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Salvatore Toma, il cantore dell’amore e della vita

di Tina Cesari


Il poeta dei liburni e dei corbezzoli, così Antonio Verri definiva il magliese Salvatore Toma. A Maglie c’è un bosco di querce, denominato “Le Ciancole”, e Salvatore, in questa sorta di eden incontaminato, scriveva versi sulla sua quercia prediletta.
Si rivolgeva alle rondini dicendo: «Non andate alle mie stupide città, per guardarvi non hanno mani i cuori» e sentiva la primavera con anticipo «nei capelli distratti di febbraio»: è risaputo, d’altronde, il grande, sconfinato amore di Toma per la natura.
Questo amore gli fa dire che «la natura, tutta la natura è tua. Difendi il tuo diritto alla vita! Difendi le sue dolci meraviglie!», e lo induce a favoleggiare che «prima che gli uomini lo corrompessero, il mondo era troppo generoso e nella pace soleggiava la pietà e nulla di male era possibile». In lui, insomma, c’è una voglia struggente di «fiorire, fiorire, fiorire a non finire».
Persino la fine del mondo non sarà una catastrofe colossale ma «la terra si trasformerà in un prato verde fiorito infinito e gioioso».
Ci alletta l’idea di presentare l’aspetto vitalistico e la passione per la natura di contro la visione del poeta maudit, che spesso lo ha consacrato alla critica, a partire dalla pubblicazione, per Einaudi, del suo “Canzoniere della morte”, così battezzato dalla studiosa Maria Corti. Invece, perfino quando parla di morte, il poeta dice che «voler morire è voglia disperata di vivere», e come «chi tutto conosce voglio godermi la vita».
Dunque, egli ci invita tutti a «non pensare alla morte ma a pensare al domani che così inevitabilmente risorgerà e non ti parrà vero».
Altrettanto toccante è il tema dell’amore che, teneramente, gli fa scrivere «la mia è una donna favolosa. Pur di non perderla rinuncerei ai miei versi» e «come gli uccelli sono in cerca febbrile del nido», così lui è in cerca del lontano amore che egli stesso definirà «mio caro amore bellissimo infinitissimo irraggiungibile amore». Toma è perennemente legato a questo sentimento tanto da dire: «cerco una donna a cui scrivere lettere d’amore, la voglio già innamorata».
«Non si può soffocare un amore, lo si può ritardare, nascondere subire o soffrire in silenzio, ma alla fine trionfa»: ecco sintetizzato il pensiero di Salvatore su questo tema, centrale nella sua produzione poetica per cui il bacio diventa «quel belato di mansuetudine che trafigge la nostra anima quando la ragione pascola nel cuore».
Persino il Dio di cui parla il poeta non è pieno di croci e di spine ma «è libero, ha soffici ali e vola dappertutto» e «c’è ben poca fede se non si sbalordisce al pensiero del nostro universo e degli uomini che lo circondano».
L’umanitarismo del poeta, poi, è evidente nei suoi pensieri: «In diciannove anni di vita ho commesso diciannove secoli di errori. Ciò di cui non mi pento è di aver amato gli uomini invano», e arriva amara la considerazione che «gli uomini sentono il dovere di considerarsi uguali davanti alla morte e contrari alla vita. Oh, come tutto dovrebbe mutare perché subissimo nella vita quella fratellanza che ci procura la morte». E arriviamo, così, alla palingenesi finale con il proposito, quasi utopistico, ma profondamente sentito: «un giorno di questi farò di tutto, tutto farò filare liscio, i pensieri e gli occhi anche le nuvole raddrizzerò».
Il poeta prende, così, commiato da noi con questa poesia che può essere considerata il manifesto poetico e di vita di Salvatore Toma, il cantore dell’amore e della vita:

Arriverà la vita
arriverà
arriveranno le grandi cime
mosse dal vento
l’azzurro dei fiumi
e la neve
e i giorni senza peccato.
Arriverà
la squaw dei tuoi pensieri
l’anima ideale
i figli ideali
e la vita.
Arriverà la primavera
coi suoi fiocchi rosa
come se avesse partorito
la femminilità.
Arriverà la gioia di vivere
a costo di morire.
Ritorneranno le mandrie di bisonti
a ricordarci i polveroni americani.
All’orizzonte
li avvisteremo come
una enorme traumatica onda gialla.
Ritorneranno gli indiani
i bambini chiassosi
con gli archi finti fantasiosi.
Ritorneranno
le squaw a lavare i panni
sulle rive dei fiumi celestiali
e il cane randagio fra le tende
che nessuno si sogna di cacciare.
Ritornerà
la vista dei castori
innocenti roditori di tronchi
e le loro tane
le loro gallerie
l’aria delle praterie
e l’odore leggendario
dello sterco dei cavalli.
Ritornerà
il pioniere costruito d’avventure
di partenze di speranze
di terre promesse.
Arriverà la vita,
arriverà,
palazzi città auto ferrovie
saranno dilaniati come antilopi.
Il leone che è in noi
ruggirà in maniera mai sentita
sbranando uomini e donne
bambini invecchiati
e vecchi arroganti
malati di dominio.
Arriverà la pace
il silenzio mosso
da un canto divino.
Ci sentiremo lo stomaco
svuotato di carni
non avremo bisogno di mangiare
respireremo vento
aria neve gelsi
il selvatico che è in noi
prevarrà.
La verità
arriverà.

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