Arte, Cultura salentina

Gli occhi di Stefania Bolognese

di Maria Rosaria De Lume’

Gli occhi non servono solo per vedere, vedersi, essere visti. Servono anche per specchiarsi, per ritrovarsi in quelli dei genitori, dei figli, degli amici. Servono per misurare la profondità e l’ampiezza del proprio sguardo. Servono per sostituire gli specchi, di cui Stefania Bolognese ama circondarsi. Che cosa e quante cose (sentimenti, sensazioni, racconti, storie, vite) si possono cogliere attraverso i colori e le sfumature di un’iride? La risposta in chi “guarda” i mosaici di Stefania in questi giorni in mostra a “Cortili aperti” di Martano.
Novalis scriveva che l’arte non raffigura ma fa apparire un senso delle cose, un modo di pensare, rende cioè presente un mondo di emozioni, rende reale il “come se” perché aiuta chi guarda a cogliere un aspetto della realtà che prima non sembrava possibile. Succede questo a chi si accosta all’arte musiva dell’artista. Le tessere musive tra le sue dita diventano duttili, raccontano di un mondo in movimento, non fissano una “verità” raggiunta, ma diventano strumento di una ricerca che è proiettata verso nuove mete di cui l’artista percepisce e intuisce la presenza e l’urgenza.
Il percorso artistico di Stefania Bolognese è iniziato al liceo Capece di Maglie dove negli anni Ottanta ha frequentato il Liceo sperimentale indirizzo artistico. I semi del lavoro creativo sono stati piantati proprio nel corso di quell’esperienza che ritorna nella sua memoria e nel recupero degli aspetti che hanno trovato sviluppi successivi. La scelta dell’arte musiva è arrivata qualche anno dopo con la frequenza del corso di restauro musivo presso la Scuola di Spilimbergo, il corso della ditta Signorini a Ravenna, e successivamente sul campo con la partecipazione al restauro di pavimenti musivi di chiese tra cui quello della cattedrale di Otranto. E poi laboratori e mostre, la “fucina” del suo laboratorio nel cuore di Carpignano in cui è “controllata” dagli occhi di figlie e amici.
C’è una colonna sonora che accompagna il suo lavoro, la musica di Bach come nostalgia e perenne aspirazione (ha studiato cinque anni al Conservatorio senza, però, concludere il percorso). Nelle sue mani ora le note acquistano corposità, evidenza plastica, accompagnano il ritmo di una ritrovata consapevolezza nel “disordine” di bianche tessere disuguali, che tagliano la quotidianità come lame appuntite. Ne viene fuori una “compostezza” del tutto particolare che spinge chi guarda a mettersi in discussione e a iniziare un percorso catartico. Come quello che ha permesso a Stefania di acquisire, dopo numerose e qualificate esperienze, un linguaggio artistico originale tutto suo.
La musica, quindi, è nostalgia, aspirazione, desiderio, ma anche bisogno di leggerezza che troviamo nelle ultime composizioni coloratissime, fiori che sembrano sbalzare e diffondere messaggi di armonia per un mondo nuovo. Finalmente insieme tutti i colori dell’iride che Stefania mescola e ricompone. Il risultato è un’armonia ritrovata, a lungo cercata e finalmente trattenuta ben stretta nelle tessere disuguali e allegramente colorate.

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