Cultura salentina, Recensioni

May Sarton: “Vi prego, cercate di capire”

di Elena Tamborrino

Cosa sente una signora anziana, ancora nel pieno delle sue facoltà intellettive e abbastanza autonoma ma non da poter vivere da sola, quando finisce in una casa di riposo, per scelta altrui?
Come gestisce le emozioni, i pensieri, le domande, le proteste verso un ambiente che non può esserle confortevole?
Dove e in chi può trovare la forza per farsene una ragione, in che modo può dare un senso alle proprie giornate, verso cosa può indirizzare il proprio interesse, in un luogo dove si tende ad appiattire la personalità degli ospiti?
Siamo negli anni Cinquanta del secolo scorso; Caro, la signorina Caroline Spencer, ex insegnante di matematica, affida i suoi pensieri a un diario. Lo fa soprattutto perché ha paura di non ricordare, ha paura che Harriet Hatfield e sua figlia Rose, le titolari della casa di riposo I Due Olmi, possano confonderla, ridurla come gli altri vecchi ospiti della struttura, che possano toglierle personalità, spogliandola delle sue abitudini e delle sue sicurezze.
All’inizio Caro si affida alla preghiera, in realtà senza troppa convinzione, dice che recitare il Padre Nostro tre volte è rassicurante, come un talismano, una specie di portafortuna, anche se non è ben sicura che l’invocazione arrivi alle orecchie del destinatario.
All’inizio Caro pensa che sia necessario mettere a tacere la coscienza, farla dormire un po’, perché pensieri e sentimenti possono essere pericolosi e nella fase di adattamento sarebbe un danno, soprattutto se sfociassero in un pianto.
All’inizio Caro osserva, studia. E il suo oggetto di studio sono quelle due donne “che mi hanno in loro potere”, scrive sul suo diario.
L’anziana donna, sempre vigile e attenta a non lasciarsi andare e a non fare in modo che Harriet e Rose possano sopraffarla, racconta sul suo diario i momenti in cui le giornate scorrono, e racconta anche le paure, le memorie e piano piano anche i sentimenti -quei sentimenti che aveva tenuto in silenzio- in cui si matura il finale della storia.
Racconta degli affetti che sembrano essersi dimenticati di lei – suo fratello e sua cognata, quest’ultima la vera responsabile del ricovero di Caro nella struttura-, dei nuovi amici che si recano a farle visita -il pastore e sua figlia Lisa- e di Anna, la donna che per un periodo presta servizio presso I Due Olmi e instaura con l’ex insegnante un rapporto di devozione, basato sull’attenzione per le sue esigenze.
Racconta di un amore lontano nel tempo e dell’amicizia con un altro ospite, l’unico che sembra condividere con lei una condizione di lucidità: questo diario racconta la vita di una persona che è cosciente di doversi preparare a morire, ma ancora non sa come.
Ecco, questo è il tema centrale, credo: la consapevolezza di essere arrivati al termine di un percorso, di sapere che la fine è più vicina di quanto si pensi anche se fisicamente ancora si sta bene, compatibilmente con l’età, e che possano verificarsi situazioni in cui il processo di avvicinamento alla morte dipende da determinazioni e comportamenti altrui.
Questo è un libro doloroso, che costringe alla riflessione, che obbliga a pensare alla vecchiaia, che in rari fortunati casi è una stagione felice.
Ma è anche un libro bello per gli stessi motivi che ne fanno un libro che fa male; bello anche per la scrittura di May Sarton (1912-1995), autrice belga naturalizzata statunitense che in diciannove romanzi, quindici tra saggi e diari e diciassette opere di poesia, ha spaziato tra temi vari quali l’amore, l’amicizia, la solitudine, l’omosessualità.

M. Sarton, “Vi prego, cercate di capire”, Astoria Edizioni 2019, € 16,00

-testo già apparso nella pagina IoEPepeLibri di Elena Tamborrino su Facebook. Si ringrazia l’Autrice per la gentile concessione-

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