Cultura salentina, Racconti, Scrittori salentini

Altra estate (seconda parte)

Francesco Lojacono: Il carretto siciliano, olio su tela

di Pino Refolo

Tornavamo dal mare ogni sera e dopo la doccia d’acqua dolce, eravamo di nuovo lì, ad occupare i nostri posti di statua.
L’agosto eravamo africani, squagliavamo la pelle bruna in un acquario di sudore: cominciavamo a conoscere gli uomini nordici.
Svedesi inglesi tedeschi ci facevano rivoltare lo stomaco dinanzi ai loro pasti insapori, come insapore il loro lungo corpo…
Con noi c’era anche Mario. Metteva fuori un pacchetto di “Parisienne” e ne offriva. Non ci piacevano, ma a Mario che tornava in paese per una ventina di giorni dalla Svizzera, non potevamo dirlo.
Fumando ascoltavamo Mario parlare.
Non veniva mai né a Natale, né a Pasqua, soltanto d’estate e per meravigliarsi ogni volta, quando a proposito di donne ritornava il discorso di nonna Titti.
“State male, amici miei” diceva. “Dove sto io c’é pane in abbondanza. Quando ne hai voglia, hai solo l’imbarazzo della scelta”
Si scaldava, parlando, ed era eniusiasta, la nostalgia di casa scompariva in venti giorni, quelli del ritorno: ci guardava con compatimento.
Finivamo le “Parisienne” di Mario, ma lui era pronto ad aprire un altro pacchetto. Ci inondava, ci copriva di sigarette e dovevamo fumare. Guardavamo stancamente la cenere che cadeva, con gli occhi socchiusi: non avevamo la forza, il coraggio di aprirli. La sicurezza che Mario dimostrava, parlando, ci offendeva e ci faceva sentire non alla sua altezza.
Non lo riconoscevamo più il nostro amico, che aveva cambiato anche i gesti, il tono.
Adesso parlava con voce modulata e ad ogni frase sembrava metterci un punto interrogativo. Le braccia erano ferme, salvo a portare lentamente, di tanto in tanto, la mano destra in alto.
Il nostro silenzio era la vittoria della magica aria che ci imprigionava, come pini secolari che affondano radici potenti sin nelle viscere della terra e vento e pioggia e gelo non riescono a sradicarli.
Mario continuava a parlare, solo lui, convinto di essere ascoltato, seguito: noi, invece, sognavamo la magnifica villa folta di vegetazione con al centro una grandissima piscina, che avevamo visto qualche tempo prima in un film.

L’aria settembrina ci donava benignamente uno strascico di estate.
Sfruttavamo il clima secco e sereno prima delle piogge autunnali, per rimanere ancora incollati al nostro posto.
La luce biancastra del lampione al neon illuminava i nostri volti rossastri: avevamo il colore della terra bagnata ed in corpo il sapore aspro del mosto nuovo.
Ci ubriacavamo da mane a sera passeggiando nelle vigne dove si vendemmiava: eravamo stati assunti come pesatori e per dieci, venti giorni ci tenevamo nelle narici l’odore dell’uva tagliata e nello stomaco il sapore bruciante del mosto.
Ci accompagnavano in quei giorni le grida festose dei caricatori, gli sguardi impietriti al frutto andato a male, le bestemmie e le imprecazioni agli elementi, le speranze, le delusioni dei contadini. E i loro sguardi ieratici alla nostra bascula, il volto dubbioso al numero gridato, la loro diffidenza, i canti strascicati delle donne, le loro grida festose alla fine del lavoro.
Di sera noi parlavamo, stranamente loquaci, malgrado la stanchezza, malgrado il sole ci avesse soffocati rubandoci ogni energia.
Parlavamo di quella donna che impudica avevamo visto rotolarsi sulla terra vergine. Dapprima lentamente, poi sempre a ritmo più serrato sino allo sfinimento.
Noi eravamo a distanza ed increduli, ad occhi sbarrati, guardavamo le agili piroette della dorma diventata d’un tratto leggera. Saltellava e si rotolava tra i vinacci e la sua immagine era fissa nelle nostre teste.
Alcuni s’erano improvvisati suonatori e l’accompagnavano con strumenti d’occasione: il tinnire di due oggetti metallici, il suono sordo di due pietre, il coro mugolato dei contadini.
Pensavamo a certe danze viste nei films, ai seni ignudi delle danzatrici, alle loro grida. Finché non sentimmo anche noi qualcosa muoversi nelle vene, qualcosa che ci bruciava dentro come a colei che si contorceva e si abbandonava sino a che le forze la sostenevano.
Eravamo partecipi del suo travaglio e per un attimo anche noi credemmo che il genio, benefico e malefico, si fosse impossessato del suo corpo.
Sul tardi, settembre faceva sentire un venticello freddo la notte, e noi indossavamo ancora la maglietta d’estate. Chiudevamo gli occhi per il sonno pensando all’alba del giorno dopo e la certezza che avremmo trovato, al nostro arrivo nella vigna, di già i tini ricolmi di uva e pronti per la pesa.
Spiriti aleggiavano sulle nostre teste in quelle notti settembrine.

Già in “Bacche di bosco”, Erreci Edizioni, Maglie, 1990
Per gentile concessione dell’Autore

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