Cultura salentina, Racconti, Scrittori salentini

U scurzune (il serpente biacco)

di Lorenzo De Donno

Ieri ho accompagnato papà al giardino, il piccolo fondo di famiglia acquistato alla fine degli anni 60. “U sciardinu”, da noi si usa chiamare così una campagna che venga coltivata per svago e non per mestiere. Ho passato in quel luogo molti pomeriggi della mia infanzia. Ero piccolo ma ricordo precisamente il momento in cui, in una vecchia casa del centro di Maglie, un’anziana vedova, proprietaria di quel fondo denominato “Campi”, consegnò a mio padre le chiavi lunghe e arrugginite della porticina d’ingresso e quella della casetta di pietra leccese che c’era al centro. Mentre firmava l’atto di vendita, dal Notaio, la donna pianse con lunghe lacrime che corsero sulle guance bianche e caddero sulla carta vidimata, inumidendola.

Fuori dallo studio notarile chiesi a mio padre perché la signora avesse pianto, invece di essere contenta per aver preso quelli che a me erano sembrati “tanti soldi”, già preparati dalla banca in una grossa mazzetta di fogli da diecimila lire e ricontati al momento dall’assistente del Notaio. Lui mi disse che la signora aveva pianto per i suoi ricordi legati a quel giardino. Fu quella la prima volta che capii che si possono comprare le cose ma non i sentimenti e i ricordi delle persone, ma che è comunque un trauma distaccarsi dalle cose perché diventano lo scrigno fisico di quei ricordi. Lo capii solo in teoria e in modo grezzo perché non avevo ancora, a quel tempo, la maturità necessaria e un magazzino di ricordi da mettere alla prova. Ma quel giardino, denominato Campi perché faceva vivere a lungo i proprietari, divenne per me un posto che aveva una sua sacralità, perché aveva custodito i ricordi della vecchia e ne aveva suscitato il pianto. In seguito, mi capitò spesso di provare a immaginare la quotidianità, ma anche le piccole ricorrenze, le pasquette e le notti silenziose, passate a fissare le stelle, dei componenti di quella famiglia che aveva vissuto, prima di noi, l’avvicendarsi delle stagioni in quella casetta. E forse aveva avuto ragione la signora a piangere, perché noi i suoi ricordi li avevamo comprati davvero. Mi convinsi che una parte residuale di quei ricordi erano rimasti in quel luogo, presenti ma ormai criptati e indecifrabili, insieme ai nostri e a quelli di coloro che erano stati lì ancora prima di lei. Era uno scrigno che non si sarebbe mai svuotato.

Quel piccolo terreno, posto al culmine di un’altura e circondato da muretti a secco, in mano nostra non subì sconvolgimenti, era già ricco di roseti, fichi e ciliegi ed era giusto che non cambiasse perché già, in qualche modo, nella sua semplicità ci rappresentava. Mio padre si limitò a integrare la flora con alberi decorativi, con altri spuntati da semi nei vasi, e poi trapiantati in piena terra, e altri ordinati da cataloghi e che vegetavano, più o meno rigogliosamente, ma fruttificavano poco perché non adatti al nostro clima. Fortunatamente, in tutta questa vegetazione decorativa, c’era un orto, condotto con costanza da mio nonno, che invece produceva rape, cicoria, verze, meloni e angurie.

Una parte del fondo, intorno a un grande noce, era invece rocciosa e inadatta alla coltivazione. Non si ritenne di dissodarla perché sarebbe costato troppo e la parte coltivabile era già sufficiente. Conoscevo (conosco) ogni singolo spuntone di calcare compatto sul quale appoggiare il piede per saltare dall’altra parte, per sedersi vicino a una piccola pozza che d’inverno raccoglieva qualche centimetro d’acqua piovana e che d’estate non mi rassegnavo a vedere a secco e alimentavo con secchi d’acqua che evaporava in fretta.

Ma, come in ogni storia da raccontare, c’era anche, in quel contesto bucolico e familiare un rovescio della medaglia. Nel muro di confine a sud abitava una grande serpente nero (il più grande che mio nonno avesse visto, a parte il diavolo dei Paduli, ma questa è un’altra storia). Era riconoscibile dagli altri serpenti dal fatto che aveva dimensioni inusuali ed era privo della coda, che aveva perso probabilmente nello scontro con un uccello predatore. Era un animale estremamente aggressivo, se incontrato in un posto che non gli consentisse una via di fuga. Soffiava e attaccava, sollevandosi come un cobra, nonostante gli mancasse quel pezzo di coda per sostegno . Lo “scurzune” rimase l’incontro più terrificante che si potesse fare nel giardino. La sua presenza era incombente, tanto che anche se non lo si vedeva, ogni rumore e ogni fruscio fra le foglie veniva attribuito al suo passaggio. Un paio di volte me lo trovai a pochi centimetri dalla faccia, mentre raccoglievo le more sotto il sole del pomeriggio. Furono attimi di terrore puro, alimentati dalle storie e da tutte le leggende sulla pericolosità della puntura mortale di una fantomatica spina che poteva sporgere dalle vertebre sul dorso. C’era addirittura un proverbio, che ripetevano gli anziani, che metteva in guardia dai serpenti e che vedeva contrapposte, ma ugualmente letali, la vipera e la serpe nera: “Della mia mozzicatura te ne vai in sepoltura – diceva la vipera – della mia spinella te ne vai in cassettiella (cassa da morto) rispondeva il serpente nero”. Questo serpente convisse con noi per molti anni, e tanti altri ne aveva quando lo incontrammo. Probabilmente se ci fosse capitato a tiro ce ne saremmo sbarazzati, sarebbe stato più comodo e tranquillizzante per tutti. Oppure evitammo l’occasione di ucciderlo, riconoscendogli il diritto naturale di vivere nel nostro muro. All’epoca si poteva uccidere un serpente senza essere sanzionati.

Ieri, facendo scendere mio padre dalla macchina, qualche decina di metri prima dell’ingresso del giardino, ho avuto un attimo di panico. Quasi sotto ai miei piedi c’era un grosso serpente nero, morto e privo di coda, con il corpo deformato da un evidente schiacciamento, identico allo scurzune di cinquant’anni fa. Lì vicino c’erano due contadini che stavano ripulendo dalle erbacce i muretti a secco e, più in basso, c’erano delle persone che facevano lavori di movimento terra con ruspe e camion, entrando e uscendo con i mezzi da un fondo.
– Lo ha investito qualcuno mentre cercava di attraversare l’asfalto – ha detto il più anziano dei due – Peccato, era un bell’animale!
– Ma è senza coda! – ho fatto notare, come se mi occorresse un riscontro a un fatto inconfutabile. In quel momento ero tornato indietro nel tempo.
-L’avrà mangiata una picalò (gazza) – ha risposto il contadino, riprendendo a lavorare.

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