Racconti, Scrittori salentini

Maria sulla terrazza

di Lorenzo De Donno

(Si riscopre la terrazza, la lammia in dialetto, che era, un tempo, un luogo di sfogo per prendere una boccata d’aria e per rimanere soli per qualche minuto, anche per sfuggire agli interni, spesso sovraffollati, delle piccole case dei centri storici).
Salivano fin sulle terrazze dei caseggiati vicini quando, al sabato mattina e dopo il bucato, la ragazza andava a stendere i panni ad asciugare. Si sedevano sulla parete esterna ed inclinata della tromba delle scale, la parte più alta, ma anche l’unica zona non protetta dei terrazzi di quei vecchi palazzi, sfidando il muschio e i licheni che potevano farli scivolare fino a sfracellarsi al suolo. Da quell’osservatorio, dividendosi le “tirate” di un mozzicone di sigaro che li faceva sentire già uomini, potevano guardare fin nella terrazza di Maria e aspettare che lei, uscendo dai corridoi bianchi delle lenzuola stese ad asciugare, girasse lo sguardo e si accorgesse di loro, che la salutavano con ampi gesti delle braccia. Rispondeva con un cenno ed un sorriso mentre, con l’altra mano, si proteggeva gli occhi color nocciola dai raggi radenti del sole.
Maria aveva appena il tempo di salutarli, i suoi amici di infanzia, prima chiassosi e distratti e ora così premurosi e presenti, vergognandosi un po’ per quel nuovo e inspiegabile compiacimento che provava per queste attenzioni. Riconosceva Tore, un ragazzo alto e magro, moro e con due occhi da saraceno, che si toglieva la canottiera e la agitava come una bandiera. Poi c’era Luigino “u pilirussu”, rosso e lentigginoso, con il viso sempre bruciato dal sole, il buontempone del gruppo. E c’era ancora, a dispetto del ruolo da ragazzo serio che si era ritagliato, Antonio, il primo della classe, che faceva il chierichetto e serviva alla messa della Chiesa di San Matteo.
Sollecitata dalla voce della madre che aveva già imboccato le scale, Maria rubava ancora un attimo per guardare verso l’orizzonte, spaziando fra le terrazze, tutte uguali, tutte pavimentate con chianche pietra chiara e sigillate dalle strisce nere della pece, interrotte solo dalle altissime facciate delle chiese barocche. Un paesaggio dai suoni attutiti, animato dai voli delle rondini, dai panni che sventolavano sotto le raffiche della tramontana estiva e dall’ondeggiare delle cime di qualche albero.
Chissà perché le cose, osservate dall’alto, le sembravano sempre più belle e pulite. Forse perché la sua ingenuità e la sua giovane età dilatava il bello e la induceva ad ignorare il brutto, rendendolo apparentemente piccolo ed insignificante.
Maria respirava profondamente l’aria che, lassù, sapeva del profumo di gelsomino che risaliva dai giardini incastonati fra i palazzotti, lasciando, più in basso, l’odore acre della cenere dei focolari e delle muffe, i miasmi dei pozzi neri e dei pollai, il rancido di roba andata a male, depositata negli angoli dei vicoli.
«Mariaaaa! Ti decidi?» insisteva la madre, che aveva già raggiunto il pianerottolo. La ragazza si avvitava velocemente su una spalla la nuvola di capelli neri, strizzandone il vento che li aveva scompigliati fino ad un attimo prima, raccoglieva la cesta vuota e scendeva velocemente la ripida rampa di scale che la riportava al fresco ed alla tranquillità della casa, lasciando i ragazzi, sulla terrazza di fronte, a litigare e spintonarsi su chi di loro, da grande, l’avrebbe sposata.

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