Cultura salentina

La staccionata di ferro

di Mattia Campa e Giovanni Enriquez

Il mio nome è Leonard Torino. A te che leggi queste righe sembrerà un nome qualsiasi e ti starai chiedendo chi io sia. Mi sono sempre considerato un ragazzo come tanti, un trentenne indipendente e con una vita normale, almeno fino a poco tempo fa. Le mie giornate trascorrevano tranquille; durante il giorno lavoravo nel mio studio di grafica e la sera me ne andavo in giro con i miei amici. Il mio era un ristretto e affiatato gruppo di amici d’infanzia e negli anni ne avevamo passate tante. C’erano Giuseppe, eterno latin lover più interessato alla sua prossima fiamma che a cercare lavoro e Massimo, impiegato alle poste, eternamente insoddisfatto della propria vita e troppo edonista per stare con una ragazza soltanto. Avevano molto in comune, a differenza di Raffaele, serio e introverso, e che oltretutto aveva gusti diametralmente opposti rispetto agli altri due: se loro perdevano la testa dietro a una bella donna, Raffaele rimaneva incantato di fronte al fisico scolpito di un uomo. Povero Raffaele, ogni sera era un continuo scherno da parte di quei due burloni, che non perdevano occasione per prenderlo in giro con allusioni e doppi sensi. Personalmente non ho mai partecipato a questi sfottò, che ritenevo di cattivo gusto e poi, diciamoci la verità, Raffaele lavorava con la mia fidanzata, quindi il suo orientamento mi faceva stare più che tranquillo. E poi c’era lei, Elena, la mia ragazza, che aveva coronato il sogno di aprire una gioielleria tutta sua, dove vendere le sue creazioni. Ora ti starai chiedendo perché ti stia parlando delle persone della mia vita. Semplicemente perché siamo quasi tutti stati i personaggi inconsapevoli dell’incredibile vicenda che ti sto per raccontare.

Tutto iniziò il giorno in cui Giuseppe mi inviò questo SMS:

+39300159487
Ehi sono in campagna, ti aspetto per fare due foto.
Prendi la stradina che si trova dietro al cimitero,
quando arrivi all’incrocio gira a destra e dopo trecento
metri ti troverai un cipresso sul lato destro della strada. Parcheggia e percorri il sentiero accanto al cipresso. Non tardare

Da sempre io e Giuseppe siamo stati legati da una grande passione per la fotografia paesaggistica, ma quel messaggio, apparentemente così normale, non mi aveva convinto: a Giuseppe infatti è sempre piaciuto passare a prendermi e trascorrere il tragitto in macchina anticipandomi le sue idee su foto e location, per preparare in qualche modo il lavoro e pensare, perché no, di partecipare a qualche concorso fotografico a tema. Questa volta, invece, mi chiedeva di raggiungerlo e la cosa mi sembrava davvero strana. In ogni caso entrai in macchina e raggiunsi il luogo indicato. Arrivato a destinazione notai solo un profondo silenzio e, visto che non c’era traccia del mio amico, mi incamminai sul sentiero erboso di cui mi aveva parlato. Non vedevo Giuseppe da nessuna parte, ma continuai a camminare nelle sterpaglie fino quasi a inciampare in ciò che non avrei mai immaginato di trovare lì. Ai miei piedi c’era il corpo esanime di un uomo e mi bastarono pochi attimi per capire che si trattava del nostro parroco, Don Luciano. Il suo corpo era freddo, le sue vesti un po’ logore e guardandolo non ebbi nessun dubbio: era morto e aveva un evidente segno intorno al collo. Mi allontanai dal cadavere per non contaminare la scena e chiamai subito la polizia. Nel frattempo cercai di mettermi in contatto con Giuseppe ma il suo cellulare squillava a vuoto, senza alcuna risposta. Non mi restava altro che aspettare le forze dell’ordine, che giunsero in pochi minuti. Le solite domande di rito e poi la corsa in questura per la deposizione. Mi sembrava tutto così strano, così assurdo e la domanda che continuavo a farmi era la stessa che si ponevano i poliziotti: che fine aveva fatto Giuseppe? Nonostante tutti i tentativi di contattarlo, nessuno rispondeva al suo numero. Quando mi lasciarono andar via, i poliziotti mi chiesero di non cercare più il mio amico e di avvisarli immediatamente se fosse stato lui a mettersi in contatto con me. Fuori dalla questura, presi il cellulare per chiamare Elena e mi accorsi della chiamata di Raffaele, che prontamente richiamai e al quale raccontai per primo cosa mi era successo in quell’assurda mattinata. Raffaele si rese disponibile a venirmi a prendere e, nonostante facesse di tutto per consolarmi e starmi vicino, rimase seriamente turbato dalla descrizione degli eventi. Don Luciano era una colonna portante della nostra comunità e la notizia della sua morte avrebbe scosso l’intero paese. Persona irreprensibile di non larghe vedute e con delle idee forse un po’ antiquate che io non sempre condividevo, magari non era ben voluto da tutti, ma di certo non meritava quello che gli era successo.

Il tempo intanto passava e non avevo ancora notizie di Giuseppe. La mia mente era ancora in subbuglio e continuavo a chiedermi il motivo di quello strano appuntamento e soprattutto come mai lui non si facesse vivo. Dopo un giorno di continue domande senza risposta, con enormi sforzi per tornare alla normale routine quotidiana, arrivò questo SMS da Massimo:

+3930098564
Leonard sono con Giuseppe

raggiungici subito al casolare.

Sbrigati ti aspettiamo

Ero sorpreso: mi chiedeva di raggiungerlo al casolare abbandonato dove giocavamo da piccoli, in una remota zona di periferia del paese, ma la cosa che proprio non riuscivo a spiegarmi era come mai Giuseppe avesse chiamato Massimo e non me. Ora volevo assolutamente scoprire cose avesse fatto in quelle interminabili ore il mio amico. La faccenda si faceva sempre più misteriosa e mi sentivo come in balia degli eventi ma dovevo arrivare alla fine di questa storia. Arrivai di corsa al casolare, mi avvicinai a grandi passi verso la porta d’ingresso e mi accorsi del corpo di un uomo steso lì di fronte, riverso in una pozza di sangue. Non era possibile pensai, ancora un cadavere sulla mia strada? Feci in tempo a riconoscere, con mio grande orrore, la persona che giaceva di fronte a me, ma capii subito che non potevo restar lì. Qualcuno poteva aver avvisato la polizia e le sirene in lontananza mi fecero sobbalzare: mi resi conto che dovevo scappare in fretta perché nessuno avrebbe giustificato la mia presenza accanto a due cadaveri in un così breve lasso di tempo. E capii anche perché Giuseppe non si era fatto vivo: era lui disteso esanime alle porte del casolare! Allontanatomi quanto bastava per non destare sospetti, chiamai Massimo: non potevo credere che fosse coinvolto in quello che era successo a Giuseppe. Ma non ricevetti alcuna risposta. D’istinto allora chiamai Elena, ma decisi di non raccontarle ciò che mi era appena successo, perché non me la sentivo di trascinarla in questo abisso. A questo punto l’unico che poteva aiutarmi era Raffaele, al quale per telefono raccontai ogni cosa. Date le circostanze, non riuscii a nascondere la mia agitazione e Raffaele, visibilmente scosso dal mio racconto e dalla notizia della morte di un amico, mi rimproverò di non averlo chiamato per primo, ma si rese subito disponibile ad offrirmi tutto il suo aiuto. Sapevo di poter contare su di lui e la cosa mi rincuorò ma una nuova notifica sul cellulare, che non lasciava presagire nulla di buono, mi rigettò subito nell’angoscia. Questa volta si trattava di un’email anonima a cui era allegata una fotografia, con una semplice quanto folle richiesta:

Nessun oggetto
Da: ignoto
A: leotorino@ayeti.net Allegati: immagine.jpg

Consegnami il diadema che si trova nella vetrina della gioielleria della tua fidanzata! Non fare il furbo o la polizia riceverà la foto allegata.
Una volta che lo avrai tra le mani, attendi mie notizie e mi raccomando,
non fare passi falsi, ricordati che controllo ogni tua mossa

Chi mi stava ricattando faceva riferimento al costosissimo diadema che Elena aveva realizzato su richiesta di una sua facoltosa cliente: un pezzo unico, tempestato di pietre che gli donavano una luce davvero speciale. Aprii l’allegato e restai senza parole: la foto con cui venivo ricattato mi ritraeva al casolare accanto al corpo di Giuseppe. Dunque era vero, qualcuno di molto pericoloso mi stava spiando. Arrivato a questo punto avrei dovuto fermarmi, fare i conti con le mie responsabilità e raccontare tutto alla polizia. Mi si presentò l’occasione di farlo quando, come prevedibile, due ore dopo venni convocato in questura come persona informata sui fatti ma, temendo di non essere creduto, non rivelai nulla agli agenti che mi interrogavano e loro in risposta mi chiesero di non lasciare la zona.

Non avevo altra scelta, l’unica cosa che mi restava da fare era pensare a come impossessarmi del diadema. Non sono di certo un professionista del crimine e infatti non sapevo da quale parte iniziare. L’idea di quello che stavo per fare ad Elena mi annebbiava la mente e già potevo immaginare il suo dolore alla scoperta del furto, ma oramai avevo deciso. L’unica chance che avevo di riuscire a realizzare tutto questo era quella di chiedere aiuto a Raffaele, che collaborava con Elena e conosceva bene la gioielleria. Mi feci coraggio, afferrai il cellulare e lo chiamai per chiedergli di non chiudere a chiave la porta sul retro e permettermi di entrare nel locale. Raffaele si dimostrò ancora una volta un grande amico, perché fu subito disponibile e alla mia riluttanza nel fornirgli una spiegazione, lui non insistette, dimostrando di mettere le mie necessità al primo posto, a scapito del suo bisogno di avere risposte.

Entrai in gioielleria nel cuore della notte. Muovermi era facile: conoscevo bene il locale e sapevo dove Elena nascondesse il diadema. Quello che ignoravo, ahimè, era che Elena avesse fatto installare un antifurto silenzioso collegato direttamente al suo cellulare. Ci mise infatti pochi minuti a raggiungermi e io me la ritrovai sgomento davanti non appena voltai la testa. Lei rimase di stucco quando scoprì che ero stato io ad aver fatto scattare l’allarme e ancora più incredula quando vide che avevo in mano il diadema. Cercai di abbozzare una spiegazione, ma non volevo dirle il vero motivo per cui ero lì: dovevo proteggerla da tutto questo. Inutile dire che la mia reticenza non fece altro che farla arrabbiare ancora di più. Con un rapido gesto mi strappò il diadema dalle mani, mi spinse fuori dal locale e con le lacrime agli occhi urlò che non voleva saperne più niente di me, perché ero solo un vile ladro. Una volta fuori, guardai la strada deserta e mi sentii ancora più solo. Mi vergognavo di me stesso, perché sapevo quanto lei tenesse a quella creazione. L’istinto mi diceva di rientrare nella gioielleria e parlarle, ma sapevo che sarebbe bastata una parola sbagliata per correre il rischio che lei mi denunciasse. Magari mi sarei fatto sentire io nei giorni successivi, anche se speravo in una sua telefonata per chiedermi il perché del mio gesto. Non mi restava altro da fare che tornare a casa e affrontare le conseguenze di tutta questa situazione. Sentivo di essere un uomo finito e ogni punto di riferimento sembrava crollarmi davanti. Proprio ora che ero diventato il fulcro della sua vita e che le avevo fatto trovare un equilibrio importante dopo la tormentata storia col suo ultimo ragazzo, pensavo, avevo deluso profondamente Elena e se anche lei non mi avesse denunciato alla polizia, ci avrebbe pensato il ricattatore.

Com’era ovvio, quella notte non riuscii ad addormentarmi e quindi al mattino decisi di alzarmi di buon’ora. Non ero ancora riuscito a mettere ordine nei miei pensieri, quando arrivò l’email che tanto temevo. L’aprii con il cuore in gola e ne lessi il contenuto ma non so dire se quelle poche righe riuscirono a calmarmi o a terrorizzarmi ancora di più. Il ricattatore era a conoscenza del tentativo di furto fallito, ma invece di denunciarmi mi assegnava un inquietante compito:

Nessun oggetto
Da: ignoto
A: leotorino@ayeti.net

Come ladro sei una delusione, ma ho deciso di darti un’altra possibilità.
Nel portaombrelli davanti a casa tua c’è un pacchetto, prendilo e portalo in viale Francia 17. Una volta lì, aprilo e butta il suo contenuto nel cassonetto.
La prossima volta non sarò così buono, quindi vedi di non fare passi falsi

Non avevo altra scelta, dovevo seguire quelle dannate istruzioni. Ero in macchina per raggiungere il luogo indicato, situato nella zona industriale del paese, quando ricevetti la chiamata di Raffaele che, con la voce rotta, mi comunicava della morte di Massimo: era stato ritrovato in un vicolo vicino casa con il cranio fracassato. La notizia mi sconvolse ma ebbi la forza di dirgli che l’avrei raggiunto appena possibile per affrontare insieme quest’ultima devastante piega degli eventi. Arrivato in Viale Francia, come da istruzioni aprii il pacchetto e capii che chi mi ricattava voleva anche incastrarmi: al suo interno c’era una chiave a pappagallo, eredità degli attrezzi di mio padre, probabilmente trafugata a mia insaputa dal mio garage. Mi sentii gelare nel vedere l’insieme di sangue e capelli che ne avvolgeva una buona parte e intuii subito che quell’attrezzo era stato utilizzato per uccidere Massimo. La situazione mi era ormai sfuggita di mano e chiamai subito Raffaele, l’ultimo amico che mi era rimasto. Non aveva senso ormai tenere tutto dentro e gli raccontai come un fiume in piena cosa mi stava accadendo, ma lui non fece in tempo a rispondere che sentii le sirene della polizia in lontananza. Ero impietrito e ormai in preda al panico, ma fortunatamente Raffaele ebbe il sangue freddo di dirmi di buttare subito la chiave come voleva il ricattatore e di allontanarmi da lì al più presto. E così feci. Dunque mi diressi stremato verso casa, mi gettai sul letto e accesi il televisore proprio mentre il TG locale dava la notizia della morte di Massimo. E qui la storia, che già credevo assurda, divenne ancora più misteriosa. La giornalista annunciò che i poliziotti avevano ricevuto una telefonata anonima secondo cui avrebbero trovato l’arma del delitto in un cassonetto, ma una volta giunti sul posto non ne avevano trovato traccia. A quel punto richiamai Raffaele per chiedergli di incontrarci da lui per confrontarci e parlare di questa faccenda. Da solo non sarei mai riuscito a venirne fuori. In poco meno di un quarto d’ora raggiunsi la sua villa di campagna, dove un tempo vivevano i suoi genitori. Una villa bellissima, la cui particolarità era la preziosa staccionata in ferro battuto costruita tutto attorno e forgiata da una famoso artigiano locale. Mi aprì la porta e salimmo al secondo piano, nella sala dove il nostro gruppo aveva trascorso tanti momenti di spensieratezza. Lo misi subito al corrente degli ultimi inaspettati avvenimenti e del fatto che la polizia, avvisata presumibilmente da chi mi voleva incastrare, era giunta al cassonetto ma non aveva trovato la chiave a pappagallo sporca di sangue. Raffaele mi guardava in silenzio con sguardo attonito, come se mi stesse contemplando, e poco dopo mi disse di stare tranquillo perché la chiave che stava cercando la polizia era in suo possesso: l’aveva presa prima che arrivassero le forze dell’ordine, col solo scopo di proteggermi. Non feci in tempo a metabolizzare le sue parole che sul suo cellulare, poggiato sul tavolo, comparve l’inequivocabile messaggio di attivazione dell’allarme silenzioso della gioielleria di Elena. Come una furia chiesi a Raffaele come mai non mi avesse avvisato dell’esistenza dell’allarme quando dovevo entrare nella gioielleria, ma sembrava che lui non stesse più ascoltando le mie parole e il suo atteggiamento era come distaccato. A questo punto mi fermai in attesa di ascoltare le sue motivazioni. Con voce lenta e compassata mi disse che nessuna ragazza poteva starmi vicino più di quanto lo facesse lui, che Elena non era la persona giusta per me e che non potevo fare nessun affidamento su di lei, in quanto mi aveva abbandonato al mio destino invece di aiutarmi consegnandomi il diadema. Queste ultime parole furono come un fulmine a ciel sereno. Non mi colpì tanto il suo giudizio su Elena o l’evidente cotta che lui aveva nei miei confronti, quanto il particolare del diadema: io non gliene avevo mai parlato e quindi solo chi aveva architettato tutto questo poteva conoscerlo. E d’altronde come avrebbe potuto prendere la chiave dal cassonetto, se non fosse stato lì vicino a spiarmi? Iniziai a inveire contro di lui chiedendogli il perché di tutto questo e per quale motivo volesse incastrarmi con tutte quelle false prove. Raffaele a questo punto non nascose più il suo sentimento per me e mi raccontò tutto. Aveva organizzato ogni cosa per farmi avvicinare a lui, creando prove ad arte contro di me, che ora erano al sicuro nel cassetto della sua scrivania e che non sarebbero mai state consegnate alla polizia. A fare le spese di questo suo piano diabolico erano state però tre persone innocenti, ma che Raffaele considerava colpevoli. Don Luciano colpevole di considerare gli omosessuali come un’aberrazione della società e di giudicare la loro condotta come malata e insana; Giuseppe e Massimo colpevoli per le continue prese in giro sul suo orientamento sessuale, che lo svilivano e deprimevano, fino all’inaccettabile derisione quando, in un momento di debolezza, lui confidò loro del suo sentimento nei miei confronti. E temevo proprio che se Elena non avesse deciso di lasciarmi in seguito al furto, avrebbe ucciso anche lei. A questo punto, pieno di rabbia e con sguardo glaciale gli dissi chiaramente che tra noi due non ci sarebbe mai stato nulla e che lo consideravo solo un assassino da denunciare alla polizia. Raffaele non sopportò il peso delle mie parole e tentò di afferrarmi per non farmi andare via, ma io per divincolarmi lo spinsi forse con troppa foga e lui inciampando ebbe la sfortuna di cadere proprio verso la finestra che era aperta, capitolando giù. Il casolare era isolato e non c’erano testimoni. Presi le prove conservate nel cassetto della scrivania e corsi verso l’uscita. Non mi importava di cosa fosse successo a Raffaele, ma una volta fuori la sua sorte fu chiara. Il suo corpo giaceva trafitto da parte a parte sulla staccionata di ferro che circondava la villa.

Questi i titoli dei giornali il mattino successivo al ritrovamento del cadavere di Raffaele:

Giovane ragazzo trovato morto nel

cortile della sua abitazione

Si pensa ad un suicidio dettato dalla non accettazione della sua condizione di omosessualità, ben nota all’interno del paese, a cui si era unito il dolore per la recente scomparsa di due suoi amici.

Ancora irrisolti i tre casi di omicidio che

hanno sconvolto la comunità negli

ultimi giorni.

Il commissario dichiara: “indagini serrate, ma molto difficili per mancanza di indizi utili”.

Seguirono giorni di duri interrogatori, in cui gli inquirenti cercarono in ogni modo di ottenere informazioni da parte mia, ma riuscii a reggere ogni tipo di pressione, forte del fatto che ero certo dell’assoluta mancanza di prove contro di me. La morte di Raffaele era stata un incidente, ma se avessi raccontato tutto temevo non mi avrebbero creduto e non potevo pagare per colpe che non avevo. Spero che un giorno io possa riprendermi da tutto questo. Fino a poco tempo fa ero un ragazzo felice, fidanzato e con tre ottimi amici. Oggi sono solo, Elena non ha voluto saperne più niente di me e mi porto dentro un segreto che non ho il coraggio di raccontare a nessuno se non a te che stai leggendo tutto questo. Spero soltanto che un giorno, quando non ci sarò più, queste righe possano condurre verso la verità chi deciderà di riaprire di nuovo questo incredibile caso.

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