Cultura salentina, Saggio

Franco Melissano e la sua poesia sempre “a ccore pertu”

di Lina Leone

pagina a cura dell’Osservatorio Poetico Salentino

Franco Melissano

Il pubblico ha conosciuto la poesia di Franco Melissano solo nel 2013. Ma l’avvocato coriglianese ha coltivato la scrittura, soprattutto quella in versi, sin dalla più tenera età. E sicuramente l’esperienza adolescenziale presso il liceo Capece è stata “galeotta”: il giovane studente ha incontrato, per cinque anni, nel corridoio principale della scuola, prima la lapide di Giovanni Refolo e subito dopo il busto di Pasquale De Lorentiis, non solo illustri docenti, ma soprattutto felici poeti dialettali dell’800 salentino. E non ultimo colui, che Franco Melissano considera il suo “mentore”, il preside Nicola De Donno, che da “continuatore” dell’esperienza esaltante dei suoi predecessori, ha portato il dialetto magliese a livelli tanto alti da fargli valicare i meri confini regionali.

Questo, dunque, il background di Franco Melissano, che nonostante la gravosa ed impegnativa attività forense riesce, grazie ad un otium veramente proficuo, a regalare raccolte di versi molto interessanti. L’esordio è A ccore pertu (2012-2013), raccolta di liriche, suddivise in quattro sezioni, nella quale l’Autore –con una avvertenza al Lettore- chiarisce perché ha voluto poetare in dialetto.
E nel sottolineare che “il ricorso al vernacolo non significa ovviamente ripudio della lingua nazionale” elenca alcuni dei motivi della sua scelta. “In primis la naturale poeticità del dialetto in generale ed in ispecial modo del nostro”: e qui non possiamo non ricordare il giudizio di Trilussa che riconosceva al nostro idioma “indubbia eccellenza per dolcezza di linguaggio e profondità di pensiero”. “In secondo luogo -continua Melissano- la maggiore aderenza del vernacolo, quale lingua materna, alla sfera dell’irrazionale, dell’intuito, del sentimento”. E conclude le sue motivazioni con “ultimo, ma non meno importante, il desiderio di contribuire –nel mio piccolo e nel solco di una nobilissima tradizione- a tenere in vita questo nostro preziosissimo stupendo strumento espressivo, da tempo aggredito da più parti”.
E con questa premessa si leggono le poesie e subito ci si accorge, che nonostante la prima sezione abbia titolo Coriano e llu Salento, il linguaggio non è sicuramente quello parlato a Corigliano, ma è un salentino, che risente di influenze di paesi vicini e soprattutto usa parole desuete, a volte addirittura scomparse. In queste liriche, quasi tutte sonetti, c’è rimpianto per il passato, per quello che non c’è più “ Ffiate me pija comu nostargia/de quiddi tiempi te cusì luntani/quandu piccinnu a lli Salessiani/sciocava finca lluce se vitìa”. E da questo incipit si snodano tutti gli altri versi, che sono sì autobiografici, ma raccontano valori universali, in cui tutti si possono riconoscere.
Magistralmente l’Autore riesce, comunque, a coniugare il passato con il presente: e dunque non solo nostalgia per il tempo trascorso, ma soprattutto amarezza per quello presente, caratterizzato dall’insipienza e dall’indifferenza, per esempio verso l’ambiente, che non viene adeguatamente tutelato, senza additare nessuno in particolare, “cumandàne li latri e lle bbuttane,/ la legge letturale, nun è beddu, / tene nome latinu de purceddu”. E dal degrado ambientale “Già Santa Croce ca sfarina pare, le spiagge cchianu cchianu se ne vane” si passa alla denuncia della odierna mediocrità, che insidia e danneggia profondamente l’esistenza di chi subisce tanti soprusi.
Fa sorridere, anche se si tratta di risu maru una felice carrellata di dieci figure tipiche non solo di Corigliano, ma di ogni Paese, che Melissano tratteggia in maniera sorprendente (dal tirchiu al liccaculi al mortu de fame).
Finca ca libbertà cerca lu core, sonetto che dà titolo alla sezione conclusiva della raccolta insieme all’ultima poesia, E’ggia la sira comu lla matina sono il testamento spirituale, che con speranza, inneggiano ad una vita migliore perché se è vero che “l’ideale s’è scquajatu…Penzu ca mancu ntarda ttorna fore”.
E da questa prima fatica letteraria a distanza di un anno Franco Melissano regala ai suoi lettori Carasciule te stelle, titolo molto suggestivo, che evoca immediatamente il magico momento delle stelle cadenti quando gli occhi si rivolgono speranzosi al cielo per affidare i desideri alle incantevoli scie luminose. C’è continuità di contenuti e di forme con la raccolta di esordio, anche se qui viene contraddetto quello che recitava il sonetto A cce serve la pusìa? con “ma senza (la poesia,n.d.r.), la sciurnata nun è minchia?”.
Questa pubblicazione è divisa in tre sezioni, che a prima vista sembrano slegati tra loro: in realtà essi corrispondono a tre momenti dell’ispirazione di questo originale poeta, la cui piattaforma poetica fruisce alimento e consistenza sempre dal suo impegno civile, che si estrinseca, però, in modi differenti. Ed è per questo che si hanno nella prima sezione riflessioni (le furcedde tocca nne le bbivimu), ricordi ( sapìa tte cunzija senza ppare), nostalgia (zumpando tra lli riti e llu penale), tristezza ( nu sservea ci no tt’ave mai scurdatu), che lasceranno il posto invece nella seconda parte alla satira pungente (cu spendinghi reviù te faci beddu) ed appassionata (facimu cu cci spuntane le ali!), per poi concludere nell’ultimo gruppo con un sentito omaggio prima al pontefice regnante (quistu è Fragiscu te nome e te fattu) e poi ai santi più popolari (nci ggiungi sempre nu ‘sanu me toccu). E il tutto viene legato dal sonetto finale che fa da pendant al primo in un abbraccio che unisce –senza voler essere irriverenti- la Fede dei Martiri di Otranto alla fede del poeta nella sua Musa.
E nel 2016 Franco Melissano pubblica I Giorni ed i Versi, e a sorpresa, le poesie sono in lingua italiana, quella lingua di cui l’Autore ha scritto: “la lingua nazionale, che resta amatissima e alla quale ho fatto e faccio quotidianamente ricorso nell’attività professionale, in altri miei lavori letterari, nei rapporti con soggetti non salentini o comunque non dialettofoni”. La raccolta, dedicata alla moglie, è divisa in due sezioni e si si apre con venti poesie d’amore, dove l’Autore esprime i suoi sentimenti spaziando dal mistero ai silenzi arcani allo stupore dell’animo sbigottito per concludere che E’ canto di sirena il tuo sorriso. L’ultima parte, molto ricca e varia di argomenti, ospita ricordi di città che hanno significato molto per lui, per la sua formazione (Maglie e Roma), ancora l’amore per la poesia, per i figli, per la propria terra e il tutto scritto in versi liberi, con l’uso a volte anche di versicoli e dalla lunghezza molto variegata.
Ma l’anno successivo Franco Melissano torna al dialetto e pubblica una raccolta molto originale, Curianu e lli Turchi, un poemetto di diciotto sonetti, in cui viene tratteggiata la tentata e mancata invasione turchesca a Corigliano. L’Autore nella sua avvertenza al lettore chiarisce che non c’è in lui nessuna intenzione di emulare De Dominicis o De Donno, anche perché la situazione otrantina si è rivelata del tutto diversa, ma solo il desiderio di far conoscere un pezzo di storia della “piccola patria” ai tanti giovani che non ne hanno conoscenza. E insiste nel ribadire che “il lievito principale sia venuto da quelle storie, leggende e cunti ascoltate da ragazzino accanto al focolare ovvero, nelle serate estive, al bel fresco davanti alle porte di casa”.
Il successo di questo poemetto è stato straordinario tanto che ne è stata tratta una felicissima rappresentazione teatrale, più volte replicata, per cui si può veramente affermare che “Non è la memoria storica a dare ragione al processo poetico, ma è il processo poetico a creare la memoria attraverso le voci dei personaggi, come è il discorso dei personaggi a disegnare gli scenari che servono alla rappresentazione della memoria”.
E comunque, pur nella varietà delle pubblicazioni Franco Melissano si conferma cantor rectitudinis: la Storia, la politica, le situazioni della vita si aprono generosamente alla sua mente e il libro della società gli si squaderna davanti senza problemi, con spontaneità. Egli sa coniugare sapientemente la cronaca del quotidiano col fantastico della elaborazione letteraria e dalla sua weltanschauung oltre all’accusa contro i soprusi dei prepotenti emerge sempre fortemente il tema esistenziale, che permea tutta la sua produzione.

A RRIPA DE MARE

Me parene ncuddhati celu e mmare

ddhe mmani ca lu jentu sta’ ccurcatu,

quandu lu caddu forte è ggià rriatu

e lu sule ncignau ppizzicare.

A cculu ccappa ca poti truvare

na cala queta, nu scoju rripatu,

addhunca sulu, tie e llu creatu,

te bbivi fiatu e ndore te lu mare.

Te pare addhi mumenti, cce ppaccia!,

ca lu tiempu è turnatu n ‘addha fiata

te quiddha favolosa età te l’oru

quandu nisciunu era cristianu o moru,

l’umanità se nde stia bbeata,

lu lupu cu ll’agnellu se pascìa.

Salento (In riva al mare). Mi sembrano incollati cielo e mare/ quelle mattine quando il vento resta coricato,/ quando il caldo forte è già arrivato/ e il sole ha incominciato a pizzicare.// Se hai fortuna capita che tu possa trovare/ una cala silenziosa, uno scoglio isolato,/ dove solo, tu e il creato,/ ti bevi il respiro e l’odore del mare.// Ti sembra in quei momenti, che pazzia!,/ che sia tornato un’altra volta il tempo/ di quella favolosa età dell’oro// quando nessuno era cristiano o musulmano,/ l’umanità se ne stava beata,/ il lupo pascolava con l’agnello.

—–

da: “A ccore pertu”, Edizioni Grifo nel 2013

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