Cultura salentina, Recensioni

“Il ragazzo fortissimo. Cosa mio figlio e io abbiamo imparato dal cancro”, di Mirella Borgocroce

di Elena Tamborrino

Questo libro narra una vicenda vera che riguarda un ragazzino, Rocco, che si è appena affacciato all’età adolescenziale con tutti i fenomeni psicofisici che questo comporta e la sua malattia, affrontata e vinta; è la sua mamma, Mirella Borgocroce, a raccontarcela. La storia quindi che abbiamo oggi tra le mani sotto forma di romanzo-confessione nasce da un’esigenza profonda che l’autrice manifesta e dichiara in due punti del libro, quando a p. 75 afferma di non volersi far sopraffare dall’afflizione e di voler trasformare il dolore in forza creativa e a p. 119, quando scrive che “a volte è necessario fare qualcosa, scegliere un’azione forte e portarla a compimento” e che, “non sapendo fare altro”, si è sentita a un certo momento pronta a raccontare questa esperienza. E questa storia, la storia di Rocco, della sua malattia, della determinazione di una madre e di una famiglia che affrontano il mostro dell’osteosarcoma con coraggio e fiducia, ha avuto una specie di vita parallela su Facebook, dove in una forma distillata, Mirella ha riportato timori e speranze, coinvolgendo nella vicenda di Rocco i tanti lettori che la seguono. Mi ha ricordato molto i racconti che della propria malattia ha fatto Severino Cesari sul suo profilo Facebook, poi confluiti in “Con molta cura”: nei due anni della malattia Cesari ha condiviso riflessioni, considerazioni, ha posto questioni e empaticamente ha dialogato con i suoi lettori. Mirella ha dato una dimensione più lirica ai suoi post, meno narrativa, più evocativa e armoniosa: in questo mi piace pensare che abbia inciso il suo passato, in cui c’è la musica, con esperienze nell’ambito del postpunk italiano e della new wave, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, con il gruppo dei Pale TV. Questa rarefazione dei sentimenti spesso, almeno in me, ha lasciato spazio al rispetto silenzioso, più che alla voglia di commentare con frasi che sarebbero state, per quanto sentite, anche molto banali. La sensazione è che in alcune persone esista un livello di percezione della realtà non comune, in grado di sublimare l’esperienza per coglierne i significati più profondi.
Uno dei primi argomenti che Mirella affronta e che mi ha colpito in modo particolare è la percezione del tempo, dal momento in cui arriva la diagnosi per Rocco, dopo una serie di accertamenti: il ragazzo zoppica un po’, ha un fastidio al ginocchio, sarà bene fare dei controlli. Arriva la diagnosi ed è una parola che fa paura al solo pensarla. A questa fase di conoscenza preliminare e dell’impatto emotivo che la notizia ha sulla famiglia, Mirella dedica il primo capitolo, che chiama “I giorni muti”: il tempo scorre veloce, così veloce che se ne perde la percezione reale perché, dice Mirella, dà informazioni in un momento che è già avanti rispetto a quanto ancora si sta metabolizzando, assorbendo. Lo chiama “passato che si sfilaccia”, quello in brandelli a cui resta aggrappata, in un presente che è pieno di domande.
Ancora un aspetto interessante è la genitorialità nella sofferenza: chi è lei, chi è Saverio, suo marito? Come Gloria, la sorella di Rocco, fa fronte all’uragano che investe la famiglia? Quale ruolo ha la famiglia intera, fatta non solo di legami parentali ma anche spirituali, in questo tornado che la travolge? Soprattutto, cosa fare di questa esperienza? Può davvero la malattia diventare una risorsa (“Forse questa malattia può insegnarci qualcosa”, dice a p. 39 e ancora più avanti a p. 123 “voglio dire loro -le persone che vivono esperienze simili n.d.r.- che la vita è poesia, che noi siamo poesia, anche col cancro che ti divora le ossa”)? L’argomento è spinoso e di grande attualità, ogni storia è diversa dall’altra, non sempre il lieto fine è possibile, anche se le probabilità di successo negli ultimi trent’anni per le malattie tumorali si sono incrementate di molto (e tuttavia, per contro, è aumentata proporzionalmente anche l’incidenza delle stesse). Nadia Toffa, scomparsa recentemente, cercava di far passare questo messaggio, della malattia come occasione, e sappiamo da quante critiche è stata investita.
Una dimensione essenziale per comprendere la ratio che c’è dietro questo libro è quella che ci fa assumere il punto di vista del narratore, Mirella, appunto, la madre: come ha sottolineato Demetrio Paolin parlando de “Il ragazzo fortissimo” su La Lettura del 28 luglio scorso, “pur essendo il figlio Rocco a vivere su di sé il male, il racconto si concentra più sulle sensazioni, riflessioni e azioni della madre” e in particolare l’esigenza che nasce del volere guardare al bene piuttosto che al male e alla saggezza del farsi travolgere sì dalla sofferenza che è ineluttabile, senza lasciare tuttavia che essa possa sviarci . A questo punto è importante sottolineare che nella vita di Mirella la scelta del Buddismo come filosofia e stile di vita ha avuto un ruolo determinante nel suo approccio con la vita e con la malattia di suo figlio: quello che si percepisce dalla lettura di questo libro è la forza della Fede, che tramuta l’esigenza di pregare per chiedere la guarigione di un figlio, in preghiera per decidere la guarigione, “non è sufficiente pregare per la guarigione di Rocco. Devo riconoscere questo mio destino e trasformarlo”, dice a p. 115. La visione religiosa consente di allargare lo sguardo in direzione della sofferenza altrui, che più avanti nel libro diventa visione di una sofferenza globale, anche a livello onirico; altresì permette a Mirella di convincersi che Rocco ha una “missione”, quella di fare del bene nella vita proprio in virtù del fatto che è stato capace di attraversare il dolore con consapevolezza. Quanto è importante l’autodeterminazione del malato (non dimentichiamo il titolo: Rocco è il ragazzo FORTISSIMO) e la determinazione di chi gli è vicino sono altre domande che scaturiscono dalla lettura di questo libro, che racconta anche l’equilibrio possibile tra approccio scientifico e approccio spirituale nella ricerca delle cause della malattia.
“Il ragazzo fortissimo. Cosa mio figlio e io abbiamo imparato dal cancro” è un libro bello, scritto bene (ma chi legge Mirella su Facebook lo sa già che lei scrive bene), una lettura che dona speranza e fiducia, che offre una prospettiva inedita e coraggiosa.

Mirella Borgocroce, “Il ragazzo fortissimo. Cosa mio figlio e io abbiamo imparato dal cancro”, Sonzogno 2019, € 16,00

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