Cultura salentina, Poesie, Recensioni

La felicità sei tu, uomo! (la poesia di Martina De Pascalis)

di Rocco Aldo Corina

Room in New York, 1932, Edward Hopper (American, 1882– 1967), oil on canvas, Sheldon Museum of Art

Il ricciolo di Callimaco, la famosa Chioma di Berenice, che trasfigura l’intero universo col suo sguardo verginale, fa – per un momento – di Callimaco un poeta sublime, se pur non lo dissi poeta – e non per vani motivi – nel mio Compendio[1]. A volte basta un verso per rimediare ai tanti privi di senno, ma questa volta ha la meglio la semplicità nella povertà del suo essere interiore[2].

Ebbene, dico che in Martina è l’amabile estro del poetare a mo’ di antiche, tenere credenze all’insegna del bene. E se gli uccelli di Teocrito «non gradiscono i lacci», un motivo ci sarà se in Martina «uccelli marini/ abbracciano pensieri/ lontani»[3]. E qui l’Autrice è categorica nel parlare del destino che «ci mette – dice – a dura prova», forse perché «fin dalla nascita veniamo catapultati/ in un mondo che non abbiamo voluto»[4]. Come si può vedere, c’è Heidegger nella mente di Martina, il filosofo che ci parlò dell’uomo come progetto gettato, consegnato (da chi?) alla vita senza averlo scelto, voluto, gettato, però – dice il filosofo – «dall’essere stesso nella realtà del suo essere (ma ciò è possibile?)»[5]. Sì e no al tempo stesso – rispondo –, ma preferisco parlare di «viole», di «mare» questa volta, nonostante il mare mi susciti, come in Martina, «un senso di vuoto» anche perché «quel giorno il cielo/ non voleva entrare/ dalla finestra»[6], neanche da quella, non c’era spazio per il cielo nel cuore di lei, Martina, la sofferenza sull’orlo dell’indimenticabile rovina inaspettata, che poi nel bene si tramutò trovandone accoglienza per Grazia.

«Avrei voluto dirlo/ ma non l’ho detto./ Avrei voluto farlo/ ma non l’ho fatto./ Avrei voluto…/ piangere/ pregare/ questo sì che l’ho fatto»[7]. Ma «mi abbracciò il cielo bianco»[8] e immaginai «stelle velate dall’ombra»[9], «soffi di nuvole», «colpi di luna» e ancora «tuffo di gabbiani/ in fondo al mio cuore»[10], tant’è che un dolce sonno mi invase all’improvviso il «mio pezzo di cielo/ in un triste mondo di carta»[11]. «A volte si è stanchi/ di ascoltare»[12]./ «Vorremmo…/ solo stare in Silenzio»[13]. Ma subito m’accorsi – e qui è Mosco che parla – «che la notte ormai inoltrata stava lasciando il posto all’aurora che volgeva lo sguardo alle palpebre assopite», di lei, l’amica tanto amata e adorata.

Debbo a questo punto pur dire che la poesia di Martina s’avvicina senza dubbio al beato mondo ellenistico vagheggiato da sommi poeti, vedi Meleagro per il quale «sui monti» appariva «coi gigli la luce» per dare al mondo mirabile bellezza, bellezza benigna, dunque, se è vero che porta verso l’alto (i monti) per riapparire poi gioiosa nelle sfere degli umani desideri. Versi semplici quelli di Meleagro, ma pieni di spirituale vaghezza, infatti attraggono, trascinano, dando all’anima sollievo. E, se così è, in essi è vera poesia, poesia tenera e odorosa come quella di Martina «odore di mare e viole», come lei dice.

«Ancora i valzer del cielo non avevano sposato il gelsomino e la neve,/ né decretato il re che la violetta si seppellisse in un libro./ No./ Era l’età in cui viaggiava la rondine», età «in cui convolvoli e campanule morivano senza balconi da scalare né stelle»[14], né «vento», «solo nebbia» per Martina. Ma io – dice l’Autrice – «ho chiesto aiuto agli alberi della montagna/ ai gatti per strada/ a Te» che «sei al di sopra»[15] di tutti.

Forse per questo, per il fatto di essere stata «fortunata nella disgrazia» rispetto ad altre, «non riesco a godermi appieno questa felicità, forse perché – continua Martina – mi sembra di mancarvi di rispetto»[16].

La nostra Autrice – come abbiamo potuto vedere – ricorre a certa filosofia analitica positivista, vedi Heidegger a proposito dell’essere «gettato», ricorre anche alla filosofia greca se pensiamo al suo Panta rei. «Le acque di un fiume non sono mai le stesse[17]», – dice, – citando Eraclito. E pur noi – sono mie queste parole – «siamo soggetti al divenire ed è giusto che sia così». Ma, «anche la sofferenza» fa «parte di questa legge?», si domanda. Non disdegna però di essere lacrima, quella che «solcherà il tuo volto» e «non potrai far nulla»[18]. Perciò lacrime e sofferenza, in Martina, legate insieme, un tutt’uno imprescindibile alla maniera della materia che diviene perché ha l’anima in sé che la sostiene nel percorso terreno rendendola anima «nella perfezione che nulla sarebbe senza l’apporto dello spirito. Fondendosi con la materia per la vita delle cose, che non sarebbe se lo spirito non fosse in essa fuso, determina una vita non più solo della materia, ma della materia e insieme dello spirito con l’apporto dell’anima che allo spirito appartiene»[19]. È in fondo quel che Martina dice a proposito della lacrima, ovvero del pianto legato a sofferenza, nel suo caso soggetta ai voleri dell’anima in una fusione che non sarebbe se le due componenti non fossero identiche se pur nell’apparenza distinte. Lo spirito, quindi, realizza il suo percorso nella materia ed è ciò «nel trapasso che porta all’eterno mediante purificazione»[20]. È chiaro il senso?

Se vogliamo, è proprio Martina a parlar di questo: «Ho aperto la mia casa ed il mio cuore, dimenticandomi del mio, ho offerto il mio aiuto ed ho sofferto»[21], altro non è che il riconoscimento d’una missione che concede a chi la fa, a chi insomma la porta avanti sostenendola per amore, un ritorno che è solo luce. E siamo nella logica del divenire spirituale: «Lui era immobilizzato nel suo letto, non parlava, ma capiva tutto. Era un’anima prigioniera in un corpo che non rispondeva più agli stimoli… Mi guardava negli occhi, seguiva con lo sguardo ogni movimento, ma non poteva esprimersi, lamentarsi»[22]. «Ora Raffaele… è in terapia riabilitativa»[23], grazie al Cielo.

A questo punto devo dire che conoscere il reale è conoscere l’irraggiungibile che è lo Spirito divino per dare al mondo chiara visione dell’Assoluto. È cosa ardua questa, non potendo l’uomo entrare con la mente nella vita dello spirito come realtà inconfutabile ed eterna. Ma aspirare a tale conoscenza è compito dell’uomo per il cambiamento in positivo della vita in ogni campo. Credo di aver letto bene nell’anima di Martina e di aver capito i suoi pensieri, le sue emozioni nella giusta maniera. Ma quel che più conta per me è la sua poesia, nitida e operosa, sicuramente avvincente perché è vera, vero frutto d’un cuore sofferente in cerca di quella pace che in fondo è in lei come anima di vita, che è già in lei nell’attesa di un «bagliore di luce», di quel «passo di danza», come lei dice, «Rosario di rose»[24] che non tarda a farsi sentire. E ciò mi fa capire che la vera vita sia l’uomo a raggiungerla nella volontà di andare verso il bene – e Martina ne è d’esempio amando l’altro alla maniera del figlio – per discernere e liberamente operare nell’amore di Dio che dà a noi la vita per attrarre a Sé, e in ogni tempo, le umane creature terrene.

Poesia, quella di Martina, che sa di filosofia, di filosofia di vita, di bellezza insomma salvifica. Poesia e filosofia nell’opera poetica di Martina in grado di cambiare il mondo, e non sto esagerando, poesia che a volte anche s’affaccia – sulle tracce di Rimbaud – nell’impossibile virtù errabonda sostenuta da opinioni non certo esaltanti incoerenze imperfette per natura deleterie, che talvolta scorgo nel mondo di Arturo, di colui che parlò delle vocali: A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu che possiamo benissimo vedere in quel «Volteggio di stoffe dai caldi colori: rosso, nero, giallo»[25] di cui dice Martina:  «colore giallo/ di campo in fiore/ cielo bianco/ pensiero nero/ silenzio rosso/ acqua fredda/ per strada»[26]. Perciò, «se ho voglia, è soltanto/ di terra e di pietre…/ mangiate i ciottoli infranti,/ i sassi dei vecchi diluvi»[27]. Dubbi non ve ne sono, è Rimbaud che qui parla, colui che disse «della fanciulla dal labbro d’arancia», delle «ginocchia incrociate nel chiaro diluvio che sgorga dai prati»[28], dei «golfi d’ombra» e «candori di vapore e tende, bianchi re e riso di labbra belle». Disse questo colui che fissava «vertigini». E cos’è Martina se non «quiete apparente, l’attesa che prelude all’eruzione»?[29] Lei, «vulcano che scalpita e prepara la sua risalita, per far sentire che lei è viva, in movimento, in costante mutamento»[30].

Martina, quindi, è tutto, è il sorriso che lei cerca negli altri, «un odore settembrino»voglioso di sole. Ma per lei «non saremo mai abbastanza/ potremo – dice – vestirci d’oro e d’argento/ parlare mille lingue/ ma non saremo mai abbastanza» «per qualcuno». Ma «la felicità/ che sicuramente non è di questo mondo/ è lì dove tu sei!», dice Martina. È perciò nella vita, la felicità, nell’uomo che la rappresenta come creatura orientata verso un mondo nuovo, diverso dal nostro, armoniosamente bello e sublime? Nell’eternità, dunque, nella molteplicità dei colori ovvero nell’unità come perfezione di vita? Nello splendore di un verso, Martina ha dato il meglio di sé. La felicità, m’ha fatto capire, c’è ed è l’uomo, creatura di Dio.

 

[1] Cfr. R.A. Corina, Compendio di letteratura greca e latina, Bastogi, Foggia, 2012, p. 85.

[2] Ibidem.

[3] M. De Pascalis, Quando non dormi e fai due passi sull’Oceano, Botanica Ornamentale Edizioni, Maglie 2019, cit., p. 52.

[4] Ivi, p. 44.

[5] R.A. Corina, Storia della Filosofia Moderna e Contemporanea, Esperidi, Monteroni di Lecce 2017, p. 240.

[6] M. De Pascalis, Quando non dormi e fai due passi sull’Oceano, cit., p. 32.

[7] Ivi, p. 43.

[8] Ivi, p. 51.

[9] Ivi, p. 53.

[10]Ivi, p. 52.

[11] Ivi p. 63.

[12] Ivi, p. 64.

[13] Ivi, p. 65.

[14] R. Alberti, Degli angeli, tad. it. di V. Bodini, Einaudi, Torino 1964, p. 107.

[15] M. De Pascalis, Quando non dormi e fai due passi sull’Oceano, cit., p. 25.

[16] Ivi, p. 46.

[17] Ivi, p. 45.

[18] Ivi, p. 72.

[19] R.A. Corina, Nei limiti della ragione. Una filosofia per lo Spirito, Edizioni Esperidi, Monteroni di Lecce 2014, p. 35.

[20] Ivi, p. 36.

[21] M. De Pascalis, Quando non dormi e fai due passi sull’Oceano, cit., p. 131.

[22] Ivi, p. 38.

[23] Ibidem.

[24] Ivi, p. 34.

[25] Ivi, p. 117.

[26] Ivi, p. 119.

[27] A. Rimbaud, La stella piange, trad. it.  di D. Grange Fiori, Mondadori, Milano 2007, p. 41.

[28] Ivi, p. 52.

[29] V. Abate, in M. De Pascalis, Quando non dormi e fai due passi sull’Oceano, cit., p. 7.

[30] Ivi, p. 9.

1 pensiero su “La felicità sei tu, uomo! (la poesia di Martina De Pascalis)”

  1. La poesia è lo specchio dell’anima.
    Il commento, come questo, è l’eco dell’amore dove il Pensiero alto ci rimanda il senso della vita.

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