Cultura salentina, Racconti, Scrittori salentini

I Vespri di Notre Dame

di Lorenzo De Donno

Un foglietto piegato in quattro, che cade da un libro di fotografie preso dalla libreria, mi fa fare un inaspettato viaggio indietro nel tempo. Il viaggio, ideale e nostalgico, nello spazio era già premeditato; perché, se no, decidere di sfogliare un libro di foto dei capolavori del Louvre? La coincidenza del periodo mi sorprende: era proprio la Settimana Santa di qualche anno fa.

Un giorno, forse, si potrà ritornare a Parigi in relativa sicurezza e si potrà assistere ai vespri di Pasqua sotto la nuova volta di Notre Dame. Ma, per ora, la Pasqua è segregata e anche la cattedrale più famosa della Francia è inagibile: è ancora un cantiere aperto, lo sarà per diversi anni a venire.

Quella volta, in realtà, la funzione religiosa era finita e non assistetti al vespro. Presi quel foglietto dei canti da un banco, come un originale e improprio souvenir, prima che il sagrestano li ritirasse. Se, invece di oggi, avessi ritrovato quel foglio fra qualche anno, giocando con la debolezza dell’età e la confusione dei ricordi avrei potuto giurare di aver assistito veramente a quella celebrazione, come se ci fossi andato di proposito. Scrivere di fare cose normali in posti speciali paga sempre al narratore, gli conferisce un’aura da cittadino del mondo. In realtà, sappiamo tutti il tour de force che spetta al viaggiatore low cost in una capitale, con il tempo contingentato dal volo di ritorno. In quell’ipotetico futuro, ne avrei parlato con gli amici e sicuramente lo avrei anche scritto, partendo dal pretesto dello strano ritrovamento del foglio nel libro di foto. Forse, mischiando memoria e immaginazione, sarei potuto arrivare fino a descrivere la potenza dell’organo, quando il maestro apre i mantici e le canne vibrano, e poi le voci limpide del coro, di stampo gregoriano, filtrate dall’amplificazione e prolungate dall’eco naturale delle altezze gotiche delle volte. Lo avrei descritto con minuziosità di particolari, come faccio sempre, e con una naturalezza un po’ simulata, che avrebbe celato una punta di snobismo…

Ora che ci ripenso, però, quella volta organo e coro erano reali. Reali come l’odore dei ceri votivi e il colore caleidoscopico delle vetrate. Reali come le maschere dei visi di passaggio, rischiarati dalle fiammelle dei candelieri.

Non è solo suggestione, indotta dalla smania di raccontare. Sono un ricordo vero che l’età e la confusione mentale avevano riposto da qualche parte, fuori dai percorsi della memoria. Ora che l’ho ritrovato, mi emoziona come se fossi lì, forse ancora di più di allora, e, un po’, mi strugge.

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