Cultura salentina, Racconti, Scrittori salentini

Storie di libri

di Mimì Mastria

Sin da piccola, prima ancora di andare a scuola, ero affascinata da vecchi libri dalle copertine cartonate o in pelle con le brossure in oro che facevano bella mostra sulla libreria in salotto. Spesso li prendevo, sfogliavo quelle pagine ingiallite che dimostravano la loro vetustà. Quante persone le avevano sfogliate, quante si erano perse nella lettura di quelle storie bellissime, tragiche, romantiche! Erano in gran parte romanzi dell’Ottocento, della letteratura russa in particolare, “La figlia del capitano” di Puskin, “Anna Karenina “ e” Guerra e Pace” di Tolstoj, “Padri e figli” di Turgenev, “Delitto e castigo” e “I Fratelli Karamazov” di Dostoevskij, ma anche “Madame Bovary” di Flaubert, “Il rosso e il nero” e “la Certosa di Parma” di Sthendal, “Il Circolo Pickwick” e “David Copperfield” di Dickens , e diversi altri senza dimenticare “Le mie prigioni “di Silvio Pellico. Erano libri che appartenevano a mia madre, ereditati da suo padre che aveva combattutto sul Carso nella Prima Guerra Mondiale, era diventato comunista, antifascista, francescano (secondo lui il primo comunista era stato Gesù Cristo e il santo che aveva seguito le sue orme era stato San Francesco, per cui oggi sarebbe stato definito un catto-comunista), e poi critico dell’Unione Sovietica dopo l’invasione dell’Ungheria. Il nonno possedeva una piccola-significativa biblioteca che difficilmente si poteva sospettare per un uomo che aveva la quinta elementare e che si faceva inviare, clandestinamente, ai tempi del fascismo, libri sulle voci socialiste e comuniste del mondo internazionale. Aveva chiamato i suoi primi tre figli Lenina (da Lenin, naturalmente), Rosa (mia madre, da Rosa Luxemburg, la spartachista) e Carlo (come Karl Marx e Karl Liebknecht, l’altro spartachista), questo mentre altri omaggiavano il duce chiamando i figli maschi Benito. Quando Mussolini impose che gli italiani dovessero portare nomi esclusivamente di origine autoctona, fu costretto, per evitare il confino, a cambiare il nome alla figlia maggiore in quello italianissimo di Rita, agli altri figli andò bene, visti i noti rispettivi santi. Era stato uno dei pochi, in questo piccolo centro salentino, ad essere perseguitato dal regime e dai fascisti locali, schiaffeggiato pubblicamente per non essersi tolto il cappello davanti a un cretino con la camicia nera, portato in caserma gli avevano calato l’olio di ricino, distruggendogli l’intestino per una settimana. Infine, nel ’34 era emigrato in Africa per dar da mangiare ai suoi figli che nel frattempo erano diventati sei. Era stato in Libia, Eritrea, Somalia ed Etiopia, ed era rientrato in patria nel ’46. Aveva sempre seguito gli insegnamenti morali di Gramsci: “Solo la cultura allontana l’uomo dalle tenebre dell’ignoranza e lo rende libero”, come lui recitava, più o meno, e l’istruzione diventava per la sua famiglia un imperativo. La presenza dei libri, dalla Divina Commedia ai grandi romanzi della letteratura europea doveva favorire la crescita dei suoi figli, anche se non tutti avevano seguito i suoi insegnamenti. Accanito fumatore, era morto la notte di capodanno del 1965-66, e secondo le sue volontà, venne sepolto nella cappella dei francescani. La sua libreria era passata ad un figlio, ma i suoi libri erano stati quasi tutti buttati, ne aveva salvato qualcuno proprio mia madre.
Gli anni Sessanta erano stati gli anni d’oro della televisione italiana, quando venivano messi in onda gli sceneggiati dei grandi romanzi, dai Promessi Sposi di Sandro Bolchi nel 1967, ai romanzi inglesi, russi, tedeschi, trai quali “I Fratelli Karamazov” o ai “Buddenbrook” di Mann. Una stagione culturale che spaziava dal romanzo al grande teatro, da Pirandello a Cechov, dal garbato varietà ai documentari. E una donna come mia madre, cresciuta su quei libri, le serate dedicate agli sceneggiati, alla prosa, al quiz, erano diventate una sorta di conferma o di scoperta dei personaggi su cui aveva fantasticato nelle sue letture da ragazza. Ero molto piccola, non riuscivo ancora a capire quelle immagini in bianco e nero che scorrevano sul video che mia madre invece, aspettava con ansia, e non vedeva l’ora di metterci a letto, a me e ai miei fratelli, dopo Carosello naturalmente, per sedersi nella sua poltrona. Io in fondo, ero “sorella “di Gian Burrasca, avevo letto il Giornalino e vedere la direttrice che camminava sulle ginocchia, la grande Bice Valori, mi faceva scoppiare dal ridere, e poi, quel Giovannino, quanto mi sarebbe piaciuto fare la rivoluzione come lui! Man mano che crescevo, quando già ero alle medie, avevo incominciato a leggere i grandi classici, e mia madre mi esortava a vedere le repliche degli sceneggiati che ogni tanto passavano in TV. Spesso mi annoiavo, ma il più delle volte tenevo duro, fino alla fine. Quella recitazione teatrale dei grandi attori dalla voce impostata mi irritava. Ancora non capivo la grandezza di Salvo Randone, Lilla Brignone, Paolo Stoppa, Lea Massari, Anna Proclemer, Giorgio Albertazzi, Renato Rascel, Corrado Pani…!
Non posso non ricordare una delle ultime grandi produzioni, l’Odissea, con la regia di Franco Rossi. Otto puntate, ognuna preceduta dalla lettura di alcuni versi dal poeta Giuseppe Ungaretti.
Ormai laureata e vivendo in una grande città, avevo incominciato a frequentare i teatri, Goldoni e Pirandello erano gli autori italiani più rappresentati, e il grande Cechov tra i russi. Le esperienze teatrali a Milano erano state deludenti. Insieme ad una amica ero andata ad assistere alla rappresentazione de Il giardino dei ciliegi con Gabriele Lavia. I biglietti li aveva prenotati lei, e con sommo dispiacere mi ritrovai in piccionaia, ma posto centrale. Quello è stato il peggiore spettacolo a cui abbia assistito, con la protagonista che recitava su un tavolo per quasi un’ora, con la testa “tagliata” dalla balconata di fronte alla piccionaia. Come secondo, L’Apologia di Socrate, con un attore di cui non ricordo il nome, grandissimo, che recitava inginocchiato. Gli spettacoli teatrali e il buon cinema per me erano diventati fondamentali, ma ogni tanto ricordavo quei bei film della mia giovinezza, molto più vicini ai libri che non i remake fatti da registi che davano una interpretazione tutta loro, trascendendo talvolta, l’intento dell’autore. E poi, altro che Salvo Randone , Ugo Pagliai o Alberto Lupo! Ragazzotte tutte rifatte e bellocci dal gran fisico, senza alcuna preparazione artistica, che si improvvisano attori, con risultati scadenti sotto tutti i punti di vista. – Ormai è solo spazzatura – mi diceva mia madre un po’ di tempo fa – ecco perché i ragazzi oggi sono tutti ignoranti, nessuno legge, nessuno va a vedere un buon film, teatro neanche a parlane, e tutti però vogliono fare gli attori. Ma se non hanno cultura che cosa devono mostrare? Solo il culo, le tette e le tartarughe? – Non potevo darle torto. Sono pochissimi i ragazzi che studiano, che hanno capito che il successo facile vendendo la propria immagine può anche dare il denaro, ma poi, quanto potrà durare? Ci sarà sempre qualcuno più giovane e più scaltro a scalzarti. E che ti rimarrà? Se non hai un po’ di cultura come potrai adattarti ai cambiamenti così repentini nel mondo del lavoro con la tecnologia pervasiva in ogni settore?
Gli anni sono passati e anche mia madre non c’è più. In famiglia si è deciso di vendere il suo appartamento, pertanto, con le mie sorelle abbiamo iniziato a sgomberare mobili e suppellettili varie. Era necessario fare delle scelte nella eliminazione di oggetti di poco valore e una montagna di libri. Le mie sorelle non vogliono nulla, non sanno che farsene e dove metterli, ne hanno già abbastanza nelle loro case. Abbiamo eliminato quelli delle elementari che erano in cantina del tutto ammuffiti, qualche mio quaderno lo avevo già da tempo messo da parte, ma ora bisognava eliminare tanta roba, soprattutto vecchi libri scolastici delle medie e delle superiori, ormai superati. Le scatole si sono ben presto riempite di libri ingialliti. Ho trovato una cartelletta di cartone, l’ho aperta e all’interno c’erano vecchie riviste della fine degli anni ’50 e inizi anni ‘60, una vera e propria selezione di inserti che riguardavano l’occupazione sovietica dell’Ungheria, la rivoluzione cubana di Fidel Castro e Che Guevara, l’immagine di Nikita Kruscev che batte con la scarpa sul tavolo al Palazzo di Vetro di New York, l’assassinio di John Kennedy, la morte di papa Giovanni XXIII ed alcuni stralci della sua Enciclica Mater et Magistra, con i quali il pontefice interveniva nelle questioni sociali quali la riaffermazione del valore della persona e della libertà economica . Con una matita rossa erano sottolineati i seguenti punti: “49. La socializzazione non va considerata come il prodotto di forze naturali operanti deterministicamente; essa invece, come abbiamo osservato, è creazione degli uomini, esseri consapevoli, liberi e portati per natura ad operare in attitudine di responsabilità, anche se nel loro agire sono tenuti a riconoscere e rispettare le leggi dello sviluppo economico e del progresso sociale, e non possono sottrarsi del tutto alla pressione dell’ambiente.
50. Per cui riteniamo che la socializzazione può e deve essere realizzata in maniera da trarne i vantaggi che apporta e da scongiurarne o contenerne i riflessi negativi.
51. A tale scopo però si richiede che negli uomini investiti di autorità pubblica sia presente ed operante una sana concezione del bene comune; concezione che si concreta nell’insieme di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono negli esseri umani lo sviluppo integrale della loro persona.”
Uomini che avevano ideali, che si ponevano al servizio di altri uomini per creare società più giuste, nel bene e nel male, forse!
Insomma, avevo capito che si trattava di pagine di straordinaria importanza per quegli anni (ma non possiamo non ricordarli oggi) che erano appartenuti a mio nonno per il quale rappresentavano momenti significativi per i suoi interessi politici e per la sua vita di uomo religioso. Ma quell’uomo semplice, quanto era stato avanti rispetto a tanti della sua epoca! Ricordo mia madre che, ricoverata in ospedale, assisteva insieme a me alla elezione del nuovo papa, e all’annuncio che si sarebbe chiamato Francesco esclamò: – Ah, se il nonno fosse vivo, quanto gli sarebbe piaciuto questo papa! –
E tornando alla selezione dei libri, avevo trovato una vecchia Divina Commedia, un grosso volume ingiallito edito nel 1929. Ho incominciato a sfogliarla e all’interno ho trovato una pagina piegata a metà di un quaderno a righe sulla quale, in bella calligrafia c’era scritto “Mentre ch’io forma fui d’ossa e di polpe / che la madre mi diè, l’opere mie / non furon leonine, ma di volpe”, e poi: “l’uomo che sta prendendo per il culo tutti!”. Riconobbi le parole di Guido da Montefeltro nel XXVII canto dell’Inferno, e cioè dei fraudolenti, e la chiosa di mio nonno che alludeva a Mussolini. Mi venne da ridere, e feci notare lo scritto alle mie sorelle. Continuando il lavoro di scelta ho messo da parte tutti i volumi della letteratura ottocentesca, di cui possiedo copie molto più recenti, ma non mi sentivo di buttarli (sebbene avessi pensato di regalarli a qualche biblioteca pubblica, ma ho avuto conferma che ormai la digitalizzazione delle opere evita di accumulare volumi negli scantinati per mancanza di spazi), ho ritrovato un’Odissea sulla copertina della quale c’era l’attore della grande serie TV di Franco Rossi, e il romanzo Malombra di Fogazzaro di cui ricordavo lo sceneggiato che da adolescente mi aveva traumatizzato non facendomi dormire qualche notte per le scene cupe e funeree interpretate da Marina Malfatti, l’attrice protagonista.
E finalmente ho ritrovato il romanzo che avrò letto almeno dieci volte, Orgoglio e Pregiudizio, di Jane Austen, immersa nel quale tante volte mi sentivo Elizabeth, sognando il bello, tenebroso e tanto antipatico Darcy. E ancora oggi non mi sfugge una nuova rivisitazione televisiva del romanzo, anche se il mio bel Darcy è sempre e solo Colin Firth. Un romanzo che ci ha insegnato che le classi sociali esistono solo nella mente di chi non sa rispettare l’altro e non sa amare.
Libri, libri, bellissimi libri, e film che rivedo ancora su alcuni canali che danno spazio alla grande letteratura.
E con i libri ho riscoperto in fondo una parte della storia della mia famiglia, persone a cui devo tanto perché mi hanno sollecitata a riflettere sugli uomini, sulla natura, su Dio, a scoprire il piacere della lettura, il bello della poesia. E ogni tanto accarezzo il dorso di un vecchio libro, annuso le sue pagine, leggo un passo che ho sottolineato tanto tempo fa e vivo di bellezza.

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