Saggio

Luce di stelle in Pablo

di Rocco Aldo Corina

Neruda è il poeta delle atmosfere nebulose nella drammaticità dei loro intimi moti confusi concepiti come intese tormentose ed emozioni in un mondo dominato dal peso della fatalità, in un mondo avvolto in un mistero a dir poco profondo, significativo di ostinate animiche interpretazioni comunque legate all’affanno dei popoli arsi dal gelo, all’affetto – dice il poeta – «di coloro che non conosciamo, degli sconosciuti che stanno vegliando il nostro sonno e la nostra solitudine, i nostri pericoli» e «il nostro abbattimento», sensazione che «amplia il nostro essere e comprende tutte le vite».

Armonia universale, quindi, tinta di strabilianti cieli azzurri costruiti per un mondo che vive nel dramma, per un mondo che il poeta vuole cambiare per la gioia dei cuori. Compito arduo, quello di Neruda, nella solitudine del suo essere triste, che accentua in lui la certezza della presenza della morte in ogni cosa, addirittura nell’intero universo, per cui chiede aiuto, chiede agli altri aiuto, chiede a noi tutti aiuto perché si allontani l’uomo, allontani l’uomo il suo estro dalla possibile catastrofe che cova in sé. «La drammaticità del momento è rivelata da ogni elemento, dalla sera, dalle foglie che si trascinano lamentandosi, dagli uccelli che precipitano». E poi «la notte cupa, la solitudine [che] diffonde un odore freddo, le ore del dolore [che] si succedono, [nei continui segni che] recano la testimonianza di un mondo che vive nel dramma»[1]. Ma è la poesia che aspira al nuovo giorno, la poesia salvifica che desidera il cambiamento, ma come se non nell’accettazione di una vita che tiene gli uomini uniti – come Leopardi dice – in «social catena» nel rifiuto della banalità e dei sogni naturalmente proibiti, come Dostoevskij più volte sostiene per richiamare l’uomo all’amore fraterno e universale alla maniera di Leopardi e di Neruda?

Percorso difficile ma non impossibile se anche pensiamo alla «complessa intimità spirituale di questo poeta singolare che Federico García Lorca, nella sua presentazione all’Università di Madrid, definì “voce originale dell’America, della quale in sé riflette la luce ampia, romantica, crudele, disorbitata e misteriosa”. Tali qualità non sono esclusive della lirica di Neruda, ma si riscontrano anche nella prosa, piena di quella passione, di quella tenerezza e sincerità che così esattamente sottolineò Lorca»[2], prosa che non posso non definire per la limpidezza delle immagini pura poesia, poesia capace insomma di dar luce al mondo per cambiarlo nella bellezza che anche Lorca reclama insieme all’amico Neruda, «due alti spiriti che profondamente si compresero»[3]. Se Lorca infatti «vide in Neruda la voce genuina dell’America, Neruda vide nel poeta spagnolo il simbolo di tutta la Spagna»[4].

«Ahi, da ogni notte che si succede, c’è qualcosa di bragia abbandonata che si consuma sola, e cade avvolta in rovine» anche se – dice Neruda – «vivevo a lato di alberi che tendono al grandioso». Poesia, questa, che sana, che va verso il sublime. Ma Neruda è anche il poeta che stupisce in ogni dove, che realizza meraviglie anche nel dire delle cose senza badare alla ragionevole bontà della logica descrittiva, se si pensa che volentieri s’immerge il poeta in suadenti dipinture di vario significato, per approdare in immagini realistiche che di certo non producono scompenso all’intera silloge per le condizioni emotive che emergono nella sintesi poetica come motivo di compiacente realtà significativamente realizzata, nonostante tutto, nella sublimità che unisce e non separa. Poesia, quindi, quella di Neruda, in grado di sconvolgere e coinvolgere in maniera positiva i cuori che anelano al bello, alla comprensione dei meriggi d’estate, delle primavere «rinate – come dice Neruda – dal fondo di stelle rovinate».

Ma il poeta se ne esce ogni tanto, non posso non dirlo, con battute che d’accordo non vanno con la sua dichiarata estetica formale e non sto qui a darne citazione. Debbo però dire che la poesia, per essere considerata vera, deve nascere dall’anima, non sbaglio se dico dall’interno del suo spirito creativo che, per essere di natura divina, esprime certezza di essenza metafisica nei voleri dell’anima sua, naturalmente creatrice, che mai s’arrende dinanzi alla conclamata voglia che ha di realizzare versi spontanei per niente aderenti alle mode surrealiste o realiste che dir si voglia, o, che so io, ermetiche che non le si addicono quando sono forzatamente costruite per aderire a un genere poetico appena nato che tende ad affermarsi per opera di quei fautori che per necessità di stile lo propongono. Poesia, non mi stanco di ripeterlo, è volontà di anima che favorisce certezze esplorative molto vicine a realtà non mistificate o sofisticate – che dir si voglia – da formule stereotipate, espressioni che, per la loro inquietudine, contraddicono l’essere per natura desideroso di bene.

Debbo per questo addirittura affermare che la poesia ermetica è la più vera perché non è artificiosamente costruita, nasce infatti spontaneamente dall’anima per dire dell’anima verità eccelse, forse. Tutto dipende dal luogo di lei esplorato con la ricerca nel suo genere di natura interiore, spirituale, quindi, per cui «la mia casa volentier fugge dai deserti strapazzati dall’odio per rifugiarsi negli abissi marini ove le locomotive trovano spazio». Questi versi mi giunsero improvvisi dopo il peregrinare dei miei occhi nella musica dei dolci sospiri, nel mistero degli anni crudeli portati via dal vento nelle tacite notte di luna, luna piena soggiogata dall’oro dei cristalli, esplorata dal poeta confuso nei toni del suo solitario rivo il cui infranto visibilio colora ombre nei cieli di ghiaccio.

Sì, la luna posò il suo estro sui ghirigori dei campanili non più roboanti al suono della spendente aura anche di notte. E non posso, nel dir questo, non pensare a Neruda.

Sui gradini del cielo trovo solitarie azzurre colline, lucciole accese vaganti al suono di silenti cascate all’ombra della luna. Davan sollievo – un tempo – a rose palpitanti nelle fugaci primavere senza volto.

Questo dire mi giunge come intrepido estro senz’avvertir la speme dei giorni futuri, come linfa vagabonda ch’altro non parla se non di minute strane meraviglie, forse di niente. Così, nelle fugaci oasi del tiepido sole, pur io mi fingo e al sospiro m’affido dell’inquieto viver mio. Dico, dunque, e ridico che poesia dev’essere frutto di creatività interiore e non certo – lo ripeto all’infinito – di stereotipi di varia natura, di litigi insomma interiori che s’affidano ai voleri del tempo magari inventando storie non pensate, costruite su sterili macchinazioni devianti per lo più rovinose. Perché, chi s’affida a certa voglia creativa per la necessità dei tempi, a certa moda magari chimerica perché poggiata su muri di gesso pur di attenersi alle discrepanze del momento, non fa altro che aderire a un linguaggio non consono alle necessità dello spirito in noi latente nella spontaneità dei suoi voleri esistenziali. La poesia non si può quindi inventare né forzatamente costruire per andar d’accordo con la moda dei tempi, perché nel suo essere volutamente creativo, deve come spirito oggettivato prerogativa dell’amore filosofico, manifestare spontaneità di essere immerso nel mistero, gentilezza di colori suadenti, creativi nelle immagini dolci e sospirose, piene insomma di luminosità interiore, altrimenti poesia non è.

Perciò solo il bello può creare poesia, può catturarla e renderla visibile, palese come bontà di pensiero, il bello contemplato che non può non suggestionare un’anima quand’essa è viva, che non può non realizzare altro bello, vivido come essenza di anima e spontaneo nei caratteri del suo genio voglioso di bene, del bello nella pienezza del suo bene, del bello come vera poesia, come poesia che salva. Sì, io «ti riconoscerei – dice il poeta – tra un oceano di treni, nel cielo delle locomotrici, ti riconoscerei per una certa aria remota, per le tue ruote bagnate laggiù lontano, e per il tuo trafitto cuore che conosce l’indicibile, selvaggia piovosa, azzurra fragranza!»[5]. Ma «era la sete e la fame, e tu fosti la frutta. Era il dolore e la rovina, e tu fosti il miracolo. Era la nera, nera solitudine delle isole, e lì, donna d’amore, mi accolsero le tue braccia!»[6]. Mi piacque perciò la sera, la rovina e il dolore perché lì t’incontrai col mio essere stanco. Perciò amo «la nera, la nera solitudine» degli astri che colorano il cielo, l’atteso amore perduto perché mai mi fu data la beata giovinezza sospirata, la fragranza dei cieli interminabili, inesprimibili come il silenzio dei suoi amari sorrisi, l’acqua dei boschi come le labbra delle mie follie. Perciò mi piace gustare la sera, l’incenso delle lune smarrite nelle piovose notti di fuoco, perciò ti cerco, ti voglio perché il «desiderio di te fu il più terribile e breve, il più inquieto ed ebbro, il più avido e teso»[7].

Questo oggi così vedo, questo leggo nel pensiero di Neruda, del poeta che approda al sublime nelle fantastiche notti silenziose come pioggia pura, pur nei versi del suo interminato animo inquieto.

«Allora andai – è ancora il poeta che parla – per vie e gradinate e dissi quanto io vidi, mostrai le mani che avevano toccato le folle sazie d’affanni, le case dell’indifesa povertà, il misero pane e la solitudine della luna svanita»[8]. No «non era – continua Neruda – l’odore acuto dei pini, no, non era lo squarcio nella pelle dell’eucaliptus, non erano neppure i profumi verdi della vigna, ma qualcosa di più segreto, poiché quella fragranza una sola, una sola volta esisteva, e, di tutto ciò che vidi nel mondo, proprio là, nella mia casa, di notte, vicino al mare d’inverno, là mi stava ad aspettare l’odore della rosa più profonda, il cuore squartato della terra, qualcosa che m’invase come un’onda spiccata dal tempo e si perdette in me quando aprii la porta della notte»[9]. Certo, non è facile capire Neruda, non è facile forse capire me che non rifuggo anch’io il sorriso della notte. Ma è certo che così agisco per placare pur io questo spirito che spesso entro mi rugge, come il Foscolo dice.

Del resto Neruda «si volge a quella remota stagione della sua esistenza con uno sguardo peculiare, cosciente e sereno: non la vede con le tinte mitiche d’un “tempo perduto”, ma come una sua possibilità di gioia e di melanconia, come una dimensione del suo essere irrequieto, come una parte del suo passaggio interiore, perché paesaggio e infanzia, pioggia e ricordo, formano in lui un tutto»[10] attorniato da passioni sempre piene di fervore poetico e civile al tempo stesso, culturale e di rinnovamento letterario. Poesia, la sua, sociale in cui la lotta politica esplode come adesione al popolo indifeso, come sostegno e speranza per l’uomo in balia dell’iniquo potere.

«Ho un concetto – dice Neruda – drammatico della vita e romantico; non mi riguarda ciò che non giunge profondamente alla mia sensibilità. Come cittadino, sono un uomo tranquillo, nemico delle leggi, dei governi e delle istituzioni stabilite. Ho repulsione per il borghese, e mi piace la vita della gente inquieta e insoddisfatta»[11].

«Io sono – dice – una parola di questo paesaggio morto, io sono il cuore di questo cielo vuoto;

quando vo per i campi, con l’animo al vento,

le mie vene continuano il rumore dei fiumi»[12].

Contrasto di luci e di ombre, dunque, di vita accompagnata al pensiero della morte in Neruda, l’indimenticabile elegia materialistica che sa di spirituale rigore artistico che «sovrappone e condensa sentimenti e cose, nostalgie e progetti, tempi remoti e presenti, luoghi prossimi e distanti, cose e persone, rivelando, al di là del risultato più immediato, e più immediatamente improbabile e allarmante, l’ultima, molecolare struttura dell’operazione, le sue sorgenti, le sue radici: il senso geografico planetario della fame e dell’agape, la sintesi barbarica e inscindibile del canto e del sacrificio»[13].

Quanti anni di incontri e di speranze,

di realtà dure,

però anche, alla fine, sino a ieri,

d’immensa gloria per te,

perché non solo fosti il cuore ribelle del tuo popolo

ma la voce di tutte le genti sventurate del mondo.

(Rafael Alberti)

 

[1] G. Belllini, in P. Neruda, Storia di acque, di boschi, di popoli, Nuova Accademia Editrice, Milano 1961, pp. 18-19.

[2] Ivi. p. 22.

[3] Ibidem.

[4] Ibidem.

[5] La trad. it. è di R. Bovaia e R. Paoli.

[6] Ibidem.

[7] P. Neruda, in La canzone disperata, trad. it. di R. Bovaia e R. Paoli.

[8] La trad. it. è di D. Puccini.

[9] Ibidem.

[10] D. Puccini, in NERUDA, Poesie, Sansoni, Firenze 1962, p. XIII.

[11] La trad. it. è di D. Puccini.

[12] Ibidem.

[13] I. Delogu, in Pablo Neruda, Elegia dell’assenza, Editori Riuniti, Roma 1973, pp. XX-XXI.

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