Cultura salentina, Racconti, Scrittori salentini

Altra estate (prima parte)

di Pino Refolo

G.Diso, “Casolare “, olio su cartone telato, 2020

Il paese allora, non era molto diverso da oggi, già vasto e slargato nelle case basse dai muri lisci e squadrati di pietra leccese, dolce e duttile alla manipolazione degli uomini che però apparivano sconcertati da tanta dolcezza, incapaci di costringere la materia disponibile a qualcosa di sublime, a piegarla ad una volontà che partisse dall’animo in concerto con una intelligenza creatrice che sapesse innalzare, sapesse dare a quella pietra un anelito verso l’alto che non c’era in nessuna di quelle costruzioni piatte, sprofondate in loro stesse ed abbiosciate come i volti della gente che le abitava.
Al centro delle costruzioni si adagiava la piazza, squadrata anch’essa, precisa forma geometrica monotona e uguale, che nemmeno i lampioni posti ai quattro vertici riuscivano a smuovere nella sua fissità statica, situata non nell’antico foro, ma là dove prima, non molto tempo prima comunque, c’era stata la vigna di una delle tre masserie che fuse insieme, unite, avrebbero formato il villaggio e poi il paese, che poneva proprio qui, nell’unica ricchezza disponibile sotto forma di acini cremisi dal sapore forte rubato al sole, il proprio cuore bolso e scaracchiante.
Il tono cromatico dell’insieme era un’enorme macchia grigia punteggiata di sfumature gialle che davano l’idea di tramonti inevitabili, di foglie autunnali che si staccavano dal tronco vitale per diventare tappeto inerme e oppresso da passi stanchi, destinate inesorabilmente a cadere per l’inevitabilità del ciclo naturale delle stagioni che aveva posto lì, in quella piazza che trasformava ogni voce di persona in scaracchi catarrosi di polmoni bacati, un autunno interminabile che non veniva minimamente intaccato, nel suo destino di devastazione silenziosa, dall’intero isolato della scuola che pure pretendeva di sollevarsi sugli altri per via della costruzione austera e rigorosa.
Un po’ più avanti, dopo la strada tortuosa e la cattedrale sghemba usavamo riunirci per costruire, giorno dopo giorno, un nostro mondo fantastico fatto a mosaico, pezzettino per pezzettino, poggiati al nostro angolo o sulla soglia del bar.
Il tempo trascorreva immutabile, monotono ed i nostri castelli in aria crollavano inevitabilmente con esso. Pure ci ostinavamo ancora a riunirci, ancora tentavamo di sfidare il destino che ci aveva radicati in quell’angolo, trasfigurandoci in statue viventi.
L’inverno, quando il vento di tramontana tagliava il viso e rendeva paonazzo il naso, oppure quando l’aria pesante dello scirocco squagliava le ossa, eravamo al bar, seduti ad un tavolo, a consumare l’ennesima partita a scopa o a tressette. Un sospiro di impotenza dava il via alla conversazione ed allora era impossibile frenare la nostra fantasia che ci portava a toccare mondi lontani, lidi splendidi, a incontrare personaggi che fanno la storia.
Quietamente ci lasciavamo cullare dalle nostre parole, mentre lo scroscio della pioggia sui vetri appannati contribuiva a rendere ancora più irreale l’ambiente affumicato del bar.
La partita a tressette si portava avanti fiaccamente, ma non era importante: i nostri interessi erano altrove. All’estate, preferibilmente quella a venire, ancora così ricca di sorprese e di promesse che noi gustavamo d’inverno, avidamente, mentre fuori una pozzanghera di acqua aveva la superficie lastricata di ghiaccio. Ci riscaldavamo al sole che doveva venire, era un anticipo che ci competeva, e facevamo i nostri viaggi estivi durante quelle serate fredde e piovigginose. Facevamo il giro del mondo seduti in poltrona, chi poteva impedircelo?, e toccavamo la Svezia, l’Inghilterra, la Francia, l’America. Conoscevamo ogni angolo riposto di New York, da Brooklyn a Tyffany, avevamo scandagliato ogni ghetto di negri, portoricani, italiani, spagnoli, ma preferivamo sostare più a lungo nella New York bene, così strepitosamente lucente e brillante nei sogni nostri.
Sera dopo sera, gustavamo i piccoli e grandi piaceri della Parigi più segreta, passeggiando lungamente sui suoi boulevards, accompagnati da splendide cocottes con gonna e foulards neri. Trascorrevamo le nostre serate parigine in bassi affumicati e angusti, accompagnati dalle note tristi ed intellettuali della Greco.
Così Londra o Stoccolma non potevano nasconderci niente: scandagliavamo nei loro anfratti più nascosti senza muovere un passo dal nostro bar, continuando il nostro tressette stanco, nei ritagli di tempo, pietrificati dall’inverno gelido e bagnato, sciroccoso ed umido, che ci gonfiava come un’imposta di legno.
La primavera cominciavamo ad evadere, ad assentarci per qualche ora dal nostro posto per spingerci in campagna a cantare, a gridare ai grilli, a straziare il cielo con note di dolore: c’era sempre qualcuno che aveva un amore da piangere. Poi sedevamo su un muricciolo diruto, accorti che le pietre non rotolassero giù, col fumo delle sigarette che s’alzava sino alle nuvole, continuavamo i discorsi interrotti nel bar.
Non ci spostavamo più. Lo sguardo cadeva malinconico sulle spine cadute dei fichi d’india, sugli ulivi spogli: non sapevamo, non ancora, di un paese chiamato Macondo ma ne sentivamo già prepotente la presenza.
In cielo la luna ammiccava.
La strada accenna proprio lì ad una leggera curva. Le due colonne che fiancheggiano l’inizio della via trasversale ci servivano da sedie. Gli altri si sistemavano come trovavano sui limitari delle case vicine. Indossavamo blue jeans.
Luglio era soffocante.
Il tessuto della maglietta si appiccicava sul corpo bagnato, eravamo stanchi senza una ragione. l’afa ci toglieva sinanco la parola.
Sapevamo rimanere zitti così sino a tardi, come fachiri seduti su carboni scottanti che più non sentivamo, stranamente disinteressati a qualsiasi accadimento, con un’apatia che ci toglieva ogni attesa di…
Portavamo alle labbra di malavoglia una “nazionale” che non finiva mai e ci rigiravamo sulle nostre poltrone di pietra in cerca di una posizione che non trovavamo.
In strada non c’era più nessuno, spenti i lampioni, i nostri volti erano gialli di luna. Guardavamo le ombre intrecciate per terra e le spirali di fumo che venivan fuori dalla sigaretta. Seguivamo i cerchi sollevarsi ed allargarsi sino a dissolversi. Ciascuno cavalcava il suo cerchio e saliva sù, nel buio pesto, nel freddo siderale che placava il luglio torrido che seccava pure i sassi.
No, non parlavamo: consumavamo il marciapiede in attesa.
Sul tardi, da tramontana si levava una leggera brezza che carezzava i corpi come alito profumato di donna. Il suo contatto ci rigenerava, distendevamo le ossa provando brividi di piacere al loro scricchiolare.
Era il miglior momento della giornata.
Gli ultimi nottambuli, alla chiusura del cinema, si avviavano verso casa, si fermava accanto a noi la guardia notturna con una borsa appesa al manubrio della bicicletta. Metteva fuori un fiasco di vino fresco e ce ne offriva. La forma tondeggiante del liquido rosso dentro al vetro aveva sembianze di donna. Attaccavamo le labbra al collo della bottiglia e lo sciroppo ci penetrava nelle viscere come carbone acceso.
La giornata era finita: la notte rideva di noi.

fine prima parte – segue-

Già in “Bacche di bosco”, Erreci Edizioni, Maglie, 1990
Per gentile concessione dell’Autore

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