Cultura salentina, Racconti, Scrittori salentini

Il pappagallo e il poeta

di Lorenzo De Donno

Era un’estate dei primi anni Settanta, la scuola era finita. Avevo appena terminato di leggere un libro che aveva fra i personaggi un avventuriero che, nelle sue scorribande, portava con sé un pappagallo parlante. La storia mi aveva così preso che pensai sarebbe stato bello avere un uccello come quello descritto nel romanzo. Avevo tutte le intenzioni di procurarmene uno.

Il mio amico Antonio, appartenente a un improbabile Club degli Ornitologi (che non so se sia realmente esistito o se fosse una sua aspirazione realizzata solo a parole), mi disse subito che per comprare un grande pappagallo parlante ci volevano tanti soldi, ci voleva spazio e molte cure. Mi disse, inoltre, che erano uccelli lunatici e che, se non si trovavano bene nella casa che li ospitava, potevano compiere gesti di autolesionismo. Inoltre, insegnare loro a parlare era un’impresa ardua.
Il fattore economico tagliò immediatamente l’intenzione e ogni altra difficoltà paventata. Non si poteva e basta. A meno che non avessi voluto ripiegare su una piccola cocorita, un pappagallino socievole e facilmente gestibile. Mi prestò uno dei suoi libri dove c’era un intero capitolo su questi uccelli, con tutte le istruzioni per prendersene cura. In fondo bastava avere una gabbia da canarini e qualche minuto al giorno per la pulizia e per il cambio dell’acqua e del mangime. Il pappagallino non avrebbe mai imparato a parlare ma, a condizione di essere stato adottato da giovanissimo e tenuto lontano dai suoi simili, si sarebbe presto affezionato al padrone, ricevendone una sorta d’ imprinting.
Antonio mi disse che nel negozio di animali che c’era a Maglie lui ne aveva visti diversi e che il costo sarebbe stato ragionevole. Salvatore, il proprietario, era suo amico e forse avrei potuto anche ottenere un piccolo sconto.
Fu così che quella mattina d’agosto recuperai dalla casetta in campagna una vecchia gabbia da canarini, ancora in discrete condizioni, feci una colletta con le mie sorelle e andai in negozio a scegliere il mio pappagallo. Ricordai quanto diceva il libro, che l’esemplare doveva essere giovane e che dovevo separarlo dai suoi simili, se volevo che si affezionasse a me.
Salvatore mi accolse nel suo piccolo regno sotto i portici senza grande entusiasmo, squadrandomi come per capire di che pasta di cliente fossi fatto. Gli chiesi di farmi vedere un pappagallino, il più giovane possibile. Mi domandò se lo volessi verde o azzurro e anche quando gli dissi che lo volevo verde mi sembrò che non approvasse. Poi andò verso una gabbia, aprì la porticina a molla e ne afferrò uno del colore prescelto, con delicatezza e decisione. Non mi sembrò che lo avesse selezionato in base all’età, erano tutti della stessa taglia e, probabilmente, delle stesse covate. Mi colpì il modo con cui lo teneva in mano e come gli accarezzasse la testolina per calmarlo.
– Sei sicuro di non volerne una coppia? – mi disse, esitando.
– Sicuro! – risposi – Lo dice anche nel libro. Se il pappagallo è solo si affeziona al padrone – aggiunsi.
– Appunto – ribatté Salvatore – in compagnia di una pappagallina sarebbe più contento. Ti interessa che anche lui sia felice? Pensaci… i pappagalli soffrono tanto la solitudine…-.
Confermai che ne volevo uno solo. Peraltro, la somma che avevo a disposizione in quel momento non sarebbe bastata per acquistarne due. Mi chiesi, però, fino a che punto l’invito a prendere il secondo pappagallo fosse motivato da un interesse commerciale e quanto per il reale benessere di quello che sarebbe stato battezzato con un nome spagnoleggiante: Gonzales. Fu una delle poche volte nella vita che mi sentii a disagio nel ruolo di acquirente. Mi sembrò di aver sostenuto un esame e di averlo superato con la sufficienza non meritata.
Gonzales visse per diversi anni in casa mia, non volli ascoltare il consiglio di Salvatore e quel pappagallo, tenuto lontano dai suoi simili, come da manuale divenne un uccello da compagnia dalla simpatia impagabile. Giocava a nascondino con noi, usava una piccola matita da agendina per scimmiottarci mentre facevamo i compiti. Volava per casa libero e rientrava da solo nella gabbia quando era stanco. Mi è sempre rimasto il dubbio, però, se sia stato mai veramente felice. Ma poi, esiste qualcuno che arrivi ad amare tanto gli animali da tenere anche alla loro felicità? Nella norma, gli uomini sono contenti del possesso e dei benefici procurati a sé stessi dalla presenza degli animali da compagnia, ma chi si mette anche nei loro panni e entra nel merito della qualità della loro vita “addomesticata”? Solo un asceta o un poeta può arrivare a tanto.
Non sapevo, all’epoca, che Salvatore Toma fosse anche, e soprattutto, un poeta, autenticamente naturalista e animalista. Se lo avessi saputo, e avessi letto le sue poesie, non avrei mai potuto dubitare di lui.

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