Cultura salentina, Recensioni

I racconti di Rocco Merola, tra parodia e poesia

di Angela Leucci

«Il professore, dopo aver salutato il nuovo amico, si avviò a fare col vento l’ultimo dialogo della giornata» (Rocco Merola – dal racconto “La fiera delle cicale”)

Una volta Rocco Merola mi raccontò che colui che aveva ispirato uno dei suoi personaggi se l’era presa per il modo in cui l’aveva descritto. Trovai la cosa bizzarra. Gli dissi che, secondo me, non aveva centrato il personaggio/uomo reale – la cui caratteristica principale era, a mio avviso, l’onnipresenza – e che non capivo perché se la fosse presa. Ho sempre trovato che, a parte qualche personaggio particolarmente negativo – magari palesemente ispirato alla politica nazionale – i caratteri tratteggiati da Rocco fossero lusinghieri.

All’inizio non l’avevo capito, faccio ammenda. Quando hai di fronte il libro di Rocco Merola, la raccolta di racconti che percorre gran parte della sua vita – “La rete elastica” – lo si comprende: il metro di Rocco, del “professore”, come non voleva che lo chiamassi quando l’ho conosciuto, erano un paio di occhiali con delle lenti rosa e azzurre che non ha mai indossato perché erano dentro ai suoi occhi. Rocco voleva bene alle persone, riusciva a trovare del buono nella gran parte di coloro che incontrava. Era il suo modo. (E per me, ora, è molto difficile scriverne).

Rocco Merola è sempre al centro, il narratore delle sue storie. Iniziò a pubblicarle dapprima a puntate su piccole testate culturali locali, per poi farle confluire spesso nelle miscellanee della Società di Storia Patria per la Puglia. Quelle storie sono state il suo piccolo megafono, il suo modo di raccontare una realtà attraverso il sogno.

Ci sono infatti due cose importanti da dire della narrativa di Rocco Merola. La prima è tutta nei personaggi, sempre ispirati a qualcuno. Tra tutti spicca – e non senza una nota triste – quello del professore Stomero o Stomeno – che è ricorrente nelle sue storie. Dietro questo personaggio c’era un uomo reale, il professore Antonio Stomeo, insegnante di francese al liceo Capece di Maglie e quindi suo collega, grande amico con cui intrecciava interminabili chiacchierate politiche, anche lui scomparso come Rocco, poco prima di lui. Stomeo e i suoi alter ego letterari meroliani sono emblematici proprio per il modo in cui Rocco li fece nascere. Come il co-protagonista de “La fiera delle cicale” per esempio, pieno di poesia nel suo volo di aquiloni. (Ecco, a volte mi sembra di vederli ora, Rocco e il professore Stomeo discutere insieme durante un volo di aquiloni nel Cielo. Perché a Rocco Merola non sfuggiva neppure la dimensione spirituale, un fatto cui tendeva e del quale sempre, da atea, mi stupivo).

La seconda cosa riguarda le trame al limite del grottesco. Un luogo comune vorrebbe che tutte le idee siano state ormai sfornate, che il genio degli autori, il “bello” si sia esaurito alla boa del Secolo Breve. Può anche darsi che sia così, dato che Rocco è stato a tutti gli effetti un individuo che il Novecento l’ha vissuto appieno, almeno nella sua seconda metà – per chiare ragioni anagrafiche. Le storie di Rocco riguardano coppie al limite dell’avventura – quando ancora il romanzo “In viaggio contromano” di Michael Zadoorian non era stato pubblicato e forse neppure pensato – intrighi politici con risvolti sessuali o corruttori, mondi contadini sospesi dal rumore di un «puff» e la sua Maglie, la sua Vignacastrisi, il suo Salento. Il mondo letterario di Rocco è un Upside Down – per dirla con i fan di “Stranger Things” – in cui i personaggi incontrano la loro nemesi, ma non l’affrontano, perché spesso sono ab origine «vinti» o semplicemente «inetti», come nella migliore narrativa classica italiana.

Io non lo so se si possa scindere un Rocco Merola uomo dal Rocco Merola scrittore. E non saprei neppure scrivere qualcosa su di lui che non sia decisamente personale. Perché io e Rocco parlavamo di molte cose, ma soprattutto di lingua, narrativa, punteggiatura. L’avrei voluto all’interno di una raccolta che mi richiese un grande sforzo emotivo e professionale – ma non è accaduto, semplicemente. È giusto così, lo dico con un po’ di nostalgia. Rocco era capace di incanto e disincanto, era un outsider dalle profonde terre di Puglia che non finirà mai sui libri di letteratura, benché lo meriterebbe.

A noi resta un’eredità di parole. «C’è sempre qualcosa che non troveremo mai… In fondo ha avuto solo un taglio d’unghia, per il resto è tutto forte e vincente. Io invece sono tra i perdenti, diciamo… i poeti, ma non mi lamento, rimango a terra: in alto lancio gli aquiloni e gioco col vento, cosi mi rimane un po’ di poesia».

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