luminarie e gli autobus di linea dei pendolari.

Piove anche oggi, ma è una pioggia tranquilla, fine, come una nebbia un po’ più condensata. Il suo picchiettare leggero sul parabrezza, alternandosi ai colpi del tergicristallo, diventa quasi un ritmo, il passo che mi sta riportando a casa.

Radio Montecarlo trasmette una canzone di Mina del 2005, un pezzo di bravura. Ma la Mina che io riconosco è solo nei miei ricordi. Quello che ascolto è un perfetto esercizio di canto con poca anima. La sostanza di base è sempre la stessa, ormai da decenni, con minime varianti. Ogni tanto scende su note bassissime, mentre invita un “Lui” ad andarsene via, perché non ha mai deciso fra lei e l’altra. Poi arriva il ritornello, su note alte, irraggiungibili, che si fa fatica anche solo a seguirle con l’orecchio. Tutte le sue canzoni più recenti sono cosi, costruite ad arte, e non mi dicono più nulla. Non canticchierò mai questa “Vai via”, nei miei rarissimi momenti canori, ma “Grande, grande, grande” forse mi capiterà ancora…

La strada, dopo una grande curva, si raddrizza e le robinie infestanti, che vegetano lungo i terrapieni, si abbassano e si diradano. Ed è così che scopro un’alba mozzafiato.

Il cielo, verso Est, sembra irrorato da secchiate di colori pastello: rosa, arancio, giallo pallido e viola. La pioggia fine li fonde e li attenua, come un pittore che usa uno sfumino. Sull’orizzonte c’è una linea di nuvole basse e scure, in parata, come se fosse una fila di strani pupi dalle fogge grottesche e deformi. Nel punto in cui deve spuntare il sole, invece, le nubi si sono rotte, sfilacciate e impastate di luce. Qua e là, si aprono inaspettati spazi di cielo sereno, incastonati come i vuoti dei cristalli rotti in una vetrata antica, dove lo sguardo penetra, ancora più in fondo, e si ferma su pareti di madreperla iridescente. Dove sono tutti i miei amici fotografi questa mattina, quelli che mi tappezzano la giornata di centinaia di scatti fantasiosi? La pioggia li ha traditi.

Un’auto si è arrestata sul culmine dell’ampio tornante che scala la collinetta che si stende intorno a Galugnano, nel posto dove si fermavano negli anni sessanta, esauste, le Fiat 600 con il radiatore in ebollizione. Una coppia di ragazzi sta fotografando quest’alba spettacolare, sfruttando l’altezza di quel tratto, che sovrasta gli ulivi e i capannoni. Alla piazzola successiva inchiodo la macchina anch’io, abbasso il finestrino, ma solo per respirare lentamente, e guardare. Oggi non farò foto.

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Un pensiero riguardo “Un’alba”

  1. Nel gennaio del 1940 Cesare Pavese ha scritto la sua “Il paradiso sui tetti”, il cui avvio “Sarà un giorno tranquillo, di luce fredda/ come il sole che nasce o che muore e il vetro/ chiuderà l’aria sudicia fuori dal cielo” tutto volto al futuro, è tra i più memorabili della poesia novecentesca prima che i versi fluiscano verso il fascino della morte e di un dopo dai ricordi grumi d’ombra. Lorenzo De Donno riesce a regalare/tirar fuori con un tocco di maestria un ossimoro estatico che verte sul tranquillo: scrive di una “pioggia tranquilla”, una pioggia che non rabbuia ma quasi rasserena e che miracolosamente dà la possibilità di volgere lo sguardo ad un futuro con un’alba qui “mozzafiato” che ci sporge verso un orizzonte/venturo dove le nubi sono impastate di luce e verso “inaspettati spazi di cielo sereno”. Lasciamo da parte il turbinio caotico della nostra quotidianità e ci fermiamo, guardando, abbassando il finestrino, un presente che riporta ricordi affacciandoci sull’iridescente a venire. In estatica, appunto, attesa. Affascinante.

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