Cultura salentina, Saggio

Come una bianca perla -la poesia di Luigina Parisi-

di Tina Cesari

pagina a cura dell’Osservatorio Poetico Salentino

Luigina Parisi

Luigina Parisi ha voluto dedicare le quattro sezioni della sua prima raccolta di poesie, non ancora edita, all’immagine della perla, legandole ai temi dell’Amore, delle Inquietudini, de Gli Altri e degli Affetti e la parola perla, con la sua variante madreperla, compare almeno altre cinque volte in tutta la raccolta.
La perla, si sa, è una gemma preziosa, chiara e lucente, ma anche liscia e fredda al tatto, simbolo, da sempre, della bellezza femminile e presente come topos nella letteratura, a cominciare da Dante, quando parla di «bianca perla in bianca fronte», riferendosi ai personaggi di Piccarda Donati e Costanza d’Altavilla del Paradiso, fino a D’annunzio, che loda la sera «per il suo viso di perla» nella celeberrima poesia, La sera fiesolana. Luigina parla di un tempo che «donerà madreperla a rivestire i grani e farne gioie bianche» e vede «scogli di madreperla con lo sguardo rivolto al mare» dove i passi desiderano andare, mentre le piace immaginare la sua vita «disposta a ricavare da squarci scrigni per le sue perle» e «lambita da mare schiumoso».
La poetessa, inoltre, sente «uno scorrere di perle» e, nel rievocare l’immagine giovanile della madre, «i ricordi sono perle incastonate nel substrato della vita»: questa madre è «fragilità e potenza a strati» e in questa figura lei, probabilmente, si identifica.
La perla riflette la luce nella sua trasparenza ed ecco che la parola trasparenza, cioè il bisogno di guardare le cose senza infingimenti, diventa la condizione necessaria per vivere la vita, anche quella degli affetti più intimi quando si rivolge, ad esempio, al proprio uomo dicendogli: «conserva trasparenti i tuoi occhi» e, ancora, «vedimi nuda senza orpelli e trucco, senza maschere e commedie».
Luigina Parisi, pur di rimanere coerentemente franca, macina «solitudini contro la slealtà» e «calpesta solitudini in riva al mare», un mare sempre presente come luogo dell’anima; inoltre, si rivolge al suo interlocutore e gli dice: «portami via di qua, da questo mondo fatto di visi, da tutti questi falsi sorrisi», contro «questo mondo di puro apparire».
E torniamo alla perla. Essa, pur nella sua preziosità, è semplice ed il bisogno di semplicità permea tutta la produzione poetica di questa raccolta perché l’Autrice desidera «tornare a quei tempi quando tutto era stupore» e «ti parlerò dei miei piedi sempre scalzi», mentre le basta «il sospiro leggero di un vento di mare, uno scoglio pulito da dove osservare».
L’elogio della vita semplice culmina e, allo stesso tempo, si addolcisce nel ricordo, quando «erano lente le ore del tempo, lenta era la attesa, lento il profumo dei fiori» e Luigina rievoca l’immagine delle «gambette nude su cui facevamo ruotare vestiti di bambola indossati nei dì festivi», quest’ultima espressione di chiara ascendenza leopardiana.
E «tutto è semplice, tutto vero» tra i «candidi letti e merletti di antica memoria» della nonna.
Ma se la vita è amara, e spesso disincanta i sogni, se «è meglio non parlare di quel che mi riempie il cuore», la perla diventa anche il simbolo «della mia voglia di lottare per non morire tra le acque stagnanti di giorni vuoti e lunghi da passare e «osservo le mie crepe e mi vivo ciò che resta».
In sostanza, se «vorticosa va giù la vita», scrive la poetessa, «infilo le mani tra le crepe della vita» stessa per lottare contro l’indifferenza perché «l’opposto di vivere non è morire, ma sparire».
Ecco il nemico da sconfiggere, ovvero l’indifferenza, «quando avevo voglia di essere niente» e il suo pensiero va ai giovani, a coloro che lei definisce i ragazzi da macello, quelli che «hanno i sogni in tasche bucate» per arrivare alla conclusione che «occorre perdersi per trovarsi e la formula per tenersi aggrappata alla vita è «impilare amore con cui intrecciare giorni. Solo questo ci salverà».
In questa tenace e fragile lotta per la vita Luigina trova un’alleata potente che è la natura, portatrice di pace perché «di cielo non si può morire, neanche quando ti cade addosso», e «la notte, seppur ferita, è pronta ad aspettare prodigi».
E continua, scrivendo che «tra rami contorti a far compagnia mi gemmano pensieri al profumo di fresie» e «sotto la neve i pensieri si disperdono tra le strofe, come soldati stanchi».
Quando arriva la sera, poi, essa «le fa rallentare i battiti del cuore «e una musica s’alza e io sempre scalza comincio a danzare».
Anche il vento di novembre, come quello della vita, non la fa tremare, non più e vedendo il grigio passare si scalda «nel verde che resta».
Ecco, dunque, che i versi di Luigina hanno parlato da soli perché potessero dare l’idea, senza il filtro di alcun mediatore, di una poesia schietta, onesta, per dirla con Umberto Saba, sincera fino allo spasimo, consapevole del male di vivere e delle inquietudini della vita ma disposta sempre a brillare di luce propria in un mondo opaco e finto, ecco, proprio come una bianca perla.

GENNAIO

Le strade si fan buie nella sera,
di trecce di luce brillano le stelle.
Mi s’accende la voglia di tornare
nel caldo di profumi conosciuti.
Spenti i labirinti della mente,
m’ammanto di silenzio
e vento alle finestre chiuse.
Cade la neve sui miei pensieri
dispersi tra le strofe,
come soldati stanchi.

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