Cultura salentina

Captus mortis

Mattia Campa
Giovanni Enriquez

Jonathan Lhama, il vecchio bibliotecario, aveva già notato Harvey da diversi mesi. A lui, uomo sì scettico ma dalla vasta cultura, sembrava bizzarro quel giovane che amava trascorrere interi pomeriggi in quella tetra biblioteca.
Harvey Torino ne conosceva ormai anche i più angusti spazi, tanto da individuare in un batter di ciglia l’esatta ubicazione dei testi in essa contenuti: dal “Tetrabiblos” di Tolomeo al magnifico “Introductiorum” di Albumasar, dall’oscuro “Picatrix” all’affascinante “Libro delle leggi” di Platone.
Non sapeva ancora a cosa l’avrebbe portato il suo eccesso di zelo nello scovare libri sconosciuti; ignorava che spesso il fato prende vie oscure e a noi apparentemente incomprensibili.
Cosi accadde che, in un momento qualunque, con più attenzione il suo sguardo si posò su quell’impolverata opera in fondo allo scaffale dei trattati alchemici.
Il testo era un saggio medievale di misteriosa origine, rilegato in pelle e le cui pagine erano ingiallite dal tempo. Sulla copertina era raffigurato un drago dalle fattezze di leone con la lingua biforcuta e gli occhi fiammeggianti. Al suo interno, ciò che Harvey aveva da sempre bramato: arcaici rituali, formule magiche ormai dimenticate dalla notte dei tempi ed una strana cerimonia che fulmineamente si impadronì del suo animo. Quelle vetuste pagine svelavano il segreto per forgiare un anello dai peculiari poteri, ma riportavano anche una singolare storia di monito per i posteri:


Correva l’ Anno Domini 1300. In uno sperduto paesino dello Sheridan, l’audace discepolo del maestro Paramirum, l’alchimista Acmenius, portò a termine, con estremo ardore, i difficili rituali studiati nel corso della sua pur breve esistenza.
Acmenius mise in moto meccanismi e forze allora sconosciute, al fine di forgiare il leggendario monile a cui gli antichi diedero il nome di “Hipor Agis”.
L’anello, denominato dall’ ignorante volgo “IL TOCCO DELLA MORTE”, donava al suo possessore il divino potere d’infliggere la fine più temuta dalla vittima, con il solo sfiorare della mano.
Il giovane alchimista, conscio delle intrinseche e potenzialmente nefaste proprietà dell’ oggetto plasmato, colse dalla propria rettitudine il nome dell’ uomo destinato a divenire il nuovo custode della giustizia nello Sheridan.
Theophrast, l’uomo da lui scelto, era conosciuto dall’intero paese come un personaggio serio ed equo, ligio al dovere ed ai sacri ideali.
I primi esiti della sua impervia missione rispecchiarono la sua natura, ed egli si dimostrò imparziale ed equanime nel giudicare gli uomini e nel punire i rei con il Tocco della Morte.

Ma non fu per sempre così……

Il trascorrere del tempo cancellò ogni più esigua traccia di giustizia e umanità dal suo animo; quello che era stato un onest’uomo, era divenuto un aguzzino.
L’ Hipor Agis si era tramutato in un orrore a cui il sovrano del luogo, un giorno, decise di porre fine.
Theophrast, Acmenius e l’ ormai attempato Paramirum, in una delirante manifestazione di piazza, vennero bolliti vivi e l’ Hipor Agis venne fuso e così distrutto.
La storia ci narra le ultime parole di Acmenius poco prima del suo agghiacciante epilogo:
<Cosa avete da esultare incauti popolani? In codesto giorno una sol cosa risalta agli occhi…… l’ umana coscienza non è pronta per il potere che le donai!>.


Harvey scelse di ignorare il severo avvertimento e, sicuro delle proprie capacità e conoscenze occulte, fremeva all’idea di ciò che avrebbe potuto compiere con l’inusitato potere che avrebbe di lì a poco evocato. Il suo sottoscala era adibito a piccola bottega dell’occulto, arredata secondo schemi strutturati con grande maestria sulla base cognitiva appresa in anni d’intenso studio.
Lui conosceva quanto fosse imprescindibile la dimensione del rituale, sia essa per i grandi riti collettivi che per le pratiche silenziose della magia nera; doveva ricreare una realtà fittizia che gli permettesse di raggiungere la dimensione invisibile dove sono celate le potenze. Sigillata la stanza per impedire che vi filtrasse anche un solo spiraglio di luce dall’esterno, la tappezzò con drappi purpurei e in seguito, dopo aver tracciato un cerchio ove vi ripose un anello, accese una candela bianca e una candela nera, cosi da rappresentare la VITA e la MORTE. Tutto ciò con l’intento di dar vita ad uno spazio rituale atto a contenere le frasi oscure che indi a poco avrebbe pronunciato:
<< ACOREI VERATA HIPOR INTRA AGIS……>>
Era una limpida mattina di novembre quando Linda, la ragazza alla quale era legato ormai da diverso tempo, suonò alla sua porta. I due, grazie anche alla magnifica giornata, decisero di fare quattro passi nel parco cittadino e fu in quel luogo, tra i bimbi che giocavano, che lei riconobbe e gli fece notare la presenza di Anthony De Stéphano, noto ormai alle madri del loro vicinato per il suo insano e ambiguo amore per i bambini. Linda lo guardò e fu in questi termini che si rivolse ad Harvey: << Ogni volta che lo vedo mi fa paura pensare che un essere così ripugnante venga lasciato libero di agire a suo piacimento. Uomini del genere meriterebbero di morire!!!! >>.
Quel mattino le parole pronunciate da Linda risuonarono più volte nella
sua testa ed egli, al termine delle sue elucubrazioni, indossava già l’Hipor Agis all’anulare della mano destra. Con una banale scusa, si congedò per un istante dalla ragazza e, a passo spedito, si avvicinò all’ignaro uomo. Quando lo sfiorò, successe ciò che Harvey non avrebbe mai potuto immaginare e che, d’altra parte, il libro non menzionava: tutto d’un tratto si materializzò nella sua mente una spaventosa immagine raffigurante Anthony, attanagliato dal terrore, mentre le sue carni si laceravano sotto gli innumerevoli morsi di due fameliche bestie. De Stéphano, quella mattina, stava notando come in quel verde luogo di pace si ripetessero sempre le medesime scene: quei bei fanciulli gioiosi che si rincorrevano, gli innamorati scambiarsi un candido bacio sulle panchine e quella coppia che, ormai da qualche giorno, soleva far due passi con al guinzaglio i suoi disgustosi cani. Quella mattina stranamente liberi……
Conscio, ora più che mai, delle potenzialità dell’oggetto posseduto, per Harvey era arrivato il momento di mettere in pratica i suoi iniziali propositi. Come un giustiziere, aveva deciso di liberare dalla feccia il suo quartiere e il suo prossimo obiettivo sarebbe stato uno spacciatore. Quest’ultimo, infatti, vendeva la morte mentre lui gliela avrebbe donata, in uno spontaneo moto di beffarda generosità.
Il metodo attuato, sempre il medesimo: accostarsi con disinvoltura alla designata vittima e mettere in pratica ciò che ora conosceva. Ma questa volta, ben diversa fu la scena che prese forma nella sua mente: il reo avvolto dalle fiamme dimenarsi impazzito mentre la sua vita si spegneva lentamente.
Nella tarda serata, in una solitaria via di periferia, quell’inconsapevole individuo faceva ritorno alla sua umile dimora. Le solite scale e poi, finalmente, avrebbe potuto consumare il pasto tanto atteso dopo un intero giorno di loschi affari. Aprì il gas e tentò di accendere il fornello più d’una volta, ma senza risultato. Ci provò un’ultima volta e quell’ultimo gesto gli fu fatale: in quel che sarebbe stato il suo ultimo attimo di lucidità, si accorse, con sgomento, di una lesione che interessava il tubo del gas. In un istante si vide cinto da una morsa di fiamme e a nulla valsero le sue grida.
Queste non furono le uniche morti apparentemente accidentali che insanguinarono il quartiere di Harvey; altre ne seguirono, tutte accomunate dal medesimo senso di onestà che lo muoveva.
Ma non fu per sempre così……
Harvey camminava tranquillo per le vie della città quando fece appena in tempo a schivare un calcinaccio che lo stava per colpire con violenza. Per questo gridò il suo disappunto al muratore, responsabile, a suo dire, di una grave noncuranza. Dal ponteggio non tardò ad arrivare un’irritante risposta. Harvey, mosso da un’inconsueta ira, ricercò lo scontro verbale faccia a faccia, ma rimase sorpreso dall’essere incalzato dagli insulti e rispose indossando l’Hipor Agis. Una leggera spinta e partì la visione: il muratore immerso in una vasca contenente sostanza biancastra, ormai senza speranza di vita, e la sua pelle spaventosamente liquefatta.
Appagato dalle conseguenze del suo gesto, proseguì il suo cammino mentre il muratore ritornava contrariato sull’usata impalcatura. Ma qui un banale passo falso fu il principio della fine: la sua caduta si arrestò soltanto in un grosso recipiente di calce viva. Ciò di cui aveva più timore si stava compiendo e le sue urla lancinanti ne erano la riprova. Quest’ultimo, per ora isolato, avvenimento segnò un momento di svolta nel suo metro di giudizio.
A conferma di ciò, quel corpo martoriato sull’asfalto, un tir macchiato di sangue ed un, ormai inutile, distintivo della polizia municipale a pochi passi dalla mostruosa scena.
Poco prima quel vigile aveva fermato ciò che gli sembrava un comune motociclista passato con il rosso. Per lui quei documenti recanti il nome di Harvey Torino e quel ragazzo che, fortuitamente, gli sfiorava il braccio, non avevano nessun significato; per Harvey significavano, invece, la spettacolare visione del vigile travolto con fragore sull’asfalto.
<<Caro, ho una notizia sconcertante>>, gli disse Linda il giorno successivo. << Ho saputo solo oggi, parlando con i vicini, della morte di Anthony De Stéphano. Ti ricordi quando siamo andati al parco qualche giorno fa? Neanche un’ora dopo è stato assalito da due grossi cani. È stata una scena raccapricciante: un braccio gli è stato strappato di netto, mentre la sua gola veniva dilaniata a morsi. E pensare che i padroni, che conosco, mi avevano detto che erano degli animali cosi tranquilli>>.
Ed Harvey, con un sarcastico sorriso: << So tutto. Anzi, i tuoi informatori non si sono certo sprecati in gustosi particolari……>>.
A questo punto decise di far partecipe di quell’arcano segreto la sua amata. Le narrò tutto dal principio: dalla scoperta del singolare rito alla realizzazione dell’anello; dall’ assassinio di De Stéphano alla morte dell’indisponente vigile. Il tutto condito da minuziosi e raggelanti particolari.
Linda, esterrefatta, gli gridò tutto il proprio disprezzo e, comunicandogli la fine della loro storia, si avviò verso la porta. Amareggiato che la persona nella quale confidava gli voltasse le spalle, si gettò su di lei in un impeto di pazzia per farle dono del Tocco della Morte.
Nella visione la mano di Harvey brandiva un coltello che si configgeva nell’inerme corpo della donna.
A questo punto Linda si rese conto di essere stata condannata a morte e per questo gli disse che sarebbe andata a raccontar tutto alla polizia. Quell’uomo, oramai deformato dalla follia, non doveva essere solo allontanato, ma anche fermato.
Lui, ormai sconvolto, afferrò il coltello dal tavolo della cucina e si avventò con inaudita ferocia sulla ragazza, affondando la lama nel suo ventre con molteplici fendenti. Tutto attorno, un lago di sangue rispecchiava l’inumano crimine.
Di fronte a quell’inevitabile scempio, si ricordò di quella frase un tempo ritenuta insignificante:
… l’ umana coscienza non è pronta per il potere che le donai…
Trasformatosi ora in ciò che più odiava e che voleva debellare, Harvey guardò la sua mano grondante di sangue e si accinse ad utilizzare l’Hipor Agis per l’ultima volta.
La Morte, questa volta, avrebbe toccato lui.
Un sol gesto e la visione cominciò……

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