Racconti, Scrittori salentini

Come due foglie

di Maria Grazia Anglano

Come due foglie cadute in un lago, i suoi occhi.
Zattere naufraghe senza vento, ad indicare nessuna direzione.
Era così che si percepiva Marisa come se qualcuno le avesse spostato quella folla di giorni e cose a venire, in qualche angolo declive. Ormai risucchiati, spariti.
Guardò l’acqua limacciosa e ferma sotto di lei, si sentì calamitata, come verso una porta di liberazione.
La ridestò la stretta allo stomaco, che s’assesta come un pugno, quando troppo ci si sporge “oltre”.
La giacca poggiata sulle spalle, le dondolò appigliata per un solo lato.
Come e perché fosse arrivata lì non riusciva a spiegarselo, né erano serviti gli occhi aperti alle ore della notte, a confessarselo.
Si sentì raggomitolata nelle sue stesse speranze, sbagli, illusioni, in un solo infinibile bozzolo.
“Dipanarlo? Mio Dio no! Riprovarci ancora? Assurdo!”
Marisa polsi sottili, su caviglie esili, un fuscello di fragile eleganza. I suoi dolori erano un’impercettibile tutt’uno con la malinconica dolcezza che le si dipingeva sul viso.
Aveva imparato a mettere in ordine ogni sbavatura, del suo inferno.
Era brava, aveva convinto tutti, meno la sua coscienza che ribelle, spesso l’assaliva inaspettatamente.
E poi di quell’uomo creduto amato, cosa le rimaneva? Solo due entità scisse, non in comunicazione tra loro, quasi una all’oscuro dell’altra e lei come mantice, nel mezzo!
In trappola di entrambi.
Non sapeva più dire quale delle due personalità fosse peggiore. Quella che fingeva filantropici interessi, affabulatore e oratore sopraffino, all’occorrenza. Oppure quella preda delle sue impotenze, teatro delle sue lotte più infime, dove lei era vittima prescelta.
“Credete fosse facile uscirne?” Si disse! E intanto i suoi monologhi montavano, un’eco, una risonanza assoluta: “No! Non giudicatemi voi che non vedete il cielo cupo di questo inferno… Non giudicatemi! Non sapete quante strade ho trovato chiuse e colluse… Non sapete!
La ragazza ribelle che ero è sbiadita, l’eco della sua rabbia non mi giunge più.”
Ancora nel gomitolo di questi pensieri, tornò a casa. Salì le scale quasi due alla volta come spinta dall’urgenza di qualcosa da fare.
Chiuse la porta dietro di sé sospirò e rimase ferma lì, un tempo che pareva non quantificabile. Poi ripose il suo soprabito a campana, come la moda di quel 1953 richiedeva, accostò vicine le sue scarpe col tacco e si diresse verso la finestra a piedi nudi. Guardò a lungo il formicolio di gente e macchine, sciogliendo ogni residuo nodo interiore, carezzando quell’angolo di mondo . Poi lentamente accostò le tende.
Rimase piantata lì, dietro quel sipario chiuso, mentre il fresco, dai piedi scalzi, saliva su per la schiena, procurandole un lungo brivido improvviso.
Era accaduto il giorno prima le era stata regalata una pace improvvisa, arrivata come un vestito nuovo. Una nuova consapevolezza che aveva mosso ogni sua cellula.
Ora ne era certa, lei poteva essere finalmente libera!
Così si sedette ad ascoltare le maree di dentro e stette braccia lunghe e palmi aperti.
Sentì il suo corpo fisico innalzarsi, anche se era immobile, al suo posto.
Non vi era più né un prima né un dopo, solo un nuovo spazio d’essere.
L’odore del gas, complice, era ormai pregnante e fluttuava per tutta la stanza come da un mondo ottuso di suoni liquidi.

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