Cultura salentina, Racconti, Scrittori salentini

Requiem

di Tina Cesari

RICHARD TUSCHMAN: HOPPER MEDITATIONS

“Vi ho incontrati, questa mattina. E mi avete parlato, tutti e due. Tu, madre, mi hai detto buongiorno, era proprio la tua voce calda, fragile e sicura al tempo stesso.
E poi ti ho vista.Diritta e silenziosa, ti sei avviata verso un simulacro protetto da un vetro, di quelli che si vedono nelle chiese, con dentro le statue dei santi.
Non vedevo niente al suo interno, ma tu hai baciato la sua fredda superficie e lo hai toccato con le palme aperte, quasi sprigionando devozione o chiedendo qualcosa, una grazia, forse.
Poi ti ho rivista nella nostra casa, ed era bello saperti lì. Io sapevo che non c’eri, ma mi accarezzava il cuore saperti tornata.
Tu, padre, col tuo viso sorridente, quasi infantile, mi parlavi come sempre, con quell’enfasi, quell’esuberanza quasi pervasiva, che tante volte rivedo in me.
Poi mi sveglio, e l’angoscia mi preme, è un macigno.
Quante volte vorrei distendere il mio corpo tra voi due, e prendere le vostre mani, sapendovi uno da un fianco e l’altro dall’altro, così come vi immagino adesso.
Vorrei consolarvi del vostro lungo letargo e nello stesso tempo sapermi tra le vostre braccia, sotto la vostra ombra.
Certe volte vorrei riposare nella vostra calma ma so che non spetta a me decidere.
Mi accontento di guardarvi attraverso una cortina di pietra e sapere che, nel frattempo, tutti e due vi siete seduti a guardarmi, uno accanto all’altra come, forse, mai.
E allora, la corrispondenza è vera, tangibile, e si materializza attraverso un incantesimo che si sprigiona ogni volta che entrate nel mio sonno, quando vi cerco.
Oppure, quando mi sembra di toccare la lucida e omogenea superficie dell’orizzonte marmoreo che non mi fa intravedere il varco.
Allora, per un poco, l’animo mio si acquieta per poi rifugiarsi in altri sogni dove voi non ci siete”.
Un foglio giallo, invecchiato, su cui sono scritte a mano parole con una calligrafia d’altri tempi, non contiene né la data, né il nome di chi l’ha scritto, ma è rimasto per una manciata di minuti nelle mani di Vittorio.
Il giovane è un avido lettore che spesso si è imbattuto in bigliettini, dediche, cartoline, che ha trovato nei vecchi libri, rovistando nei mercatini nei quali gli piace tanto perdersi.
Spesso egli ama conservare i piccoli frammenti di vita sconosciuta all’ interno degli stessi testi in cui li ha trovati perché non vuole privarli della misteriosa aria che fanno respirare le minuscole tessere che compongono il mosaico della vita di ciascuno.
Ma il biglietto che ha appena letto lo ha sconvolto.
A piazza del popolo, tutti i mercoledì, c’è un furgoncino malandato, strapieno di libri, a volte anche preziosi, accatastati in pile nuotanti nel mare colorato di carta.
Il ragazzo si avvicina al venditore indaffarato e gli chiede se La figlia del capitano di Puskin, che ha tra le mani, è uscito da una casa che lui ha svuotato da poco o se se lo ricorda buttato lì da un pezzo.
Il tizio fa spallucce senza neanche rispondergli perché gli sembra una domanda inutile ma dentro di sé sta già cominciando a chiedersi se sia il caso di indagare su tanto interessamento. Magari il libro varrà più dei quei cinque euro che gli ha chiesto?
Il giovane prende il libro riponendovi il foglio all’interno, e si allontana frettolosamente dall’angolo dove è parcheggiata la libreria ambulante.
Vittorio sente il desiderio impellente di rileggere quel foglio, subito, e si chiede chi possa averlo scritto con tanta sofferenza; quel foglio lui, se lo sente bruciare tra le mani anche se lo ha riposto nel libro e l’emozione che ha provato è stata troppo forte.
Si avventa, così, sul primo locale che trova, frugando la strada freneticamente con gli occhi, come preso quasi da un’ansia incontrollabile.
Eccolo, è lì, il bar, proprio di fronte a lui e si infila nella porta che gli si apre davanti, inghiottendolo, ordina una birra e si siede ad un tavolino un po’ lontano dal bancone, quasi nella penombra.
Toglie la tracolla dalla spalla e la apre per tastare il libro cercando di controllare i suoi gesti, lo estrae, lo apre dalla piccola fessura che si è creata per la presenza del foglio consunto.
Apre la pagina che scorre sotto i suoi occhi e cerca un indizio che lo possa illuminare, chissà, magari quella pagina non è stata cercata a caso per custodire quei pensieri così profondi.
Non si era accorto, però, aprendolo per la prima volta, che oltre al foglio più grande trovato nella pagina consunta, ce n’è uno, piccolissimo, che è stato attaccato nella sua parte inferiore, a metà, così che risulta piegato in due.
Quando lo apre, legge subito una data, quella dell’11aprile 1948.
È un telegramma scritto con i caratteri azzurri di una vecchia macchina da scrivere, indirizzato a un tale Isaac Coen.
Magari sarà il nome del proprietario del vecchio libro, si chiede Vittorio, e si affretta a scorrere il testo, lapidario per la sua brevità:
“A seguito di accurate ricerche, da voi richieste, Le comunichiamo che i suoi genitori, sono stati detenuti nel campo di concentramento di Dachau e ivi inviati nei forni crematori il 10 novembre 1943”.
Vittorio ripiega il bigliettino, chiude il libro e lo rimette nello zaino.
Poi paga il conto, esce dal bar e si incammina verso la strada che lo porterà a casa.
È una sera fredda di gennaio, il diciotto.

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