Cultura salentina, Racconti, Scrittori salentini

Storia di strada

di Lorenzo De Donno

© Giuseppe Diso: La strada (olio su cartone telato, 2010)

Quasi ogni mattina passo da una strada che fa da traversa a due arterie trafficate. Il senso unico la rende inspiegabilmente tranquilla, nel senso -scusate il gioco di parole – che non basterebbe questo a giustificarne la tranquillità. Probabilmente gli automobilisti non trovano comodo svoltare da lì e i flussi veicolari vengono deviati già a monte, da altri divieti e sensi unici. Sui due lati di questa strada si affacciano una serie di abitazioni in pietra leccese dei primi decenni del ‘900, con la classica facciata di pietra e l’architettura pulita caratterizzata da pochi elementi decorativi.
C’è una piccola finestra a due battenti, dipinta di verde, con gli scuri bianchi sempre aperti. Avere una finestra era un pregio per le case dell’epoca, in quel rione, in quanto le abitazioni erano costruite su un fronte di pochi metri e si sviluppavano in profondità: due o tre stanze in fila, con quella centrale spesso cieca, e un cortiletto dietro. Sulla strada c’era quasi sempre solo la porta d’ingresso, sormontata da un lucernaio. Avere anche una finestra di lato significava aver avuto la possibilità di acquistare un lotto di terreno con un fronte strada più ampio della norma e di aver avuto anche le possibilità economiche di costruire una casa più grande. La casetta di cui parlo è esposta a nord e, non vedendo mai il sole diretto, ha fame di luce naturale. Al suo interno, infatti, regna una penombra caravaggesca e quel poco di luce che prende dall’esterno, che illumina solo i dettagli, è grazie a quella riflessa dalla pietra chiara della casa di fronte.

In quella stanza c’è un laboratorio da sarta, con una vecchia macchina da cucire, posizionata proprio sotto alla finestra. Il tavolo del soggiorno, che sta subito dietro, coperto da un panno di lana spesso, è stato adibito a tavolo da taglio. Ci sono cesti pieni di rocchetti di cotone, pesi di ferro per tenere fermi i tessuti riposti su una mensola e i modelli di carta pergamena che sembrano mappe del tesoro da decifrare. C’è, ancora, un vecchio metro di stoffa gommata arrotolato e quello, invece, inciso su un’asta di legno appoggiata al muro. Sul ripiano della macchina da cucire sono riposte delle forbici di acciaio pesante,con i fori per le dita verniciati di nero, e un pezzetto di gesso da sarto, consumato su un lato e ingrigito dal tempo. Tutt’intorno sono sparsi scampoli di stoffa e tagli, già imbastiti, da cucire. Non tutto quello che descrivo è reale, molto me lo ricordo dalle prove che feci per il mio vestito da comunione. In realtà la stanza alla quale mi riferisco è veramente troppo scura per distinguerne tutti i particolari e anche il laboratorio di quando ero ragazzino era un altro.

Un giorno ho visto anche la sarta, la “mescia” si sarebbe detto una volta. Una bella donna anziana con un volto espressivo. In piedi dietro alla finestra, con il viso illuminato dalla luce riflessa della casa di fronte. Mi è apparsa come una visione di un secondo, giusto il tempo di due passi, uno dietro l’altro. Ho pensato che quel viso sarebbe entrato di diritto nei soggetti ideali dei quadri dei maestri salentini: un’icona dell’attesa. Forse un po’ troppo anziana per lavorare. Perché, allora, se è così, quel laboratorio è ancora intatto? Forse perché quando si è lavorato in casa, spesso ben oltre ogni limite d’età ragionevole, è tutto più difficile, anche separarsi dagli attrezzi di lavoro, perché la casa non è un terreno neutro e si risponde sempre “personalmente”, e in modo più diretto, in qualche modo coinvolgendo il buon nome della famiglia che l’abita, sia delle cose buone che degli errori che può capitare di fare. E, quando si finisce, non si lascia mai un semplice posto di lavoro, ma un santuario di ricordi.

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